Invecchiamento, ci sono tre tappe principali

L’invecchiamento è uno dei processi biologici più importanti che colpiscono il corpo, ma rimane relativamente un meccanismo poco conosciuto. Recentemente, un team di biologi di Stanford ha scoperto, attraverso lo studio di diverse migliaia di proteine ​​del sangue, che il corpo invecchia in tre momenti principali: a 34, 60 e 78 anni.

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Grasso addominale sconfitto

Alcuni tipi di grasso della pancia si accumulano intorno agli organi con l’età, contribuendo all’aumento dell’infiammazione e al declino metabolico, secondo un nuovo studio che può offrire altri modi per affrontare le malattie legate all’età.

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La stimolazione del nervo vago può rallentare l’invecchiamento

Solleticare l’orecchio con una piccola corrente elettrica potrebbe rallentare il processo di invecchiamento negli over 55, riequilibrando il sistema nervoso, secondo una nuova ricerca.

Gli scienziati dell’Università di Leeds, hanno scoperto che la stimolazione del nervo vago, che si collega al sistema nervoso del corpo, può portare a una migliore qualità della vita, dell’umore e del sonno.

Il piccolo studio, si è basato su una breve terapia giornaliera, utilizzando una piccola corrente elettrica indolore all’orecchio per due settimane.

I risultati del lavoro, pubblicati sulla rivista Aging, suggeriscono che la terapia potrebbe rallentare alcuni importanti effetti dell’invecchiamento, aiutando le persone a invecchiare in modo più sano.

I ricercatori hanno affermato che ciò potrebbe proteggere le persone dalle malattie croniche associate alla vecchiaia, come l’ipertensione, le malattie cardiache e la fibrillazione atriale.

Tuttavia, sono necessari ulteriori studi per comprendere gli effetti della cura sulla salute a lungo termine.

Il sistema nervoso, che controlla i processi come la digestione, la respirazione e la pressione sanguigna, ha due rami, il simpatico e il parasimpatico, che lavorano uno accanto all’altro per mantenere il corpo sano.

Quando le persone invecchiano, l’equilibrio di questi due rami cambia mentre il ramo simpatico, che prepara il corpo alla risposta “combatti o fuggi”, diventa dominante, rispetto al parasimpatico.

Gli scienziati avevano precedentemente scoperto che la stimolazione del nervo vago all’orecchio, può migliorare l’equilibrio del sistema nervoso nei 30enni sani.

Il nuovo studio dell’Università di Leeds ha scoperto che si verifica un aumento dell’attività parasimpatica e una diminuzione dell’attività simpatica dopo la terapia, dando al sistema nervoso un equilibrio più sano.

I ricercatori hanno anche visto che le persone le quali presentavano un maggiore squilibrio all’inizio dello studio sperimentavano i miglioramenti più pronunciati, dopo la terapia.

L’orecchio è come una porta attraverso la quale possiamo armeggiare con l’equilibrio metabolico del corpo, senza la necessità di cure mediche o procedure invasive”, ha dichiarato l’autore principale dello studio Beatrice Bretherton della School of Biomedical Sciences dell’Università di Leeds.

Il digiuno contrasta le malattie legate all’invecchiamento

In un nuovo studio, pubblicato di recente in Cell Reports, condotto a Irvine e guidato a un ricercatore italiano, è stato trovato che il digiuno influenza i ritmi circadiani nel fegato e nei muscoli dello scheletro, inducendoli a ricablare il loro metabolismo, il che può portare a un miglioramento della salute e della protezione dalle malattie associate all’invecchiamento.

L’orologio circadiano opera all’interno del corpo e dei suoi organi come un meccanismo intrinseco di conservazione del tempo per preservare l’omeostasi in risposta all’ambiente che cambia. E, mentre è noto che il cibo influenza gli orologi nei tessuti periferici, fino ad ora non era chiaro in che modo la mancanza di cibo influenzi la funzione dell’orologio biologico e in definitiva il corpo.

La nuova ricerca è stata condotta utilizzando dei topi, che sono stati sottoposti a periodi di digiuno di 24 ore.

E’ emerso che il digiuno è in grado di riprogrammare una varietà di risposte cellulari, a vantaggio della salute e della protezione contro le malattie associate all’invecchiamento.

Questo studio apre nuove strade di indagine che potrebbero alla fine portare allo sviluppo di strategie nutrizionali per migliorare la salute negli esseri umani, ha detto il suo autore principale Paolo Sassone-Corsi, Direttore del Center for Epigenetics and Metabolism e Donald Bren Professor del Department of Biological Chemistry a Irvine.

Sassone-Corsi aveva mostrato per la prima volta il legame tra ritmo circadiano e metabolismo, circa 10 anni fa, identificando le vie metaboliche attraverso le quali le proteine ​​circadiane percepiscono i livelli di energia nelle cellule.

La pillola che ci farà vivere fino a 150 anni

Una nuova pillola anti-invecchiamento potrebbe aiutare gli esseri umani a vivere fino a 150 anni. Il medicinale, messo a punto dal professor David Sinclair della Harvard Medical School di Boston e dai ricercatori dell’Università del New South Wales potrebbe anche consentire alle persone di far ricrescere i loro organi già nel 2020.

Secondo il dott. Sinclair, il processo, che prevede la riprogrammazione delle cellule, potrebbe persino aiutare i pazienti che hanno avuto una paralisi a spostarsi di nuovo.

