I batteri resistenti agli antibiotici possono essere controllati

I batteri resistenti agli antibiotici possono essere controllati se si agisce rapidamente. I ricercatori dell’Università Ebraica di Gerusalemme (Israele) hanno dimostrato che i batteri resistenti possono essere trattati con le terapie attualmente disponibili.

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Spesso inutili gli antibiotici prescritti dai dentisti

Gli antibiotici prescritti dai dentisti a scopo di prevenzione contro le infezioni sono, nell’81 per cento dei casi, del tutto inutili.

Secondo uno studio pubblicato sulla rivista “JAMA Network Open”, gli antibiotici prescritti quando non sono giustificati contribuiscono al problema della resistenza agli antibiotici.

Gli antibiotici preventivi inutili forniscono ai pazienti dei rischi che superano i benefici.

Gli antibiotici sono raccomandati come profilassi prima alcune procedure odontoiatriche per i pazienti con alcuni tipi di patologie cardiache.

I ricercatori dell’University of Illinois-Chicago hanno utilizzato un database nazionale di reclami per l’assistenza sanitaria per esaminare quasi 170.000 prescrizioni antibiotiche date dai dentisti dal 2011 al 2015.

Le prescrizioni avevano coinvolto più di 90.000 pazienti, il 57 per cento femmine, con un’età media di 63 anni.

I ricercatori hanno anche esaminato le prescrizioni trovando che esse erano inutili nell’85 per cento dei casi.

Tra i pazienti che avevano ricevuto prescrizioni di antibiotici inutili, la clindamicina era stato il farmaco più comune, e gli impianti erano stati il motivo più tipico di prescrizione.

Più a rischio di ictus assumendo troppi antibiotici

Le donne che assumono antibiotici per un lungo periodo di tempo sono a maggior rischio di infarto o di ictus, secondo una nuova ricerca condotta su quasi 36.500 donne.

Lo studio, pubblicato sull’European Heart Journal, ha rilevato che le donne di età pari o superiore a 60 anni che assumevano antibiotici per due o più mesi, avevano un maggior rischio di malattie cardiovascolari, ma la lunga durata dell’uso di antibiotici poteva essere anche associata ad un aumentato rischio di malattia durante mezza età (40-59 anni). I ricercatori non hanno riscontrato alcun aumento del rischio nell’uso di antibiotici da parte dei giovani adulti di età compresa tra i 20 e i 39 anni.

Il professor Lu Qi, direttore del centro di ricerca sull’obesità della Tulane University, a New Orleans, e professore della Harvard TC Chan School of Public Health, Boston, USA, che ha condotto la ricerca, dice che un possibile motivo per cui l’uso di antibiotici è collegato ad un aumentato rischio di malattie cardiovascolari è perché gli antibiotici alterano l’equilibrio del microambiente nell’intestino, distruggendo i batteri probiotici e aumentando la prevalenza di virus e di altri batteri o microrganismi che possono causare delle malattie.

“L’uso di antibiotici è il fattore più critico nell’alterazione dell’equilibrio dei microrganismi nell’intestino. Studi precedenti avevano già mostrato un legame tra le alterazioni dell’ambiente microbiotico dell’intestino e l’infiammazione, il restringimento dei vasi sanguigni, l’ictus e le malattie cardiache”, ha spiegato.

Per giungere a queste conclusioni, i ricercatori hanno studiato 36.429 donne che avevano preso parte allo studio sulla salute degli infermieri, in corso negli Stati Uniti, dal 1976. La ricerca attuale ha esaminato i dati relativi al periodo 2004 – 2012.

Nel 2004, le donne avevano almeno 60 anni ed è stato chiesto loro quanto avessero usato antibiotici quando erano giovani (20-39 anni), quando erano nella mezza età (40-59 anni) o più anziane (60 anni e più). I ricercatori hanno poi suddiviso le donne in quattro gruppi: quelle che non avevano mai assunto antibiotici, quelle che li avevano assunti per periodi di tempo inferiori a 15 giorni, quelle che li avevano presi per un periodo che andava da 15 giorni a due mesi e quelle che li avevano assunti per due mesi o più.

In un periodo di circa otto anni, durante il quale le donne avevano continuato a compilare i questionari ogni due anni, 1056 partecipanti hanno sviluppato delle malattie cardiovascolari.

Dopo gli aggiustamenti fatti per tener conto dei fattori che possono influenzare i risultati, come età, razza, sesso, dieta, stile di vita, sovrappeso, obesità, malattie, uso di farmaci, i ricercatori hanno scoperto che le donne che avevano usato gli antibiotici per due mesi o più, nella tarda età, avevano avuto il 32% più probabilità di sviluppare delle malattie cardiovascolari, rispetto alle donne che non avevano usato gli antibiotici. Le donne che avevano assunto antibiotici per più di due mesi nella mezza età avevano avuto un rischio aumentato per le malattie cardiovascolari del 28%, rispetto alle donne che non li avevano assunti.

