Cgil Cisl Uil, rinnovo sanità privata è priorità da ‘zero euro’

“Abbiamo letto con disappunto i contenuti di una dichiarazione fatta da Aiop nazionale, in merito al mancato rinnovo del Contratto Nazionale Aris-Aiop, riportati da Quotidiano Sanità. In quella dichiarazione si riafferma che il costo del rinnovo del Ccnl, scaduto da oltre dodici anni, deve essere sostenuto integralmente dal sistema delle Regioni e, quindi, che la quota di risorse che gli imprenditori della sanità privata accreditata sono disposti a stanziare per porre fine ad una vicenda indegna quale quella di cui stiamo parlando ammonta a zero euro”. È quanto affermano Michele Vannini, Marianna Ferruzzi e Mariavittoria Gobbo di Fp Cgil, Cisl Fp e Uil Fpl.

“Zero euro: questo è il riconoscimento che gruppi industriali, che in base ad uno studio di Mediobanca fatturavano 3,9 miliardi di euro nel 2014, sono disponibili a corrispondere di tasca propria dopo dodici anni di stipendi bloccati a chi lavora per loro 24 ore al giorno, 365 giorni l’anno. Zero euro è il valore della credibilità delle parole di Aiop quando scrive che ‘il rinnovo del contratto è una priorità’ e subordina qualsiasi incremento al fatto che lo paghino integralmente le casse pubbliche”.

Come Fp Cgil, Cisl Fp e Uil Fpl, proseguono, “abbiamo recentemente dichiarato ad Aiop e Aris la nostra indisponibilità ad avallare questo approccio totalmente irresponsabile alla trattativa. Ci siamo a più riprese detti pronti a sottoscrivere un avviso comune che si occupasse delle criticità del settore, ma non ad assumere posizioni congiunte che, nelle intenzioni datoriali, hanno il solo scopo di battere cassa, mentre i lavoratori non arrivano a fine mese e qualcuno gioca sulla loro pelle per aumentare i profitti. Non ci sfugge che ognuno debba fare la propria parte, anche il sistema delle regioni; ma è vergognosa questa totale deresponsabilizzazione da parte degli imprenditori del settore. Le lavoratrici e i lavoratori sono stanchi di questo disgustoso balletto: per questo, le iniziative di mobilitazione già oggi in essere in tutto il paese sono destinate ad aumentare di numero e d’intensità fino alla soluzione di una vicenda vergognosa”, concludono.

“Le vaccinazioni sono universalmente considerate uno dei principali strumenti di sanità pubblica. Ad esse è
Lo dice la scienza: il benessere sul luogo di lavoro dipende anche dal rapporto col
Il diabete adulto rappresenta il 12% di tutte le cause di morte negli Stati Uniti,

Necessaria l’istituzione di Centri Vaccinali presso gli ospedali

Le vaccinazioni sono universalmente considerate uno dei principali strumenti di sanità pubblica. Ad esse è dovuto un profondo e radicale cambiamento del quadro di morbilità e mortalità a livello globale ed un eccezionale guadagno di anni di vita rispetto all’era pre-vaccinale”, ha dichiarato il prof. Galli

IL PROFESSOR GALLI IN AUDIZIONE AL SENATO SUI VACCINI – Sembra evidente che nell’arco dell’ultimo ventennio il compiacimento per i risultati ottenuti abbia indotto una parte degli operatori sanitari e dei decisori politici ad abbassare la guardia; parallelamente, nella popolazione generale lo stesso successo dei vaccini e la conseguente riduzione dell’incidenza delle infezioni contro le quali essi offrono protezione ha portato a sottovalutare il rischio di malattie per molti diventate quasi sconosciute. Ne è conseguito un allarmante calo delle coperture vaccinali richieste, ben al di sotto dei livelli atti a conferire un’immunità di gregge secondo quanto indicato dall’OMS. L’effetto sulle coperture richieste della reintroduzione dell’obbligo per otto vaccinazioni potrà essere pienamente valutato quando saranno resi noti i dati della prima assunzione dei vaccini nei nati del 2018.

