Aumenta in Italia l’investimento in opere d’arte

Aumenta in Italia l’investimento in opere d’arte: +45%

Un mercato che negli ultimi 10 anni ha raddoppiato il suo valore, ma che presenta dei rischi. 1.232 falsi i falsi sequestrati nel 2018. Cazeau: “Necessaria una conoscenza approfondita del mercato, meglio affidarsi a dei professionisti. Il valore dei multipli di Picasso è raddoppiato in soli 5 anni”

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Salutare per il corpo e per l'anima, la cucina vegana è una delle tendenze alimentari
Un tesoro del valore di oltre un miliardo di euro, composto da opere d'arte confiscate

Sugar tax, misura positiva se c’è educazione alimentare

La Sugar tax è una misura positiva, è però necessario che i proventi siano investiti in progetti di educazione alimentare, secondo Slow Food

Periodicamente la proposta di una sugar tax entra tra le ipotesi della manovra di bilancio e ne esce poco dopo, generalmente in seguito alla forte azione di lobby delle potenti aziende che producono bevande gassate e altri prodotti ad alto contenuto di zucchero. Nella compagine di quanti fanno opposizione compaiono anche i produttori di zucchero italiani, anche se solo il 20% circa dello zucchero consumato in Italia è di produzione nazionale. Siamo quasi certi che anche questa volta la storia si ripeterà. Tuttavia, ci sembra utile ribadire la posizione di Slow Food in proposito.

 

Secondo un recente rapporto dell’Unicef, in Italia oltre il 35% dei bambini e adolescenti (dai 5 ai 19 anni) sono in sovrappeso o obesi, il dato peggiore in Europa. Tra le cause del problema, sicuramente c’è l’eccesso di zuccheri che gli italiani assumono ogni giorno in quantità mediamente doppia rispetto a quanto consigliato dall’Oms (25 grammi, l’equivalente di 5 bustine di zucchero). Il contenuto di una sola lattina di soft drink supera ampiamente la dose consigliata.

 

La gravità della situazione è evidente e non va sottovalutata. E se le tasse non sono mai di per sé una buona soluzione per risolvere i problemi e tantomeno una scelta strategica, bisogna comunque riconoscere che le esperienze dei Paesi in cui è stata applicata la sugar tax dimostrano un conseguente, notevole calo dei consumi di soft drink, come avvenuto in Francia, Norvegia, Messico, Cile e Ungheria. In Gran Bretagna invece la tassazione è progressiva rispetto alla quantità di zuccheri aggiunti, e ciò ha portato le aziende produttrici a ridurre il tenore zuccherino nelle bibite.

A Berkeley, San Francisco, Oakland e Seattle, negli Stati Uniti, le entrate derivanti dalle tasse sulle bevande zuccherate vengono utilizzate per pagare programmi di nutrizione e attività fisica, frutta e verdura fresca per i destinatari del programma di assistenza nutrizionale supplementare, e altro ancora.

 

L’esempio statunitense è quello più efficace, perché più incisivo nel lungo periodo. Anche in Italia la sugar tax sarebbe un buon punto di partenza, ma deve far parte di un progetto più ampio: lo zucchero non è la sola sostanza da mettere all’indice, occorre ridurre in generale il consumo di cibi ultra-processati, eccessivamente ricchi di grassi e sale. Gli zuccheri poi non devono poter essere sostituiti con altre sostanze edulcoranti, alcune delle quali addirittura sconsigliate alle donne in gravidanza e ai minori di 12 anni.

 

È necessario accompagnare l’introduzione della sugar tax con norme che ne destinino i proventi all’inserimento nei programmi scolastici di percorsi di educazione alimentare e sensoriale,  per abituare il palato a gusti naturalmente dolci, nonché a progetti di miglioramento delle mense scolastiche. In questo modo, la tassa così impiegata non si configurerebbe come un ennesimo balzello, ma anzi sarebbe un mezzo efficace per intervenire alla radice nella lotta a sovrappeso e obesità infantili, con un effetto di miglioramento della prevenzione a tutto vantaggio del sistema sanitario.