Questi risultati indicano che, tra le donne che assumono antibiotici per due mesi o più in età adulta, 6 donne su 1.000 sviluppano una malattia cardiovascolare, rispetto alle 3 donne per 1.000 per quelle che non assumono antibiotici.

Il primo autore dello studio, dottor Yoriko Heianza. ricercatore nella Tulane University, ha affermato: “Studiando la durata dell’uso di antibiotici in varie fasi dell’età adulta, abbiamo trovato un’associazione tra l’uso a lungo termine nella mezza età e in età avanzata e un aumento del rischio di ictus e malattie cardiache negli otto anni seguenti.

Le donne, invecchiando, hanno maggiori probabilità di aver bisogno di più antibiotici e, a volte, per periodi di tempo più lunghi, il che suggerisce che un effetto cumulativo potrebbe essere la ragione del legame più forte, nell’età avanzata, tra l’uso di antibiotici e le malattie cardiovascolari”, ha spiegato l’esperto.

Le ragioni più comuni per l’uso di antibiotici nelle donne dello studio erano state le infezioni respiratorie, le infezioni del tratto urinario e i problemi dentali.

Il prof. Qi ha concluso: “Questo è uno studio osservazionale e quindi non può dimostrare che gli antibiotici causano malattie cardiache e ictus, ma solo che esiste un legame tra di loro…Il nostro studio suggerisce che gli antibiotici dovrebbero essere usati solo quando sono assolutamente necessari. Considerando gli effetti avversi potenzialmente cumulativi, è meglio usare queste medicine per un breve periodo di tempo”.

Antibiotico-resistenza: l’appello alle Istituzioni

L’appello alle Istituzioni in occasione della Settimana mondiale sull’uso consapevole degli antibiotici (World Antibiotic Awareness Week, 12-18 November 2018) e della Giornata europea degli antibiotici (18 novembre)

In occasione della Settimana mondiale sull’uso consapevole degli antibiotici (World Antibiotic Awareness Week, 12-18 November 2018) e della Giornata europea degli antibiotici (18 novembre), l’intervento e l’appello alle Istituzioni di Marco Tinelli, Tesoriere della SIMIT, Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali, già Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Malattie Infettive e Tropicali – Azienda Ospedaliera di Lodi e Presidente del 7° Congresso Internazionale AMIT, Argomenti di Malattie Infettive, che si terrà nel marzo 2019 a Milano.

L’attenzione sia delle istituzioni che dei media al fenomeno dell’antibiotico-resistenza negli ultimi anni, ha finalmente evidenziato la fondamentale importanza di porre in atto interventi di prevenzione non più dilazionabili nel nostro Paese. E’ di pochi giorni fa un allarmante articolo edito dalla prestigiosa rivista “The Lancet Infectious Diseases”, firmato da autori appartenenti al Centro Europeo per il Controllo delle Malattie Infettive (ECDC) e facente capo alla UE, che si è basato su un modello statistico denominato DALYs sviluppato su dati del 2015 e forniti da una rete di sorveglianza europea sulle resistenze batteriche (Ears-Net).

Tale modello descrive il “peso sanitario” delle infezioni da batteri multi–resistenti, cioè come esse incidono clinicamente sul determinismo della mortalità e sull’induzione di una disabilità ad esse conseguente. Pur con i limiti di un modello statistico, si evince che nei Paesi dell’Unione europea si sono verificati 671.689 casi di infezioni antibiotico-resistenti, a cui sono attribuibili 33.110 decessi e 874.541 condizioni di disabilità. Il DALYs dimostra anche come le fasce di età più colpite sono i bambini nei primi mesi di vita e gli anziani.Drammaticamente, si evince anche che in Italia si è purtroppo verificato addirittura un terzo di tutti i decessi (pari a 10 mila morti) correlati all’antibiotico resistenza rispetto al resto d’Europa. Non è, del resto, la prima volta che il nostro Paese esce estremamente malconcio da valutazioni internazionali sul problema delle infezioni.

A gennaio dello scorso anno una delegazione di esperti, nominata sempre dall’ECDC e dopo avere visitato alcuni ospedali in tre regioni italiane, aveva pesantemente evidenziato come“la situazione della resistenza antimicrobica nelle regioni e negli ospedali italiani rappresenta una grave minaccia per la salute pubblica del Paese” e che “sembra che i dati relativi alla resistenza antimicrobica siano accettati e considerati ineluttabili.” Inoltre, le più recenti rilevazioni epidemiologiche internazionali sulla resistenza batterica agli antibiotici dimostrano come in Italia non si è avuta alcuna riduzione percentuale.