IL MORBILLO RESTA UNA MINACCIA ANCHE NEGLI USA – Particolarmente critica è la situazione riguardante il morbillo. La copertura vaccinale al 24° mese di vita dei nati nel 2015 risultava essere, per questa malattia, del 91,68%, con il solo Lazio che poteva vantare una copertura superiore, per quanto di poco, alla soglia richiesta del 95% (dati ISS). Ma la percentuale di bambini vaccinati nel 2016 per il morbillo nel corso del loro primo anno di vita in Italia risultava essere dell’85%, in assoluto la più bassa in Europa. La copertura vaccinale per morbillo, parotite e rosolia (MPR) aveva raggiunto, nel 2010, il 91%, per poi diminuire drasticamente fino all’85%. Nel secolo scorso non aveva mai superato il 75%. Non meraviglia quindi che il paese abbia dovuto sopportare un’epidemia di morbillo con oltre 20.000 casi stimati nel 2002, con un ulteriore segnale d’allarme nel 2013 e nel 2014 (rispettivamente 2258 e 1696 casi segnalati). Nel 2017 casi segnalati sono stati 4885, con 4 decessi. Nel 2018 i casi al 30 novembre erano 2427, il 50% dei quali nella sola Sicilia, con otto decessi. L’88% dei casi del 2017 e il 90,8% di quelli del 2018 non era stato mai vaccinato.

L’età mediana dei colpiti, pari a 27 anni nel 2017 e a 25 anni nel 2018 è un chiaro indicatore della presenza nel nostro paese di centinaia di migliaia di adulti suscettibili al morbillo perché mai vaccinati o perché non si sono mai infettati e non hanno quindi acquisito per via naturale l’immunità all’infezione. Tra gli adulti suscettibili all’infezione sono comprese molte donne in età fertile. Dato allarmante perché i bambini che si infettano in assenza della copertura anticirpale materna durante il primo anno di vita risultano a più alto rischio di sviluppare una panencefalite subacuta sclerosante (PESS). Urgono quindi interventi che garantiscano l’immunizzazione per lo meno nelle donne in età fertile e provvedimenti più decisi sulla vaccinazione degli operatori sanitari, considerato i 422 casi di infezione solo negli ultimi due anni in questa categoria e che il numero riproduttivo basale (R0) del morbillo, ovverossia i casi generati da ogni singolo caso, arriva a 18. Dall’inizio del millennio ad oggi, i CDC di Atlanta stimano che le vaccinazioni contro il morbillo abbiano salvato 20,4 milioni di vite. Su un tema come questo, non è più tempo per esitazioni o sottovalutazioni.

LE ALTRE MALATTIE, UN QUADRO ALLARMANTE – Una breve valutazione della copertura vaccinale di altre malattie evidenzia che nella coorte del 2015, la copertura per la pertosse, tetano e difterite al 24° mese superava il 95% in 12 regioni soltanto, quella per l’epatite B in 10. Solo il 38,5% dei bambini nati nel 2015 risultava vaccinato per il meningococco B al compimento del 24° mese di vita. Le vaccinazioni antimeningococciche sono state prima inserite, poi tolte dall’elenco delle vaccinazioni obbligatorie attualmente previste per legge in Italia e mantenute come raccomandate. Evidentemente la raccomandazione non basta. Così questo andamento si continueranno anche a piangere decessi evitabili e si consentirà a sierogruppi di meningococco a più alta patogenicità di continuare a circolare, specie tra i più giovani.

In una situazione così precaria ed intrinsecamente fragile, ogni intervento sulla situazione esistente anche sul piano legislativo deve essere accuratamente ponderata e misurata alla realtà” – ha sottolineato il prof. Galli. “Qualsiasi intervento da parte del legislatore va considerato con estrema cautela, ad evitare che, indipendentemente dalle intenzioni, possa contribuire ad alimentare la confusione, la sfiducia, l’indifferenza, la sottovalutazione nei confronti dei vaccini. Va inoltre preso atto con chiarezza che la rimozione dell’obbligatorietà potrà molto difficilmente essere considerata in un futuro prossimo”.