I ricercatori hanno scoperto che la durata della vita dei topi trattati con una pillola derivata dalla vitamina B era aumentata almeno del 10%. Hanno anche scoperto che la pillola potrebbe anche avere effetti positivi, riducendo, ad esempio, la perdita dei capelli, dovuta all’invecchiamento, e aumentando il metabolismo negli anziani.

Dopo le dovute sperimentazioni umane, i ricercatori sperano che la pillola possa essere disponibile al pubblico e che possa costare quanto una tazza di caffè giornaliera.

Alla base della nuova tecnica c’è la molecola chiamata nicotinamide adenina dinucleotide (NAD), che si trova in tutte le cellule viventi.

Il NAD svolge un ruolo fondamentale nella regolazione dell’invecchiamento cellulare e nel mantenimento delle corrette funzioni corporee.

La sostanza chimica è già utilizzata come integratore per il trattamento del morbo di Parkinson e per altre patologie.

Il professor Sinclair ha detto che la sua età biologica è diminuita di 24 anni dopo l’assunzione della pillola e ha raccontato che suo padre, 79 anni, ora fa sport acquatici e di montagna, dopo aver usato la molecola un anno e mezzo fa.

Il professore ha anche detto che sua cognata, che aveva avuto la menopausa a 40 anni, ora è di nuovo fertile, dopo aver usato la pillola.

Fonte Daily Mail

L’esercizio fisico rallenta l’invecchiamento

L’esercizio cardio e l’allenamento della forza possono proteggere dall’invecchiamento, secondo un nuovo studio pubblicato sul Journal of American Heart Association.

Le persone anziane che che puntano su questi due tipi di movimento hanno livelli migliori nei biomarcatori chiave del sangue correlati alla salute del cuore.

Il nuovo studio ha trovato che l’attività fisica regolare, a qualsiasi livello, può essere più utile di un allenamento occasionale ad alta intensità.

Nello studio, le persone anziane che passavano meno tempo a stare sedute e più tempo a muoversi avevano meno segni di malattie cardiache.

Il movimento regolare aiuta la mente, oltre al  corpo, e protegge anche da molti aspetti del lento deterioramento fisico.

Per giungere alle loro conclusioni gli scienziati di Bristol, autori del nuovo studio, hanno esaminato lo stato di 1.600 volontari britannici di età compresa tra i 60 e i 64 anni, che avevano indossato dei sensori di frequenza cardiaca per cinque giorni. Hanno analizzato i livelli di attività fisica dei partecipanti, confrontandoli con gli indicatori di malattie cardiache, come i precursori del colesterolo e i livelli di una sostanza chiamata interleuchina-6.

E’ emerso, nel complesso, che i partecipanti che facevano più attività fisica avevano livelli migliori in tutti i biomarcatori.

Gli effetti erano risultati persino evidenti quando i ricercatori avevano esaminato l’attività dei partecipanti in blocchi di 10 minuti. Ogni 10 minuti passati a fare un qualche tipo di movimento, camminare, giocare a tennis o fare giardinaggio, era legato a miglioramenti misurabili, in almeno un tipo di biomarcatore, correlato alla salute del cuore. Viceversa, ogni 10 minuti trascorsi stando seduti era legato a risultati peggiori nei biomarcatori.

I risultati di questo nuovo studio si aggiungono a un crescente numero di prove che suggeriscono che l’attività fisica può ridurre il rischio di malattie cardiache.

Il nuovo studio dice che due forme di esercizio fisico possono essere la chiave per mantenere giovani il cuore e il cervello. L’esercizio aerobico, o cardio, che è il tipo di allenamento che porta il cuore a pompare più sangue oltre a sudare e l’ allenamento per la forza, che aiuta ad evitare l’invecchiamento dei muscoli, che si indeboliscono nel tempo.

Entrambi questi tipi di esercizio fisico sono importanti per il cuore, parti del quale possono irrigidirsi con l’età. Il ventricolo sinistro, che svolge un ruolo chiave nel rifornire il corpo di sangue appena ossigenato, è particolarmente suscettibile ai danni legati all’età.

Un certo irrigidimento nel cuore può essere prevenuto o addirittura invertito con un regolare esercizio aerobico. Il movimento regolare ha anche benefici per l’invecchiamento del cervello.

La demenza triplicherà entro il 2050

Il numero di persone con demenza triplicherà nel mondo, passando dagli attuali 50 milioni ai 152 milioni entro il 2050.

Le informazioni provengono dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), che ha lanciato la scorsa settimana l’Osservatorio mondiale sulla demenza, una piattaforma online che controlla la malattia la cui evoluzione accompagna “l’invecchiamento della popolazione mondiale”.

Il direttore generale dell’OMS, Tedros Ghebreyesus, ha sottolineato che quasi 10 milioni di persone sviluppano la demenza ogni anno. Di questi, 6 milioni vivono nei paesi a basso e medio reddito.

Per il capo dell’agenzia, oltre alle “immense sofferenze” dei pazienti, questa sfida crescente dovrebbe servire da allarme e richiedere più attenzione, per “garantire che tutte le persone che vivono con demenza, ovunque esse siano, abbiano le cure di cui hanno bisogno “.

La demenza costerà all’anno una somma pari a oltre l’1% del prodotto interno lordo globale.