Festa dei nonni: la salute in un bicchiere d’acqua

I nonni, una generazione fondamentale nella società, sono più di 12 milioni. Attivissimi, sono diventati decisivi nelle nostre vite.  L’80 per cento di loro si occupa dei nipoti fino a quando compiono 13 anni.

Sicuramente i senior di oggi hanno uno stile di vita più sano e attivo ma un problema spesso diffuso è la scarsa idratazione. Gli anziani tendono a non sentire il bisogno di bere, mentre è fondamentale anche per loro assumere almeno 1,5 litri di acqua al giorno.

Un modo per rendere più gradevole questa sana abitudine è ricorrere all’acqua frizzante.

Secondo una ricerca SodaStream chi possiede un gasatore è portato a bere di più (64%), in media per un italiano un bicchiere al giorno in più del quantitativo solitamente assunto. Il gasatore domestico inoltre evita il costo e il peso delle bottiglie d’acqua comprate al supermercato. Inoltre passare all’acqua del rubinetto è una scelta eco-sostenibile che riduce il consumo e la dispersione nell’ambiente di bottiglie di plastica monouso.

Secondo un dato SodaStream, grazie all’utilizzo dell’acqua del rubinetto e dei gasatori domestici, sono state utilizzate 6 miliardi di bottigliette di plastica in meno dal 2008 a oggi.

Per cui…Il regalo perfetto per i nostri nonni? Un gasatore domestico.

Anziani diabetici: l’insulina spesso non è l’opzione migliore

L’uso persistente di insulina tra gli anziani in cattive condizioni di salute è legato a un aumentato rischio di ipoglicemia e a limitati benefici futuri per la salute, secondo un nuovo studio pubblicato questa settimana su JAMA Internal Medicine.

In effetti, le principali organizzazioni mediche raccomandano di ridurre l’intensità del trattamento del diabete negli anziani che hanno condizioni di salute multiple e limitanti. Ma i ricercatori hanno scoperto che si sta verificando la pratica opposta.

Per giungere a queste conclusioni il dottor Richard W. Grant, ad Oakland, in California, col suo team ha seguito oltre 21.000 persone con diabete di tipo 2, che erano di età compresa tra i 75 e i 79 anni.

Quasi un quinto dei pazienti usava l’insulina all’inizio dello studio e, tra quel gruppo, solo circa un terzo ha poi interrotto il suo uso nei successivi 4 anni.

L’uso di insulina era più alto tra gli anziani in cattive condizioni di salute con una grave malattia allo stadio terminale (al 29%) e quelli con stato di salute intermedio che avevano almeno altre due condizioni di salute (il 28% usava l’insulina). Al contrario, solo l’11% di quelli in buona salute usava l’insulina.

“Questi risultati suggeriscono la necessità di allineare meglio la pratica attuale con le linee guida che supportano la riduzione dell’intensità del trattamento con il declino dello stato di salute, ha scritto Grant.

“Rivisitare la necessità di farmaci potenzialmente dannosi come l’insulina quando i rischi superano i benefici può aiutare a ridurre gli eventi avversi come l’ipoglicemia e a migliorare la qualità delle cure nei pazienti più anziani”, ha concluso l’esperto.

Un po’ di caffè aiuta gli anziani a non cadere

Il consumo regolare di caffè è associato ad un minor rischio di cadute, negli anziani.

Precedentemente, il consumo di questa bevanda era stato collegato a un minor rischio di diabete di tipo 2 e di malattie cardiovascolari, ora, alcuni ricercatori spagnoli, tra cui quelli dell’Università Autonoma di Madrid (UAM), hanno condotto uno studio per chiarire gli effetti sulla salute del consumo di caffè negli anziani.

I risultati dello studio, pubblicati sull’American Journal of Clinical Nutrition, hanno indicato che il consumo di caffè è associato a un minor rischio di cadute, una delle principali cause di lesioni, disabilità e morte prematura negli anziani.

Lo studio è iniziato nel 2008-2010 su 3.289 spagnoli, di età superiore ai 60 anni, provenienti da tutto il paese e nel 2006-2010 su 81.720 partecipanti di oltre 60 anni, provenienti da tutto il Regno Unito.

