Cervello più sano con 10 grammi di noci al giorno

In uno studio condotto dalla University of South Australia, i ricercatori hanno scoperto che mangiare noci potrebbe essere la chiave per una migliore salute cognitiva a lungo termine.

In particolare, i ricercatori hanno scoperto che “mangiare più di 10 grammi di noci al giorno è positivamente associato a un migliore funzionamento mentale, compreso un miglioramento del pensiero, del ragionamento e della memoria”.

Lo studio è stato fatto su dei pazienti cinesi di 55 e più.

Lo studio ha trovato che le persone che avevano mangiato noci avevano migliorato la loro funzione cognitiva fino al 60% rispetto a chi non le aveva mangiate.

Oltre a giovare alla salute del cervello, le noci possono aiutare a migliorare la sensibilità all’insulina, la salute dell’intestino e persino dare una pelle luminosa.

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La banana contrasta molti problemi di salute

La banana è piena di vitamine e minerali. Grazie all’alto contenuto di potassio questo frutto contrasta molti problemi di salute, oltre a proteggere dai problemi digestivi, come la diarrea, rinforza anche la salute delle ossa.

La vitamina D e il calcio da soli non sono sufficienti per un forte sistema scheletrico. Per questo, il supporto di potassio è importante.

La banana, chiamata frutto della felicità, bilancia anche la pressione alta e protegge il corpo dallo stress, migliora il potere probiotico dell’intestino e aiuta il sistema immunitario, rafforzandolo.

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I “fili invisibili” che collegano l’intestino al cervello

È stato pubblicato lo scorso maggio su Scientific Reports uno studio condotto dai ricercatori di Istituto Pasteur Italia e Sapienza Università di Roma che fa luce sui “fili invisibili” che collegano l’intestino al cervello e che contribuisce a chiarire come il microbiota influenzi la nostra salute.

Il microbiota è una collezione di microrganismi residenti nei vari distretti del nostro corpo. Abbiamo, per esempio, il microbiota della pelle, il microbiota vaginale, quello degli occhi e delle vie respiratorie. Il microbiota intestinale, nello specifico, è un ecosistema composto da funghi, virus e batteri che si sono adattati a vivere sulla superficie dell’intestino, sviluppandosi immediatamente dopo la nascita. Alcuni studi (tra cui quest’ultimo) indicano anche l’esistenza di un microbiota del sangue, che viene considerato come un vero e proprio “organo liquido”.

 

Il microbiota si è evoluto insieme all’uomo nel corso dei millenni, tanto che il normale funzionamento del nostro sistema digestivo e di quello immunitario dipende dalla presenza di batteri “buoni” non patogeni. Ci sono migliaia di specie batteriche dentro, sopra di noi e nell’ambiente in cui viviamo con le quali si è instaurato un “rapporto mutualistico” dove un’alterazione della composizione può determinare un collasso del sistema con possibili ripercussioni per l’organismo. Il ruolo più importante nel regolare i vari equilibri tra i diversi organi del corpo umano – i cosiddetti “assi” intestino-cervello, intestino-fegato, intestino-cute etc. – lo svolge proprio il microbiota intestinale. Lo stato di salute dei batteri che popolano il nostro intestino è dunque collegato a quello di altri organi, come il fegato e il cervello.  Determinate malattie si possono manifestare a causa di fattori disturbanti, come per esempio diete sbilanciate, assunzione di antibiotici, sedentarietà o troppa igiene, fattori genetici ed epigenetici, che agiscono di concerto a modificare la composizione del microbiota.

Un recente studio condotto da Valerio Iebba, giovane ricercatore dell’Istituto Pasteur Italia e di Sapienza Università di Roma, utilizza un nuovo approccio sperimentale per descrivere le alterazioni del microbiota in pazienti affetti da cirrosi epatica (malattia degenerativa e cronica del fegato) che si riflettono anche sul cervello. Il lavoro che si avvale della collaborazione di Massimo Levrero (Istituto Italiano di Tecnologia, Roma), e di Manuela Merli e Serena Schippa (Sapienza Università di Roma), è stato pubblicato lo scorso maggio su Scientific Reports.