VACCINI IMPRESCINDIBILI – Da quanto discusso deriva la necessità di ribadire che l’abolizione dell’obbligatorietà dei vaccini a breve termine confligge con l’effettiva possibilità di conseguire i risultati necessari con la dovuta tempestività. Va inoltre aggiunto che, in un mondo globalizzato, non solo è cambiata la composizione sociale del Paese, che pongono interrogativi sullo stato vaccinale della popolazione residente, ma i flussi turistici e migratori implicano considerazioni ulteriori sulla protezione vaccinale della popolazione adulta. A tale proposito va anche segnalata la situazione di cronica insufficienza dei tassi vaccinali raggiunti per le vaccinazioni dell’anziano previste dal Piano Nazionale Vaccini e la ancor più grave carenza che persiste nei portatori di patologie croniche (pazienti oncologici, pazienti sottoposti a trapianto d’organo, persone in trattamento con farmaci biologici immunosoppressori per malattia infiammatoria cronica intestinale, malattie reumatologiche, malattie dermatologiche o sclerosi multipla, pazienti con infezione da HIV) in preparazione alla gravidanza e nelle gravide.

A copertura di queste non più differibili esigenze è necessaria l’istituzione di Centri Vaccinali presso gli ospedali, accompagnata dalle opportune campagne informative.

SIMIT suggerisce che questo aspetto venga inserito nel decreto.

UN VACCINO PER PREVENIRE IL CANCRO DELLA CERVICE UTERINA – Parlando del possibile ruolo dei vaccini va infine ricordato che ogni anno, nel mondo, oltre 300mila donne muoiono di cancro della cervice uterina, mentre oltre mezzo milione vengono diagnosticati: secondo l’OMS, questo tipo di cancro è una delle maggiori minacce alla salute delle donne. Tuttavia, nella maggior parte dei casi la diagnosi è tardiva L’obiettivo è garantire che tutte le giovani ricevano il vaccino anti-Hpv e che ogni donna possa sottoporsi alle indagini che consentono una diagnosi precoce.

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Capo: qual è quello dei sogni…

Lo dice la scienza: il benessere sul luogo di lavoro dipende anche dal rapporto col capo. Ma quali caratteristiche deve avere il boss ideale? Se per le donne dev’essere comprensivo (45%) e aperto al dialogo (41%), per gli uomini servono carisma (43%) e autorevolezza (39%). Nelle rispettive top 5 trionfano Pierfrancesco Favino (17%), grazie alla capacità trasmessa di adattarsi a ogni situazione dando sempre il meglio, e il visionario CEO di Facebook Mark Zuckerberg (19%), amato dai propri dipendenti. Dalla master coach Marina Osnaghi le regole d’oro per incarnarlo.

Troppo autoritari o eccessivamente amichevoli, fastidiosamente lunatici, avari di lodi o poco stimolanti. Oppure carismatici, in grado di gratificare, autentici leader o visionari. Come tutte le persone, anche i boss hanno i loro pregi e i loro difetti. Possono assumere mille volti, anche nel corso della stessa giornata. Ma da loro non dipende solo la busta paga, ma anche il benessere personale: basti pensare che secondo uno studio riportato da Fortune, ben il 50% dei lavoratori americani ha lasciato il proprio posto a causa di dissapori con il capo. Ma quali caratteristiche deve avere allora il “capo dei sogni”? Se per le italiane il capo ideale è comprensivo (45%) e aperto al dialogo (41%), per gli uomini le peculiarità più importanti sono carisma (43%) e autorevolezza (39%). Qualità rare se si pensa che, come riporta Business.com, quasi la metà dei lavoratori negli USA non è soddisfatta del proprio supervisore. Ma chi incarna al meglio queste caratteristiche secondo gli italiani? Nella top 5 del “capo dei sogni” secondo le donne trionfa Pierfrancesco Favino (17%) che, reduce dalla popolarità di Sanremo, ha raccolto consensi per la propria capacità di adattarsi alle diverse situazioni dando sempre il meglio di sé, mentre gli uomini vorrebbero avere come boss Mark Zuckerberg (19%), a cui viene riconosciuta la capacità di anticipare il futuro riuscendo a coniugare il benessere dei dipendenti in un ambiente lavorativo competitivo. Il meno desiderato? Il presidente USA Donald Trump.

È quanto emerge da uno studio promosso da Espresso Communication condotto con metodologia WOA (Web Opinion Analysis), su circa 1500 persone tra i 18 e i 55 anni, attraverso un monitoraggio online sui principali social network, blog, forum e community, con il monitoraggio di oltre 30 testate internazionali, per capire quali caratteristiche debba avere il capo dei sogni degli italiani.