Alcuni batteri, molto rilevanti dal punto di vista clinico come ad esempio Klebsiella pneumoniae, sviluppano resistenze ad alcune classi di antibiotici come i carbapenemi considerati una volta “salvavita”, tra le più alte in Europa pari al 33,5% subito dopo la Grecia. Di fronte a questi ripetuti “allarmi rossi” allora che fare ? Certamente un passo avanti è stato fatto con la pubblicazione del PNCAR (Piano di nazionale di controllo dell’antibiotico-resistenza) lo scorso hanno dove viene bene evidenziato l’obiettivo primario per il contenimento della diffusione dell’antibiotico resistenza: l’approccio “One Health”. Il significato di “One Health” deve essere inteso come una visione della salute non settoriale ma di insieme: infatti, le resistenze si trovano e si diffondono non solo a livello umano ma anche animale e nell’ambiente .

Purtroppo, dopo la pubblicazione del Piano, che prevedeva investimenti e risorse dedicate nei vari settori, nulla si è ancora concretamente visto. E’ evidente che di fronte ad una “grave minaccia per la salute pubblica del Paese”, bisogna correre ai ripari immediatamente. Non bastano i semplici recepimenti del PNCAR da parte delle regioni italiane (e non tutte) ma occorre che vengano sviluppati, seguendo le indicazioni contenute nello stesso Piano, provvedimenti realmente operativi a livello comunitario e negli ospedali. In alcune regioni italiane ed a macchia di leopardo, già in precedenza, era stato gestito il problema dell’antibiotico resistenza in modo appropriato ma senza una centralizzazione con poteri decisionali a livello di scala nazionale, i risultati sono difficili se non impossibili da raggiungere. Con l’attuale legislazione basata sulla regionalizzazione della sanità, prevedere un reale coordinamento centrale tra le regioni per la gestione del fenomeno antibiotico resistenza non è possibile, malgrado si convocano spesso riunioni e tavoli di confronto inter – regionali. I batteri si diffondono ovunque non conoscendo le frontiere e tantomeno non il titolo V della costituzione sull’autonomia delle regioni. La UE, ancora una volta, mette molto bene in evidenza come in Italia: “manca un reale coordinamento a tutti i livelli e tra i livelli.”

Malgrado i molti sforzi e la buona volontà delle istituzioni e di molte Società Scientifiche Italiane per migliorare questa drammatica situazione (ad es. la SIMIT- Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali ha fatto moltissime iniziative a livello della ricerca scientifica, della formazione e della comunicazione attraverso i più importanti media nazionali), questo non basta. Il Governo deve necessariamente prevedere che nel DEF 2019 vi sia una quota di investimenti dedicata e vincolata alla gestione del problema “antibiotico resistenza” almeno per alcune priorità più urgenti ed indilazionabili. Con la facile logica di fare tutto “iso-risorse” non si va da nessuna parte ed attualmente, in questa drammatica partita, il nostro Paese è il fanalino di coda dell’Europa.

Siamo all’inizio dell’epidemia influenzale: cosa fare

“E’ importante ricordare che l’influenza è una malattia virale e pertanto gli antibiotici, che sono attivi contro i batteri, non hanno alcuna indicazione”, sottolinea il Prof. Massimo Andreoni, Docente di Malattie Infettive all’Università Tor Vergata di Roma e Direttore Scientifico Simit

In Italia l’attività dei virus influenzali è ai livelli di base e quindi siamo all’inizio dell’epidemia influenzale che come ogni anno raggiungerà il picco nei mesi di dicembre e gennaio. In particolare, nell’ultima settimana di ottobre l’incidenza totale è stata pari a 1,17 casi per 1000 persone. Il numero di casi stimati in questa ultima settimana è stato pari a circa 71mila, per un totale, dall’inizio della sorveglianza, di circa 125mila casi. “In questo momento è difficile stabilire quanti saranno i casi certificati di influenza quest’anno – spiega il Prof. Massimo Andreoni, Docente di Malattie Infettive all’Università Tor Vergata di Roma e Direttore Scientifico Simit, Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicalima probabilmente non si discosteranno da quelli dello scorso anno che sono stati più di tre milioni”.

I SINTOMI – I sintomi iniziali sono il coinvolgimento prima delle alte vie aeree con raffreddore e lacrimazione, successivamente delle basse vie con tosse, e febbre. Frequenti sono i dolori muscolari a cui possono associarsi delle complicazioni, alcune volte gravi, che possono interessare il sistema cardiocircolatorio e il sistema nervoso centrale, oltre che una polmonite complicata da una sovra infezione batterica.

