Rischio Parkinson con troppi antibiotici

Un maggior uso di antibiotici orali è correlato a un aumento di rischio per la malattia di Parkinson, secondo un nuovo studio condotto dai ricercatori dell’Ospedale Universitario di Helsinki (Finlandia).

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© Alexis Leclercq Photographie / All rights reserved / www.alexisleclercq.fr L'esercizio
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Spesso inutili gli antibiotici prescritti dai dentisti

Gli antibiotici prescritti dai dentisti a scopo di prevenzione contro le infezioni sono, nell’81 per cento dei casi, del tutto inutili.

Secondo uno studio pubblicato sulla rivista “JAMA Network Open”, gli antibiotici prescritti quando non sono giustificati contribuiscono al problema della resistenza agli antibiotici.

Gli antibiotici preventivi inutili forniscono ai pazienti dei rischi che superano i benefici.

Gli antibiotici sono raccomandati come profilassi prima alcune procedure odontoiatriche per i pazienti con alcuni tipi di patologie cardiache.

I ricercatori dell’University of Illinois-Chicago hanno utilizzato un database nazionale di reclami per l’assistenza sanitaria per esaminare quasi 170.000 prescrizioni antibiotiche date dai dentisti dal 2011 al 2015.

Le prescrizioni avevano coinvolto più di 90.000 pazienti, il 57 per cento femmine, con un’età media di 63 anni.

I ricercatori hanno anche esaminato le prescrizioni trovando che esse erano inutili nell’85 per cento dei casi.

Tra i pazienti che avevano ricevuto prescrizioni di antibiotici inutili, la clindamicina era stato il farmaco più comune, e gli impianti erano stati il motivo più tipico di prescrizione.

Le donne che assumono antibiotici per un lungo periodo di tempo sono a maggior rischio
L'appello alle Istituzioni in occasione della Settimana mondiale sull'uso consapevole degli antibiotici (World Antibiotic Awareness

Più a rischio di ictus assumendo troppi antibiotici

Le donne che assumono antibiotici per un lungo periodo di tempo sono a maggior rischio di infarto o di ictus, secondo una nuova ricerca condotta su quasi 36.500 donne.

Lo studio, pubblicato sull’European Heart Journal, ha rilevato che le donne di età pari o superiore a 60 anni che assumevano antibiotici per due o più mesi, avevano un maggior rischio di malattie cardiovascolari, ma la lunga durata dell’uso di antibiotici poteva essere anche associata ad un aumentato rischio di malattia durante mezza età (40-59 anni). I ricercatori non hanno riscontrato alcun aumento del rischio nell’uso di antibiotici da parte dei giovani adulti di età compresa tra i 20 e i 39 anni.

Il professor Lu Qi, direttore del centro di ricerca sull’obesità della Tulane University, a New Orleans, e professore della Harvard TC Chan School of Public Health, Boston, USA, che ha condotto la ricerca, dice che un possibile motivo per cui l’uso di antibiotici è collegato ad un aumentato rischio di malattie cardiovascolari è perché gli antibiotici alterano l’equilibrio del microambiente nell’intestino, distruggendo i batteri probiotici e aumentando la prevalenza di virus e di altri batteri o microrganismi che possono causare delle malattie.

“L’uso di antibiotici è il fattore più critico nell’alterazione dell’equilibrio dei microrganismi nell’intestino. Studi precedenti avevano già mostrato un legame tra le alterazioni dell’ambiente microbiotico dell’intestino e l’infiammazione, il restringimento dei vasi sanguigni, l’ictus e le malattie cardiache”, ha spiegato.

Per giungere a queste conclusioni, i ricercatori hanno studiato 36.429 donne che avevano preso parte allo studio sulla salute degli infermieri, in corso negli Stati Uniti, dal 1976. La ricerca attuale ha esaminato i dati relativi al periodo 2004 – 2012.

Nel 2004, le donne avevano almeno 60 anni ed è stato chiesto loro quanto avessero usato antibiotici quando erano giovani (20-39 anni), quando erano nella mezza età (40-59 anni) o più anziane (60 anni e più). I ricercatori hanno poi suddiviso le donne in quattro gruppi: quelle che non avevano mai assunto antibiotici, quelle che li avevano assunti per periodi di tempo inferiori a 15 giorni, quelle che li avevano presi per un periodo che andava da 15 giorni a due mesi e quelle che li avevano assunti per due mesi o più.