Ma quali sono, secondo gli esperti, le caratteristiche del perfetto leader? “La ricetta del successo di un grande leader è fatta da 4 capacità fondamentali: capacità di organizzare il buon funzionamentodell’azienda attraverso operations eccellenti; capacità strategica di innovare ed anticipare il mercato ponderando con lucidità le decisioni che portano l’azienda verso il futuro; capacità di pianificare una politica lungimirante delle risorse umane, in grado di determinare lo sviluppo e la selezione/gestione di collaboratori aziendali preparati; capacità di gestire le proprie reazioni emotive, legate al peso della performance dell’azienda – spiega la master coach Marina Osnaghi, che ha affiancato grandi leader aziendali ed imprenditori nel raggiungimento dei propri obiettivi – Far progredire un’intera organizzazione è un’impresa da titani e i leader ne sentono tutto il peso sulle spalle. Come Executive Master Coach e fondatrice a mia volta di un’azienda, ho potuto vivere storie di successo e insuccesso, e ho visto anche la sincera sofferenza di esseri umani alla guida dell’organizzazione quando agli sforzi non seguivano i risultati; la gioia per i successi e il sincero interesse per i collaboratori. Il leader perfetto è chi sa coniugare le varie imperfezioni legate agli aspetti aziendali; e trasformarle in un insieme vincente nonostante tutto; inserendosi nel flusso degli eventi e guidandoli ad hoc. Da tempo ho imparato che molti dei problemi aziendali derivano da processi e procedure non sviluppate, un’imprecisa gestione umana e piani di comunicazione non coordinati e pianificati ad hoc; le persone spesso sono vittime inconsapevoli di una disorganizzazione nei sistemi che dovrebbero sostenere l’operatività e che nella pratica non lo fanno. I leader rischiano di soccombere molto spesso sotto il peso di problemi organizzativi, che mettono in crisi la loro forza innovativa e realizzativa nella fase di implementazione; perché non hanno a disposizione una macchina ben funzionante, in grado di reagire in maniera precisa e fulminea in grado di seguire prontamente nel realizzare le idee del capo visionario. Per non parlare poi delle tematiche di percezione esterna della qualità dei prodotti/servizi, del pricing e del brand aziendale”.

Ed è proprio la gestione del “capitale umano” che fa la differenza in un leader secondo gli italiani. Il capo dei sogni, infatti, dovrebbe essere comprensivo con i collaboratori (45%), aperto al dialogo, pronto ad ascoltare le problematiche (41%) e capace di trasmettere serenità e distendere le frizioni(38%secondo le italiane; mentre secondo gli uomini il proprio boss dei desideri dovrebbe spiccare per carisma (43%), autorevolezza (39%) e per la capacità di motivare i propri dipendenti (33%). Tra gli atteggiamenti più detestati invece le donne non sopportano i capi che non ammettono i propri errori (27%), che allo stesso tempo addossano le responsabilità di un fallimento ai sottoposti e s’arrogano i meriti di un successo (22%), mentre gli uomini fuggirebbero da un capo che insulta o umilia chi fa un errore davanti a tutti (24%) e da chi risulta troppo soffocante ponendo il proprio sguardo costantemente sul lavoro svolto (17%).

Anche gli esperti si sono interrogati sull’influenza che un cattivo rapporto col boss può avere sulla quotidianità. Ad esempio, come riportato dalla rivista New Scientist, i ricercatori della Eindhoven University of Technology hanno scoperto che, nonostante l’amore per il proprio lavoro, la mancanza di gratificazioni da parte del boss conduce inevitabilmente allo stress. L’odio per il capo può portare addirittura al licenziamento volontario dal lavoro che si è sempre desiderato, come evidenziato da una ricerca pubblicata dalla Harvard Business School. Un effetto causato soprattutto da quei capi che assomigliano a “Dr. Jekyll and Mr. Hyde”, come sostengono sulle pagine di Metro.co.ukgli scienziati dell’Università di Exeter: indagando su oltre 320 gruppi di lavoro, i ricercatori hanno rilevato che gli impiegati sono più produttivi e sereni avendo un brutto rapporto con il capo, piuttosto che avere a che fare con una personalità instabile che cambia più volte al giorno. Una categoria, quella dei leader, che secondo gli esperti vede tra le proprie fila un numero di casi di disturbo psicologico quadruplo rispetto alla popolazione totale: infatti se tra i manager ben il 4% del totale viene definito dagli scienziati della Università del Québec uno “psychopathic boss”, ovvero una persona che si prende gioco dei propri collaboratori, li umilia, li “bullizza” o li incolpa di ogni insuccesso, nella popolazione la percentuale si ferma all’1%, come riportato da Psychology Today.