“Nei soggetti con cirrosi epatica – spiega Valerio Iebba – si verifica un’alterazione del microbiota intestinale tale che batteri patogeni crescono in maniera massiccia e a discapito di quelli benefici. Questi batteri “cattivi”, o i prodotti del loro metabolismo, possono traslocare attraverso il sistema portale dall’intestino al fegato. Qui contribuiscono allo sviluppo di uno stato infiammativo cronico e all’incapacità di smaltire le tossine presenti nel sangue tipica di molte complicanze in pazienti con cirrosi. Una di queste complicanze si manifesta addirittura a livello del cervello: è l’encefalopatia epatica, un malfunzionamento del sistema nervoso che può dare luogo a problemi motori, sensoriali o mentali”. 

 

Il sistema venoso che collega l’intestino al fegato agisce quindi come una sorta di autostrada che permette ai batteri e ai loro metaboliti di giungere al fegato. Quando la composizione dei batteri è spostata a favore di quelli “cattivi” si viene a creare uno squilibrio tale da influenzare in maniera negativa le funzioni di altri organi, come il cervello. Conoscere quali batteri si spostano dall’intestino al fegato in condizioni di salute o di malattia risulta dunque essenziale nella gestione delle complicanze delle malattie croniche epatiche – per prevenire le alterazioni patologiche del microbiota oppure, in casi più gravi, per cercare di ripristinare l’equilibrio a favore dei batteri “buoni”.

“Noi ricercatori di Sapienza e Istituto Pasteur Italia abbiamo scelto di utilizzare un nuovo approccio sperimentale che combina lo studio della sequenza del DNA dei batteri, con quello delle impronte chimiche che i microbi lasciano con i prodotti del loro metabolismo. Questo approccio è stato applicato allo studio del microbiota in biopsie di fegato, nelle feci e nel sangue sia di pazienti affetti da cirrosi che di individui sani. Grazie a questa analisi siamo stati in grado di associare alcune specie di batteri e metaboliti non solo al grado di infiammazione sistemica, ma anche al rischio di sviluppare encefalopatia epatica” – conclude Valerio Iebba.

 

Lo studio fornisce un’indicazione in più a favore dell’evidenza che vi sia un “filo” che collega l’intestino al cervello e suggerisce che alcuni specifici probiotici (batteri buoni assunti come integratori) possano intervenire positivamente, nel caso dei pazienti affetti da cirrosi, limitando e prevenendo l’insorgere dell’encefalopatia epatica.  Futuri studi come questo cercheranno di scoprire, almeno in parte, i “fili invisibili” che collegano l’intestino ad altri organi.

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Mangiare in abbondanza senza ingrassare: un sogno che si realizza

Alcuni ricercatori hanno scoperto, per caso, che spegnendo due geni, si può mangiare in abbondanza senza ingrassare. Durante un esperimento hanno modificato questi due geni in alcuni topi, pensando che questo avrebbe reso obesi gli animali. Invece, nonostante essi seguissero una dieta ricca di grassi, rimanevano magri.

Dopo aver notato lo sviluppo sorprendente dell’esperimento, il team, guidato dalla professoressa Anne Eichmann e dal ricercatore Feng Zang, ha deciso di indagare sul perché.

Ora, le scoperte potrebbero aprire la strada a un nuovo farmaco in grado di aiutare a combattere l’obesità.

Con la modifica di due geni chiave, i topi Invece di trasformare i lipidi assunti con la dieta in grassi, li espellevano e non aumentavano di peso. Il cambiamento aiutava a fermare l’accumulo del grasso corporeo.

In relazione all’uomo i ricercatori dicono che anziché modificare i geni, si potrebbero trovare dei modi con cui poter disattivare due recettori, denominati NRP1 e VEGFR, per avere lo stesso effetto.

I risultati dell’esperimento, pubblicati sulla rivista Science, rivelano che un farmaco in grado di spegnere i due recettori scoperti nello studio è già usato per trattare il glaucoma, ma sono necessarie ulteriori ricerche prima che esso possa essere utilizzato per trattare l’obesità.

“Abbiamo scoperto che tali farmaci chiudono anche i pori dei vasi linfatici nell’intestino e inibiscono l’assorbimento dei grassi”, ha detto Eichmann, aggiungendo che essi “potrebbero essere testati sull’uomo per ottenere degli effetti ipolipemizzanti.”.

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