In un periodo di circa otto anni, durante il quale le donne avevano continuato a compilare i questionari ogni due anni, 1056 partecipanti hanno sviluppato delle malattie cardiovascolari.

Dopo gli aggiustamenti fatti per tener conto dei fattori che possono influenzare i risultati, come età, razza, sesso, dieta, stile di vita, sovrappeso, obesità, malattie, uso di farmaci, i ricercatori hanno scoperto che le donne che avevano usato gli antibiotici per due mesi o più, nella tarda età, avevano avuto il 32% più probabilità di sviluppare delle malattie cardiovascolari, rispetto alle donne che non avevano usato gli antibiotici. Le donne che avevano assunto antibiotici per più di due mesi nella mezza età avevano avuto un rischio aumentato per le malattie cardiovascolari del 28%, rispetto alle donne che non li avevano assunti.

Questi risultati indicano che, tra le donne che assumono antibiotici per due mesi o più in età adulta, 6 donne su 1.000 sviluppano una malattia cardiovascolare, rispetto alle 3 donne per 1.000 per quelle che non assumono antibiotici.

Il primo autore dello studio, dottor Yoriko Heianza. ricercatore nella Tulane University, ha affermato: “Studiando la durata dell’uso di antibiotici in varie fasi dell’età adulta, abbiamo trovato un’associazione tra l’uso a lungo termine nella mezza età e in età avanzata e un aumento del rischio di ictus e malattie cardiache negli otto anni seguenti.

Le donne, invecchiando, hanno maggiori probabilità di aver bisogno di più antibiotici e, a volte, per periodi di tempo più lunghi, il che suggerisce che un effetto cumulativo potrebbe essere la ragione del legame più forte, nell’età avanzata, tra l’uso di antibiotici e le malattie cardiovascolari”, ha spiegato l’esperto.

Le ragioni più comuni per l’uso di antibiotici nelle donne dello studio erano state le infezioni respiratorie, le infezioni del tratto urinario e i problemi dentali.

Il prof. Qi ha concluso: “Questo è uno studio osservazionale e quindi non può dimostrare che gli antibiotici causano malattie cardiache e ictus, ma solo che esiste un legame tra di loro…Il nostro studio suggerisce che gli antibiotici dovrebbero essere usati solo quando sono assolutamente necessari. Considerando gli effetti avversi potenzialmente cumulativi, è meglio usare queste medicine per un breve periodo di tempo”.

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Antibiotico-resistenza: l’appello alle Istituzioni

L’appello alle Istituzioni in occasione della Settimana mondiale sull’uso consapevole degli antibiotici (World Antibiotic Awareness Week, 12-18 November 2018) e della Giornata europea degli antibiotici (18 novembre)

In occasione della Settimana mondiale sull’uso consapevole degli antibiotici (World Antibiotic Awareness Week, 12-18 November 2018) e della Giornata europea degli antibiotici (18 novembre), l’intervento e l’appello alle Istituzioni di Marco Tinelli, Tesoriere della SIMIT, Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali, già Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Malattie Infettive e Tropicali – Azienda Ospedaliera di Lodi e Presidente del 7° Congresso Internazionale AMIT, Argomenti di Malattie Infettive, che si terrà nel marzo 2019 a Milano.

L’attenzione sia delle istituzioni che dei media al fenomeno dell’antibiotico-resistenza negli ultimi anni, ha finalmente evidenziato la fondamentale importanza di porre in atto interventi di prevenzione non più dilazionabili nel nostro Paese. E’ di pochi giorni fa un allarmante articolo edito dalla prestigiosa rivista “The Lancet Infectious Diseases”, firmato da autori appartenenti al Centro Europeo per il Controllo delle Malattie Infettive (ECDC) e facente capo alla UE, che si è basato su un modello statistico denominato DALYs sviluppato su dati del 2015 e forniti da una rete di sorveglianza europea sulle resistenze batteriche (Ears-Net).