Entrambi gli studi, inizialmente, hanno raccolto informazioni sociodemografiche, di stili di vita, sullo stato di salute e malattia, oltre a campioni di sangue e urine. Successivamente, i partecipanti sono stati seguiti ininterrottamente, per 7 anni, nel caso dei partecipanti spagnoli, e per 10 anni, nel caso degli abitanti del Regno Unito.

E’ emerso che i partecipanti, i quali avevano consumato più caffè e caffeina avevano avuto un rischio minore di cadere.

Gli autori sottolineano che sebbene i risultati di questi studi siano coerenti nelle due popolazioni con stili di vita e caratteristiche sociodemografiche differenti, sono necessari ulteriori studi per confermare le associazioni, in altre popolazioni, e per stabilire quali componenti del caffè aiutino gli anziani a cadere di meno.

L’esercizio fisico allontana l’Alzheimer negli anziani

L’esercizio fisico regolare non è solo buono per la memoria con l’avanzare dell’età, ma sembra anche aiuti a prevenire lo sviluppo dei segni fisici dell’Alzheimer, in coloro che sono a rischio di malattia, afferma un nuovo lavoro, condotto tramite tre ricerche.

Per giungere a questa conclusione, nella prima ricerca, gli studiosi hanno esaminato 317 partecipanti iscritti nel registro del Wisconsin per la prevenzione dell’Alzheimer.

Nel secondo studio, i ricercatori hanno analizzato 95 persone, sempre iscritte al registro, a cui erano stati assegnati dei punteggi in base al rischio poligenico, ossia relativo al fatto che possedessero determinati geni associati all’Alzheimer.

Allo stesso modo, il terzo studio ha esaminato la risonanza magnetica di 107 individui del registro che erano stati invitati a correre su un tapis roulant per determinare la loro efficienza nell’assorbimento dell’ossigeno, una misura della forma fisica aerobica.

La partecipazione al registro comprendeva una valutazione iniziale dei fattori biologici, di salute e di stile di vita, associati alla malattia di Alzheimer, e valutazioni ogni due o quattro anni.

Tutti i partecipanti avevano completato un questionario sulla loro attività fisica ed erano stati sottoposti a test neuropsicologici e a scansioni a cerebrali per misurare diversi biomarcatori associati alla malattia di Alzheimer.

I ricercatori hanno confrontato i dati degli individui di età inferiore ai 60 anni con gli adulti più anziani e hanno riscontrato una diminuzione delle capacità cognitive e un aumento dei biomarcatori associati alla malattia di Alzheimer, negli individui più anziani.

Tuttavia, gli effetti erano significativamente più deboli negli adulti più anziani che avevano riferito di essersi impegnati in almeno 30 minuti di esercizio fisico moderato, per cinque giorni alla settimana.

Complessivamente, questi studi suggeriscono che l’effetto negativo dell’invecchiamento e del rischio genetico sui biomarcatori e sulla cognizione della malattia di Alzheimer, possono essere ridotti negli adulti fisicamente attivi e più anziani a rischio di malattia, rispetto ai coetanei meno attivi, hanno detto i ricercatori.

Anziani in estate: disidratazione, fratture, solitudine

L’estate per molti significa stacco, occasione di vacanze e di riposo alla ricerca di benessere. Per gli anziani, invece, è periodo di cambiamenti dovuti alle partenze e al rischio di sentirsi soli e isolati o abbandonati. Traumi, disidratazione e scarsa aderenza alle terapie farmacologiche sono i pericoli più comuni. Basterebbe guardare i dati dei mesi più caldi del 2015 quando, a causa delle temperature estreme, si è registrato un eccesso di mortalità di anziani, provocando una leggera, ma comunque importante, flessione sull’aspettativa di vita dell’ intero 2015. Dati che, fortunatamente, sono leggermente rientrati nel corso degli anni a seguire. Ma cosa ci aspetterà nel 2019 non ci è ancora dato di saperlo. Tuttavia ci sono dei rischi che non occorre sottovalutare.