Ma quali sono i personaggi pubblici che più incarnano questi valori secondo gli italiani? Nella top 5 stilata dalle donne, oltre a Pierfrancesco Favino, troviamo anche, al secondo gradino del podio, l’amata Meryl Streep (15%), aiutata anche dall’immagine del proprio ruolo di editrice audace nel film campione d’incassi “The Post”, mentre sulla terza piazza si posiziona Leonardo di Caprio (12%), che ha dimostrato tenacia nella corsa al tanto agognato Oscar e attenzione verso gli altri con il suo impegno per l’ambiente. Chiudono la classifica Papa Francesco (9%) e l’ex first lady Michelle Obama(6%). Tra gli uomini invece trionfano i guru della tecnologia: oltre al CEO di Facebook Mark Zuckerberg, creatore del social network che ha cambiato per sempre il rapporto digitale tra le persone, il 16% vorrebbe avere frequentemente una riunione con Elon Musk (16%), CEO visionario di Tesla, che ha appena inviato nello spazio una propria auto; tallonato da Sergio Marchionne (14%), esempio di autorevolezza nel campo dell’organizzazione e dello sviluppo aziendale. Chiudono la top 5 Roger Federer (8%), l’immortale campione di tennis capace di raggiungere ogni obbiettivo con stile ed eleganza, e lo chef televisivo Alessandro Borghese (6%). Giudizio univoco invece per il meno apprezzato: Donald Trump è il boss da cui fuggirebbero il 55% delle donne e il 46% degli uomini.

“Un grande Leader deve saper gestire e sostenere tutti questi aspetti, gestendoli con umiltà, pazienza, forte auto disciplina ed attenzione – conclude Marina Osnaghi – Gestisce la cultura prevalente in azienda, che non sempre è una cultura che lavora per processi. Si preoccupa dei risultati e nello stesso tempo di essere capace di relazioni vincenti e motivanti, il mix delle due cose è necessario se si vuole raggiungere gli obiettivi e nello stesso tempo essere seguiti dal gruppo e veramente amati. Anticipa, innova e si occupa delle strutture di supporto e degli esseri umani che le gestiscono in contemporanea. Utilizza con sapienza elementi umani e pragmatici mescolati insieme ad arte e sa di non poter fare tutto da solo, quindi si circonda di collaboratori capaci a cui affida i compiti sensibili, la delega consapevole è uno dei suoi obiettivi. Trasmette la gratitudine verso il contributo di ognuno, ascolto attento e riconoscimento delle milestones intermedie già realizzate, feedback puntuali e piani di comunicazione efficaci e anticipatori dei cambiamenti interni; agisce sullo sviluppo di processi interni e della cultura del lavoro per obiettivi, ownership consapevole, capacità di sviluppo dei target e lavoro sull’interfaccia fra le varie aree. Lo scopo è quello di potenziare responsabilità diffusa che permea l’organizzazione e di stimolare la prospettiva della gestione dei processi, della responsabilità e della integrazione della diversity aziendale. Molte volte ho visto leader perdersi in questo sentiero ed altrettante uscirne vittoriosi. La differenza è stata la capacità di utilizzare gli strumenti corretti”.

Ecco infine il decalogo della master coach Marina Osnaghi per diventare il capo dei sogni in grado d’ispirare e orientare l’organizzazione dei propri collaboratori:

  1. CONCENTRATI SULL’OTTENERE/ORGANIZZARE OPERATIONS EFFICIENTE – puoi avere una strategia fantastica, se la macchina che implementa e realizza non funziona bene, tutto naufraga
  2. PENSA A TE E AI TUOI COLLABORATORI – Ogni giorno ritaglia uno spazio per curarti del tuo benessere psico-fisico e per utilizzare il network e la collaborazione globale.

3. ACCETTA LE TUE EMOZIONI – Considera che la resistenza è una fase naturale del cambiamento e le reazioni emotive una parte necessaria a cambiare veramente. Quando ti senti frustrato/a ed impotente, sappi che parte della sensazione è anche dovuta alla resistenza di chi stai cercando di motivare, non solo da tua personale incapacità

4. AGGIUSTA LA ROTTA – Tieni conto che nella frenesia operativa le persone perdono di vista i traguardi: il cervello è sì ossessionato dal risultato, ma allo stesso tempo fatica a correlare le azioni utili all’ ottenere il risultato finale.