ATTENZIONE AI FARMACI – “L’arrivo dell’influenza coincide sempre con un aumento spropositato dell’uso degli antibiotici. E’ importante ricordare – aggiunge il Prof. Andreoni – che l’influenza è una malattia virale e pertanto gli antibiotici, che sono attivi contro i batteri, non hanno alcuna indicazione. Quindi solo nei casi complicati e dietro indicazione medica possono essere utilizzati gli antibiotici. Per la cura dell’influenza esistono farmaci antivirali specifici attivi quindi contro i virus influenzali che per essere efficaci devono essere utilizzati precocemente, nelle prime ore dell’infezione, e sono riservati a quei pazienti che sono a rischio di gravi complicanze. In tutti gli altri casi i farmaci da utilizzare sono anti-infiammatori delle prime vie aeree e antipiretici”.

SOGGETTI PIU’ A RISCHIO L’influenza è pericolosa soprattutto per alcune categorie ritenute a rischio, che potrebbero avere tantissime complicanze, sino alla morte. Tra questi, i cardiopatici, i diabetici, le persone colpite da insufficienza renale cronica, e tutti coloro che hanno patologie croniche fortemente debilitanti. Inoltre sono considerate a rischio tutti gli over 65.

COME PREVENIRE E COMBATTERE L’INFLUENZA – “Nessun alimento è in grado di prevenire l’influenza – sottolinea il Prof. Massimo Andreoni – invece una alimentazione ricca di Sali minerali e di vitamine, in particolare la vitamina C aiuta a guarire prima dall’influenza. È fondamentale ricordare che la vaccinazione rimane il principale strumento di prevenzione dell’influenza”.

Inoltre, secondo gli specialisti della SIMIT, per ridurre la trasmissione del virus dell’influenza, è importante mettere in atto anche misure di protezione personali (non farmacologiche) come per esempio:

lavaggio delle mani (in assenza di acqua, uso di gel alcolici);

buona igiene respiratoria (coprire bocca e naso quando si starnutisce o tossisce, trattare i fazzoletti e lavarsi le mani);

isolamento volontario a casa delle persone con malattie respiratorie febbrili specie in fase iniziale;

uso di mascherine da parte delle persone con sintomatologia influenzale quando si trovano in ambienti sanitari (ospedali).

INDICAZIONI PER BAMBINI E ANZIANI – “Nelle epidemie influenzali – conclude il Prof. Andreoni – spesso vengono coinvolti anche i bambini più piccoli per i quali la frequentazione degli asili diventa un fattore di rischio per l’acquisizione dell’infezione. A tal fine è importante ricordare che il vaccino antinfluenzale è indicato per tutti i soggetti sopra i 6 mesi di età che desiderano evitare la malattia influenzale e che non abbiano specifiche controindicazioni; prima dei 6 mesi di vita il vaccino non è sufficientemente immunogenico. È bene tenere presente che, la protezione indotta dal vaccino si realizza due settimane dopo l’inoculazione e perdura per un periodo di sei-otto mesi dopo i quali tende a declinare, quindi è necessario sottoporsi a vaccinazione antinfluenzale all’inizio di ogni nuova stagione influenzale. In questi giorni diventa quindi fondamentale che le persone a maggior rischio, in particolare i soggetti più anziani, eseguano la vaccinazione per trovarsi protetti nelle prossime settimane quando ci sarà la massima circolazione dei virus influenzali”.

Tosse: il miele è meglio degli antibiotici

Il miele dovrebbe essere raccomandato nel trattamento della tosse, secondo i medici inglesi.

Nelle linee guida proposte dal National Institute for Health and Care Excellence (NICE), si dice che i medici britannici non dovrebbero inviare i pazienti con la tosse in farmacia, ma in cucina, in modo che possano prendere un cucchiaio di miele.

Gli antibiotici non dovrebbero essere raccomandati come primo trattamento per la tosse, perché, nella maggior parte dei casi, non aiutano a combattere i sintomi causati da raffreddore, influenza o bronchite.

Le nuove raccomandazioni del sistema sanitario britannico sono specificamente dirette ai medici, al fine di minimizzare l’utilizzo indiscriminato degli antibiotici, contro cui proliferano le resistenze.

Esistono già alcune prove che il miele aiuta ad alleviare i sintomi della tosse.

Solo se la tosse peggiora e la persona si sente molto male o senza fiato possono essere necessarie altre cure.

Nella maggior parte dei casi, la tosse è causata dai virus, che non sono curabili con gli antibiotici, ma sono spesso contrastati naturalmente dal corpo.

Il NICE ha sollevato queste raccomandazioni perché, nonostante ciò, recenti ricerche hanno rilevato che il 48% dei medici britannici prescrive antibiotici indiscriminatamente per la tosse o la bronchite.