Stupro: l’abito è innocente

Quante volte le donne vittime di stupro si sentono chiedere:”Come eri vestita?”, quando è avvenuto il fatto, spostando così la colpa dal carnefice alla vittima. Ora, una mostra nell’Università del Kansas, negli Stati Uniti, denuncia il mito che l’aggressione sessuale sia causato dal comportamento della donna.

‘What were you wearing?’ , “Cosa indossavi?”  è il titolo della mostra fatta con la finalità di non stigmatizzare le vittime.

Diciotto diversi abiti illustrano le testimonianze delle vittime dell’aggressione sessuale. Un vestito, una vecchia maglietta, un pigiama, un jeans o una maglietta…dicono che non c’è un abito “tipico” che possa indurre allo stupro.

I vestiti esposti non sono quelli reali delle vittime, ma sono stati donati da studenti e docenti, in base alle descrizioni dei sopravvissuti.

Le storie sono state raccolte dagli studenti universitari attorno al Midwest, attraverso le campagne dei social media e dei centri di difesa dalle violenze.

“Vogliamo che le persone possano vedere se stesse riflesse nell’installazione, nella descrizione, negli abiti”, ha detto Jen Brockman, direttore dell’istituto universitario per la prevenzione e l’educazione sessuale dell’università.

Purtroppo, le donne violentate ancora si sentono troppo spesso fare questa domanda (Cosa indossavi?), la quale sottintende che i peggiori guai potrebbero essere evitati se ci si fosse vestite in modo diverso, anche se ciò è falso.

Non è l’abbigliamento la causa della violenza sessuale, il male è nella persona che commette la violenza.

In America avviene uno stupro ogni 107 secondi.

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Singolare vendetta quella messa in atto da un 36enne indiano nei confronti di uno stupratore
Woody Allen ancora una volta ha negato di aver abusato sessualmente della figlia adottiva Dylan

‘Stealthing’: la nuova forma di stupro

Una nuova forma di violenza sessuale è stata illustrata in uno studio pubblicato dal Columbia Journal of Gender and Law.

E’ emerso che sempre più uomini tolgono i loro preservativi durante il sesso, senza dirlo alla loro partner.

“Il preservativo tolto in modo non consensuale durante un rapporto espone le persone a rischio di gravidanza e malattia. Il gesto è vissuto da molte donne come grave violazione della dignità umana e dell’autonomia”, dice il giornale. La volontà delle donne viene ignorata.

La pratica si chiama “stealthing” in inglese, termine che può essere tradotto come pratica furtiva o inganno subdolo.

La pratica dello “stealthing” non è considerata una violenza di genere perché è ancora sconosciuta “ma è radicata nella stessa la misoginia e nella stessa mancanza di rispetto”, secondo l’autrice dello studio, Alexandra Brodsky.

La stdiosa ha notato che vi è una crescente comunità di persone che si incoraggiano l’un l’altra alla pratica, con alcuni che offrono consigli dettagliati su come ingannare le loro partner.

Alexandra Brodsky ha voluto “parlare di questa esperienza comune che è spesso vista come sesso sbagliato” quando dovrebbe essere considerata come una vera e propria violenza.

E’ la “nuova misogina 4.0, in risposta al femminismo da Campus” (il movimento studentesco femminile che a metà del Duemila diede finalmente voce ai casi di violenza sessuale nei campus americani).

Si intitola La violenza sugli operatori sanitari l’incontro organizzato dall’Ordine Provinciale Dei Medici Chirurghi e Degli Odontoiatri
Sarà dedicato al tema “violenza e moleste sessuali su donne con disabilità” l’iniziativa MI MERITO UN
Si terrà il prossimo 16 ottobre alle 10 presso Palazzo Marino in Sala Alessi il
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Violenza contro le donne: a Roma un caso ogni due giorni

La violenza contro le donne è un fatto preoccupante. Le donne non denunciano per una serie di fattori.  I Pronto Soccorso degli ospedali sono spesso il primo luogo ad essere testimone di questa violenza, che è principalmente domestica o concerne lo stupro. La denuncia non avviene mai al primo episodio, ma dopo reiterati casi di violenza, fisica e psicologica. A Roma si registra un caso di violenza contro una donna ogni due giorni

Per questo, venerdì 25 novembre alle ore 18:30, in occasione della Giornata nazionale contro la violenza delle donne, molti sono gli eventi organizzati. A Roma, presso SpazioCima, in via Ombrone 9, è in programma un evento speciale. Le responsabili dall’Associazione Differenza Donna e di Ad Spem, Associazione Donatori Sangue Problemi Ematologici, si incontrano per raccontare la violenza femminile. Ad arricchire l’appuntamento anche una performance speciale, “Non casca mica il mondo”, di Silvia Mattioli, Eda Özbakay ed Index, per far rivivere l’inquietudine di chi ha sperimentato l’orrore.