I DATI ISTAT – Italia in “recessione demografica”- Il nostro è un paese di vecchi, secondo al mondo per longevità soltanto al Giappone. Si contano, infatti, oltre 15mila persone sopra i 100 anni. All’inizio del 2019 gli italiani con più di 85 anni, invece, sono 2,2 milioni, il 3,6% del totale della popolazione residente (15,6% della popolazione di 65 anni e oltre). Siamo sempre di meno e sempre più vecchi. Calano le nascite, anche perché, complice l’assenza di un lavoro stabile, sono pochi i giovani che lasciano la famiglia di origine e decidono di sposarsi facendo figli. Aumentano i decessi ma non il numero delle vedove, superato dalle anziane coniugate grazie all’aumento di sopravvivenza degli uomini. Dal 2015 i residenti nel nostro Paese sono in diminuzione: 60,4 milioni al primo gennaio di quest’anno, oltre 400mila in meno rispetto al primo gennaio di quattro anni fa. Un “declino demografico” che si spiega con un’ evidente riduzione delle nascite (439mila bambini iscritti all’anagrafe lo scorso anno, ben 140mila in meno rispetto al 2008) a fronte di un aumento dei decessi (633mila nel 2018, circa 50mila in più di 11 anni fa).

I RISCHI DELL’ESTATE – Per i soggetti malati anziani sono due i principali ordini di rischi durante i mesi estivi. Il primo è legato al clima, alle temperature estreme. Il caldo e l’afa, infatti, possono essere pericolosi, anche mortali, per la salute degli anziani. Non è un caso che durante l’estate possa osservarsi un aumento della mortalità rispetto alle stagioni più miti, soprattutto tra i soggetti più fragili. Il secondo possibile rischio, invece, è strettamente legato alla possibile alterazione, durante i periodi di ferie, della qualità e dell’ intensità dell’ assistenza, di solito garantita da familiari, badanti e organizzazioni di assistenza domiciliare. Una diminuita sorveglianza e assistenza si traducono, per esempio, in un maggior rischio di cadute, ma anche in un diminuito controllo della corretta assunzione di farmaci, alimenti e liquidi, oppure infine in una ritardata identificazione di peggioramenti acuti di malattie.

“Mentre nei mesi invernali – sottolinea Filippo Fimognari, Presidente SIGOT, Società Italiana di Geriatria Ospedale e Territorio e Direttore della Geriatria dell’ Azienda Ospedaliera di Cosenza – notiamo che tra gli anziani prevalgono gli accessi in Ospedale per patologie infettive respiratorie acute (in parte legate all’ epidemia influenzale stagionale), che poi possono a loro volta determinare scompensi “a cascata” di altri organi, nei mesi estivi vi è un aumento di ricoveri dovuti a disidratazione: la perdita di liquidi e di acqua può avere gravi ripercussioni sullo stato di salute degli anziani fragili.

CADUTE E FRATTURE DEL FEMORE – Le cadute, come già accennato, rappresentano una vera e propria sindrome geriatrica, perché l’ “evento caduta” è sempre l’ effetto finale di una serie di modificazioni organiche che precedono di molto la caduta in sé. Occorre sempre la massima attenzione, quindi, nell’ identificazione precoce di questi segni di decadimento delle capacità funzionali.

“Le conseguenze più ricorrenti – spiega Amedeo Zurlo, Direttore della Geriatria dell’Ospedale Universitario di Ferrara – sono le fratture ossee, che costituiscono un problema spesso trascurato, sia in ambito clinico che in termini di percezione da parte dell’ opinione pubblica. Le più comuni, nonché in aumento a causa di polimorbidità e fragilità, sono quelle di femore: in Italia se ne contano più di 120mila l’anno, l’80% di queste a carico di ultra75enni. A distanza di 1 anno dalla frattura questi incidenti possono determinare la morte nel 20-30% dei casi, e una grave disabilità nel 40%. A tal proposito noi Geriatri proponiamo l’ Ortogeriatria, una metodologia che è in grado di prendere in carico il paziente dal suo ingresso in Ospedale sino al recupero funzionale, attraverso un’attività di integrazione multidisciplinare del Geriatra con l’Ortopedico e con le altre figure specialistiche interessate, come Anestesista, Fisiatra, Fisioterapista e Infermiere”.