Tale modello descrive il “peso sanitario” delle infezioni da batteri multi–resistenti, cioè come esse incidono clinicamente sul determinismo della mortalità e sull’induzione di una disabilità ad esse conseguente. Pur con i limiti di un modello statistico, si evince che nei Paesi dell’Unione europea si sono verificati 671.689 casi di infezioni antibiotico-resistenti, a cui sono attribuibili 33.110 decessi e 874.541 condizioni di disabilità. Il DALYs dimostra anche come le fasce di età più colpite sono i bambini nei primi mesi di vita e gli anziani.Drammaticamente, si evince anche che in Italia si è purtroppo verificato addirittura un terzo di tutti i decessi (pari a 10 mila morti) correlati all’antibiotico resistenza rispetto al resto d’Europa. Non è, del resto, la prima volta che il nostro Paese esce estremamente malconcio da valutazioni internazionali sul problema delle infezioni.

A gennaio dello scorso anno una delegazione di esperti, nominata sempre dall’ECDC e dopo avere visitato alcuni ospedali in tre regioni italiane, aveva pesantemente evidenziato come“la situazione della resistenza antimicrobica nelle regioni e negli ospedali italiani rappresenta una grave minaccia per la salute pubblica del Paese” e che “sembra che i dati relativi alla resistenza antimicrobica siano accettati e considerati ineluttabili.” Inoltre, le più recenti rilevazioni epidemiologiche internazionali sulla resistenza batterica agli antibiotici dimostrano come in Italia non si è avuta alcuna riduzione percentuale.

Alcuni batteri, molto rilevanti dal punto di vista clinico come ad esempio Klebsiella pneumoniae, sviluppano resistenze ad alcune classi di antibiotici come i carbapenemi considerati una volta “salvavita”, tra le più alte in Europa pari al 33,5% subito dopo la Grecia. Di fronte a questi ripetuti “allarmi rossi” allora che fare ? Certamente un passo avanti è stato fatto con la pubblicazione del PNCAR (Piano di nazionale di controllo dell’antibiotico-resistenza) lo scorso hanno dove viene bene evidenziato l’obiettivo primario per il contenimento della diffusione dell’antibiotico resistenza: l’approccio “One Health”. Il significato di “One Health” deve essere inteso come una visione della salute non settoriale ma di insieme: infatti, le resistenze si trovano e si diffondono non solo a livello umano ma anche animale e nell’ambiente .

Purtroppo, dopo la pubblicazione del Piano, che prevedeva investimenti e risorse dedicate nei vari settori, nulla si è ancora concretamente visto. E’ evidente che di fronte ad una “grave minaccia per la salute pubblica del Paese”, bisogna correre ai ripari immediatamente. Non bastano i semplici recepimenti del PNCAR da parte delle regioni italiane (e non tutte) ma occorre che vengano sviluppati, seguendo le indicazioni contenute nello stesso Piano, provvedimenti realmente operativi a livello comunitario e negli ospedali. In alcune regioni italiane ed a macchia di leopardo, già in precedenza, era stato gestito il problema dell’antibiotico resistenza in modo appropriato ma senza una centralizzazione con poteri decisionali a livello di scala nazionale, i risultati sono difficili se non impossibili da raggiungere. Con l’attuale legislazione basata sulla regionalizzazione della sanità, prevedere un reale coordinamento centrale tra le regioni per la gestione del fenomeno antibiotico resistenza non è possibile, malgrado si convocano spesso riunioni e tavoli di confronto inter – regionali. I batteri si diffondono ovunque non conoscendo le frontiere e tantomeno non il titolo V della costituzione sull’autonomia delle regioni. La UE, ancora una volta, mette molto bene in evidenza come in Italia: “manca un reale coordinamento a tutti i livelli e tra i livelli.”

Malgrado i molti sforzi e la buona volontà delle istituzioni e di molte Società Scientifiche Italiane per migliorare questa drammatica situazione (ad es. la SIMIT- Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali ha fatto moltissime iniziative a livello della ricerca scientifica, della formazione e della comunicazione attraverso i più importanti media nazionali), questo non basta. Il Governo deve necessariamente prevedere che nel DEF 2019 vi sia una quota di investimenti dedicata e vincolata alla gestione del problema “antibiotico resistenza” almeno per alcune priorità più urgenti ed indilazionabili. Con la facile logica di fare tutto “iso-risorse” non si va da nessuna parte ed attualmente, in questa drammatica partita, il nostro Paese è il fanalino di coda dell’Europa.

Gli antibiotici, dalla loro introduzione circa settanta anni fa, hanno ridotto in maniera significativa il
Finire la scatola degli antibiotici, non è necessario, se ci si sente meglio.Almeno questo è