Tra le opere esposte per l’occasione, anche quella dell’artista Giusy Lauriola con la sua opera dedicata all’evento, “Via da quelle sponde”, 100×60 cm, in tecnica mista su tela e plexiglass. Roberto Di Costanzo, invece, propone “Amore fragile”, 50×70 cm, inchiostro di china.

CHI SONO LE VITTIME – A Roma sono due gli sportelli “rosa”, gestiti dall’Associazione Differenza Donna: 150 i casi denunciati ogni anno nella Capitale, quasi un caso ogni due giorni. Le donne che accedono al Pronto Soccorso dichiarano principalmente di essere vittime di violenza domestica e di stupro. Sono spesso accompagnate dai loro figli, anche loro altrettanto vittime. La denuncia non avviene mai al primo episodio, ma dopo reiterati casi di violenza, fisica e psicologica.

A prevalere, tra quelli raccontati, soprattutto i casi di violenza domestica  da parte del coniuge o dell’ex coniuge, con bambini generalmente vittime di violenza assistita. Molti anche i casi di violenze sessuali e di stalking. Una violenza che non conosce fasce più interessate rispetto ad altre, ma che colpisce trasversalmente. “La violenza non ha età, né fascia economica, né cultura”, spiegano i responsabili del progetto.

LE PAURE E L’INTERVENTO – “Le donne hanno paura di denunciare questi episodi perché non sanno cosa si possono aspettare e cosa la società offre loro – spiega Micaela Cacciapuoti, referente del Codice Rosa presso il Policlinico Umberto ILe donne si rivolgono in prima battuta proprio nelle strutture di Pronto Soccorso, solo successivamente raggiungono Commissariati e Stazioni di Carabinieri. Grazie all’intervento mirato degli specialisti le protagoniste di questi episodi possono capire come agire e come reagire. Alla base della loro paura c’è la consapevolezza errata di essere responsabili della violenza, e si sentono spesso anche in colpa. L’obiettivo è scardinare  questo pensiero. Perché non è la donna responsabile, ma l’uomo che sceglie di essere violento, per un fatto prevalentemente  culturale”.

LA PERFORMANCE – “Non casca mica il mondo” è una riflessione sulla violenza, in particolare su quella subita dalle donne. L’artista  spinge lo spettatore in un terreno  poco rassicurante, dove non ci sono punti di riferimento per cosi dire “ufficiali”. Lo spettatore dovrà sentirsi disarmato e nello stesso tempo libero per affrontare il racconto della violenza, non rimuoverla ma metaforicamente subirla. Solo così, nello scuotimento  emotivo e sensoriale, può esserci liberazione.

“Non casca mica il mondo” è proprio quel quotidiano a cui siamo abituati, ormai quasi narcotizzati,  sminuendo la violenza fino a negarla o  addirittura a restarne indifferenti . Le vittime  e i carnefici necessitano di una narrazione  affinché escano entrambi allo scoperto. E’ nel torbido, nell’oscuro disagio che la negazione trova il nascondiglio per germinare l’indifferenza. La catarsi è nella confessione, nel racconto stesso della violenza. Con la collaborazione degli Index, direttamente da Londra, con la musica e il video “Crash Course”.

LE ARTISTE – Silvia Mattioli, artista visiva, videomaker, regista, autrice teatrale. Si dedica all’esplorazione del Video e della mise en space teatrali performative . Ha lavorato per molto tempo per le televisioni nazionali, La7, Rai, Mediaset. Tra le altre cose  è  stata assistente del cineasta portoghese Joao César Monteiro nel suo periodo a Lisbona. In teatro progetta e realizza video-Installazioni per numerosi spettacoli e collabora con l’artista romano Renato Mambor nella realizzazione di  quadri scenici, mise en space e installazioni visive.