IL RUOLO DELL’OSPEDALE – L’Ospedale si conferma luogo di soccorso per tutti gli anziani, soprattutto d’estate. “I pazienti anziani – aggiunge Fimognari – hanno spesso quadri clinici acuti, gravi e complessi che possono essere curati al meglio solo in Ospedali moderni e ben attrezzati. Inoltre, gli anziani spesso cercano nel nostro personale e nelle nostre strutture conforto e sicurezza. Questo vale in tutti periodi dell’anno, ma è evidente che in una fase dell’anno in cui tutto chiude, o comunque va a rilento, l’Ospedale, sempre aperto, diviene il punto di riferimento più immediato per la salute di tutti. Superato l’ evento acuto, d’ estate diventa ancora più difficile per l’ Ospedale dimettere anziani stabilizzati ma ancora bisognosi di cure a lungo termine. Questo a causa dell’ insufficiente sviluppo, soprattutto nelle Regioni del Sud, dell’ assistenza “territoriale”, che d’ estate mostra ancora di più i suoi limiti ricettivi”.

LA SOLITUDINE DEI SOGGETTI FRAGILI – Un altro fenomeno che deve essere ricordato è quello della solitudine, che può interessare tutti gli anziani, indipendentemente dal loro stato di salute. Durante l’ estate, inoltre, l’ assistenza agli anziani non autosufficienti può essere compromessa da periodi di discontinuità o dalla rotazione di personale imposta dalle ferie. Da un lato, questo può peggiorare lo stato di salute e le condizioni psicologiche degli anziani malati e disabili. Dall’ altro, possono osservarsi più frequentemente i cosiddetti “ricoveri ospedalieri sociali” o di “sollievo”: in alcuni casi, infatti, la famiglia ritiene di non poter più sostenere l’ enorme carico assistenziale imposto dall’ anziano disabile, e chiede – anche senza una vera ragione medica – l’intervento del Sistema Sanitario Nazionale e, quindi, del Pronto Soccorso.

I vaccini fondamentali per i pazienti fragili

A rischio anziani, bambini, malati cronici

Complessivamente, si tratta di milioni di pazienti che sono colpiti da germi di norma innocui per un individuo sano e che debbono essere garantiti –sottolinea il Prof. Carlo Federico Perno – Si tratta di  una forma di medicina personalizzata da prendere in considerazione nel momento in cui un soggetto vada incontro a forme di immuno-compromissione”

Chi sono I pazienti fragili? Quali criteri sono alla base di una loro individuazione? Le vaccinazioni del paziente fragile rappresentano un argomento emergente nel panorama sanitario italiano. Le vaccinazioni, in genere, si rivolgono a due categorie di persone: soggetti sani (spesso in età infantile o adolescenziale), con scopo preventivo, e sono le vaccinazioni classiche; i pazienti con un sistema immunitario compromesso e dunque più facilmente soggetti ad agenti patogeni, altrimenti di rilevanza marginale nella persona sana. Questi pazienti sono particolarmente vulnerabili di fronte a certi virus, come l’HPV, il morbillo, l’herpes zoster, l’influenza, ma anche di fronte a batteri come lo pneumococco ed il meningococco.

Il paziente fragile è colui che per malattie intercorrenti, per farmaci assunti, per malnutrizione o per altre situazioni di debolezza è soggetto a patologie che sono molto meno comuni nella persona sana – evidenzia il Prof. Carlo Federico Perno, Professore di Microbiologia all’Università Statale di Milano. – Il paziente fragile sta diventando sempre più comune nelle nostre strutture, in quanto include una parte di popolazione crescente: chi ha patologie tumorali, chi fa uso di farmaci biologici che agiscono sul sistema immunitario, chi per età ha un sistema immunitario più fragile, chi prende farmaci immunosoppressivi, come i trapiantati. Complessivamente, si tratta di milioni di individui, che sono soggetti a germi normalmente innocui per una persona sana. Queste persone devono essere protette: questi vaccini non sempre sono gli stessi raccomandati per l’infanzia; essi rappresentano una forma di medicina personalizzata da prendere in considerazione nel momento in cui un soggetto vada incontro a forme di immuno-compromissione”.

IL MODELLO LOMBARDIA – La Lombardia è una regione molto sensibile sui temi attinenti alla salute e da sempre fa da traino nella salute pubblica nazionale. Nei confronti del paziente fragile mostra particolare sensibilità. La prevenzione ha anche un rilievo socioeconomico non trascurabile.