Auto alimentate a combustibili fossili, il 2035 è troppo tardi

Si è tenuto nelle scorse ore in Lussemburgo un atteso Consiglio Ambiente dell’Unione Europea, durante il quale sono state trattate diverse tematiche fondamentali per il futuro ambientale del continente, come la decisione sulla data di stop alla vendita di auto a motore endotermico e l’adozione di una posizione comune sulla normativa per affrontare il contributo dell’UE alla deforestazione e alla distruzione della natura.

I governi europei hanno trovato nella notte l’accordo per mettere fine alla vendita di auto a motore endotermico nel 2035. Uno stop che, secondo Greenpeace, arriverebbe troppo tardi, visto che per consentire all’Europa di rispettare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi questa operazione dovrebbe invece avvenire entro il 2028. I governi hanno inoltre aperto la porta a un’ulteriore promozione di carburanti sintetici costosi e inefficienti e hanno previsto eccezioni sul phase-out delle auto di lusso.

«Mettere fine alla vendita di nuove auto alimentate a combustibili fossili è la cosa giusta da fare, ma il 2035 è troppo tardi per limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi centigradi e ci tiene ancora fortemente legati a una dipendenza dal petrolio che finanzia le guerre e fa ricadere i costi economici sui consumatori», dichiara Federico Spadini, campagna Trasporti di Greenpeace Italia. «L’Europa ha un disperato bisogno di decarbonizzare il settore dei trasporti, ma ieri i ministri europei hanno perso un’occasione d’oro. Ora sta ai singoli Paesi impegnarsi per ridurre l’uso dell’automobile, potenziare il trasporto pubblico e rendere più vivibili le città in cui potersi spostare in modo sostenibile».

Per Greenpeace, inoltre, anche il testo adottato ieri sul contrasto alla deforestazione presenta gravi lacune, dal momento che non protegge ecosistemi diversi dalle foreste (come, ad esempio, savane e zone umide), non impone alcun obbligo di due diligence al settore finanziario, e non riporta una lista esaustiva di prodotti e materie prime la cui estrazione, raccolta o produzione ha o rischia di avere gravi impatti su foreste e biodiversità, tralasciando ad esempio gomma, mais e carne di maiale e pollo.

Le ministre e i ministri europei hanno anche sostenuto una nuova definizione di “degrado forestale” che si applicherebbe esclusivamente alla conversione delle foreste primarie, le quali costituiscono una percentuale estremamente bassa delle foreste europee, in piantagioni di alberi per la produzione di cellulosa, legno e biomasse. Di conseguenza, la stragrande maggioranza delle foreste nell’UE non verrebbe protetta e molte pratiche forestali dannose rimarrebbero consentite. Combinata con la blanda definizione di “deforestazione” presente nella proposta – che indica esclusivamente la conversione delle foreste in terreni agricoli e non l’abbattimento degli alberi -, questa limitata definizione di “degrado forestale” rischia di consentire l’importazione e l’esportazione di prodotti come legno e cellulosa ottenuti distruggendo foreste, anche primarie, prima che vengano convertite in terreni agricoli o piantagioni di alberi.

«Chiediamo una normativa ambiziosa, per garantire che nessun prodotto legato alla deforestazione, al degrado forestale, alla distruzione della natura o alle violazioni dei diritti umani venga venduto sul mercato comunitario o finanziato da istituzioni finanziarie dell’UE. Se vogliamo davvero contrastare la crisi climatica in corso, non è il momento di adottare mezze misure nella protezione della natura», dichiara Martina Borghi, campagna Foreste di Greenpeace Italia.

 

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