Eda Özbakay è una attrice performer turco-tedesca. Danzatrice e musicista, linguista, è esperta di letteratura inglese, turca e spagnola. Appassionata della cultura italiana, vive da 15 anni a Roma, lavorando anche come traduttrice per diverse case editrici.

Gli Index sono Greg Hooper e Matthew Hughes. Nel loro progetto multimediale utilizzano una varietà di mezzi nel tentativo di esplorare, insieme allo spettatore, aspetti complessi e spesso inconfessabili  della condizione umana. Debuttano per la prima volta in un progetto italiano, collaborando nella performance  dell’artista romana Silvia Mattioli  (Silviu-Ska), con la musica e il video “Crash Course”.

LA MOSTRA IN CORSO – “Non solo segni, divagazioni calcografiche”: un viaggio spaziale e temporale attraverso la raffinata tecnica incisoria. Sino al 30 novembre Laura Stor espone cinquanta opere nelle più svariate declinazioni calcografiche, spaziando dal classico bianco e nero alle suggestioni del colore. Si tratta di opere nate da matrici che possono essere di zinco, rame, legno, linoleum, presspan, plexiglas. Le matrici vengono incise con vari procedimenti che richiedono l’immersione in acido nitrico diluito (acquaforte, acquatinta, ceramolle e altre) o l’intervento diretto sulla lastra (puntasecca). Al momento di stampare l’opera si inchiostra la matrice e la si fa passare assieme al foglio fra i rulli del torchio calcografico.

DIFFERENZA DONNA – Nasce a Roma il 6 Marzo  con l’obiettivo di far emergere, conoscere, combattere, prevenire e superare la violenza di genere. Fin dall’inizio l’Associazione ha avuto chiaro che la discriminazione, la legislazione e la sopraffazione nei confronti delle donne sono un fenomeno sociale diffuso, grave, complesso, che solo competenze specifiche possono combattere con efficacia.  Nel corso degli anni i progetti di Differenza Donna hanno trovato consenso, sostegno e finanziamento, sia a livello nazionale che internazionale.

 SPAZIO CIMA – Spazio Cima è un nuovo project space dedicato agli artisti e a tutte le esperienze dei sensi e dello spirito, dal gusto al fumetto. Nasce a Roma, in uno splendido palazzo del quartiere Coppedé, come spazio polifunzionale, adatto per 12 mesi l’anno ad ospitare ogni genere di evento nel campo dell’arte della comunicazione e dell’immagine. Uno spazio versatile per organizzare esposizioni artistico-culturali, meeting di comunicazione, conferenze stampa, seminari e workshop, showroom, studio video-fotografico, temporary office, editorial office. Lo Spazio Cima affitta i propri spazi anche per eventi privati.

Moltissimi bambini e bambine, nel nostro Paese, sono testimoni di violenze che si consumano tra
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India: un ciondolo per combattere gli abusi sessuali

Un ciondolo composto da una pietra preziosa e un microchip è il nuovo gioiello che combatterà l’abuso sessuale in India, paese in cui l’anno scorso ci sono stati 100 stupri al giorno, secondo i dati ufficiali. Progettato da cinque giovani ingegneri indiani che hanno iniziato a venderlo su internet, il gioiello Safer è costituito da un sistema nascosto nel retro che invia un avviso di pericolo attraverso un’applicazione per smartphone.

Tale comunicazione avviene attraverso Google Maps e tramite GPS. Quando il pulsante del dispositivo viene premuto due volte in successione, ai contatti già stabiliti dalla vittima viene inviato un messaggio via internet o un SMS per avvisarli della situazione di pericolo e comunicare la posizione esatta.

In questo modo, le nuove tecnologie “indossabili” potranno aiutare le donne indiane nella lotta contro gli abusi.

Il gioiello piace ai genitori delle giovani donne che si sentono più sicuri.

Il nuovo dispositivo garantisce sicurezza ed estetica. Per ora, è possibile effettuare ordini attraverso il sito dell’azienda Leaf a prezzi speciali

I produttori pensano di produrre in massa il gioiello e di iniziare a venderlo da novembre nei negozi di New Delhi, Bombay e Bangalore.

Gli ingegneri di Leaf stanno già pensando a come migliorare il primo modello e inserire un contatto con la polizia per sviluppare un servizio che avvisi le forze di sicurezza, in caso di stupro.

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