5. STABILISCI GLI OBBIETTIVI UTILIZZANDO STRUMENTI DI COACHING – Attribuisci target chiari a ogni colloquio o riunione. Ottieni feedback strutturati e armonizzati in un colloquio di motivazione per definire gli obbiettivi. Scegli la persona idonea per l’incarico giusto: chi è tondo non diventa quadrato e viceversa.

6. INFORMA “A CASCATA” – Struttura un sistema di riunioni coordinate fra loro in modo da far discendere contemporaneamente le informazioni a tutta l’organizzazione e fai in modo che i tuoi facciano lo stesso. Altrimenti le informazioni non arriveranno e diventeranno obsolete prima ancora che giungano ai destinatari principali.

7. LA DETERMINAZIONE È TUTTO – Potenzia la tua focalizzazione e determinazione sugli obbiettivi, non cedere alle prime difficoltà.

8. RISOLVI I PROBLEMI, NON CREARLI – Trasforma la fatica del cammino con un attento problem solving strategico che faciliti la vita a te ed ai tuoi collaboratori.

9. CURA I RAPPORTI CON ATTENZIONE – Non lasciare al caso le relazioni personali, ma dedica loro del tempo agendo a cascata verso l’organizzazione.

10. CREARE CON SAGGEZZA IL SENSO DI URGENZA – Al terzo feedback senza esito non aspettare: affronta il problema e sottolinea con determinata tranquillità manovre risolutive e conseguenze oggettive e chiare.

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Il diabete uccide più di quanto si pensi

Il diabete adulto rappresenta il 12% di tutte le cause di morte negli Stati Uniti, una percentuale significativamente più grande di quella indicata da una precedente stima. Si presume che la stessa situazione ci sia in Italia, in altri paesi sviluppati e non solo.

La malattia, in cui la frequenza è aumentata negli ultimi anni con l’aumento nell’obesità, è la terza causa di morte negli Usa, dopo le malattie cardiovascolari e il cancro, secondo le Università di Pennsylvania e Boston che hanno fatto uno studio i cui risultati sono stati illustrati su PLOS ONE.

Uno studio simile precedentemente condotto su dati raccolti negli anni 1980/1990, diceva che solo il 4% di tutte le morti negli Stati Uniti erano causate dal diabete.

Per questa nuova stima, Andrew Stokes, un demografo dal Università di Boston (Massachusetts) ha analizzato un campione di più di 282’000 individui, che avevano preso parte ad altri lavori precedenti.

Questo gli ha permesso di seguire le persone fino alla loro morte e fare un confronto tra i diabetici e non i diabetici.

Questi autori hanno trovato che la morte per diabete è stata finora in gran parte nascosta. Le statistiche annuali sulla mortalità e longevità negli Usa avevano evidenziato fattori importanti di morte come quelli per farmaci, abuso di alcool e suicidio ma mai per il diabete, hanno detto i ricercatori.

Nella misura in cui un diabetico soffre spesso di complicanze cardiovascolari e renali, può essere difficile determinare l’esatta causa della morte e questo crea ambiguità sul certificato di morte e porta le statistiche a compilare erronee cause di mortalità.

Gli autori del presente studio sottolineano l’importanza, in questo momento, di avere una stima più accurata sul diabete e sulla mortalità che esso provoca, perché la patologia è diventata un’epidemia negli ultimi anni.

Nel 1980, i Centri di prevenzione e controllo delle malattie (CDC) stimavano che ci fossero 5,53 milioni di persone con diabete negli Stati Uniti. Nel 2014, tale cifra era quasi quadruplicata, raggiungendo i 21,95 milioni.

“L’aspettativa di vita degli americani è aumentata molto lentamente nell’ultimo decennio ed è anche leggermente diminuita nel 2015”, ha detto Samuel Preston, professore di sociologia dell’Università della Pennsylvania.

“È molto probabile che l’obesità e il diabete insieme siano stati un fattore importante nel rallentamento nella crescita della longevità”,  ha aggiunto, sostenendo l’importanza di determinare con più precisione il loro ruolo.

 

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