 

di Lorenzo Asuni Gli sforzi del primo governo Conte si sono concentrati sull’online che risulta
da AIG - Associazione Italiana Alberghi per la Gioventù Serve dare slancio ad un settore

Rapporti con la Cina: Trieste potrebbe essere un hub di primo piano

Cina

I rapporti economici con la Cina rappresentano una grande opportunità che l’Italia e il Nord-Est non possono permettersi di perdere. Il Memorandum d’intesa che il Governo ha firmato con la Repubblica Popolare Cinese potrebbe rivelarsi vantaggioso, ma l’iniziativa avrebbe dovuto essere concertata con gli altri partner europei: la pretesa italiana di negoziare da sola con la Cina, visti i rapporti di forza, rischia di rivelarsi utopica e pericolosa. In ogni caso, sarà necessario che il Governo e le Istituzioni italiane facciano squadra e non lascino soli gli imprenditori nei rapporti con le controparti cinesi. Sono le riflessioni sviluppate dai relatori intervenuti alla prima puntata della nona edizione di Economia sotto l’ombrellone svoltasi ieri al Beach Aurora di Lignano Pineta sul tema “Cina e via della seta, rischio o opportunità” che ha visto intervenire Daniele Pezzali, manager che ha vissuto sei anni in Cina e autore del libro “Da via Paolo Sarpi all’Oriente”, Marco Tam, presidente di Greenway Group, che con il marchio vinicolo “Filare Italia” sta proponendo il vino  sul mercato cinese Denis Vigo, amministratore delegato di Dvs Srl azienda veneta che opera da anni in Cina e ha recentemente acquisito la maggioranza di un’azienda a Hong Kong.

 

«La Cina oggi – ha chiarito Denis Vigo – è molto cambiata rispetto a quella dove oltre 20 anni fa cominciarono ad affacciarsi le prime imprese italiane. La prima segretaria che noi assumemmo nel 2006 a Shenzhen guadagnava 150 dollari al mese, oggi ha imparato l’inglese e il veneto e guadagna 1600 dollari al mese. Questo per dire che si sta creando una middle class con importanti possibilità di acquisto. Non si va, quindi, più in Cina per una questione di costo del lavoro, ma per i possibili vantaggi reciproci. Dobbiamo, però, cominciare a capire che non basta parlare di “made in Italy” per sperare di sfondare sul mercato cinese perché si ha a che fare con una cultura molto diversa dalla nostra, molto antica e molto orgogliosa dei propri prodotti. Per rapportarsi con i cinesi servono una preparazione e una pianificazione molto seria e programmi molto chiari, nonché un approfondita conoscenza di quel mondo e delle sue logiche. Servirebbe, poi, un accompagnamento delle nostre istituzioni statali che, al momento, semplicemente non esiste».

«Con i cinesi si possono fare accordi molto chiari e affari davvero importanti – ha aggiunto Daniele Pezzali – il problema, però, è quello dell’attenzione ai contratti e della competenza necessaria nel sottoscriverli. Loro negli affari sono molto preparati, hanno una notevolissima disponibilità economica e sono corretti nei rapporti perché nella mentalità cinese non c’è nulla di peggio che perdere la faccia, ma hanno obiettivi molto decisi, bisogna, quindi, avere una grande capacità di scrivere accordi chiari e dettagliati per evitare che le differenze culturali e di approccio possano creare problemi in futuro. Quando, poi, si firma un contratto di fornitura, bisogna stare attenti ai numeri del mercato cinese che sono enormi e, quindi, bisogna essere molto preparati dal punto di vista produttivo e logistico, altrimenti si rischia di incorrere facilmente in penali per la mancata fornitura dei quantitativi richiesti».

Molto positivo il giudizio dei tre relatori intervenuti a “Economia sotto l’ombrellone” sullo sviluppo in corso dei rapporti fra il porto di Trieste e la Cina che potrebbe “trasformare Trieste in hub per l’arrivo e partenza di merci da e per la Cina utile non solo per il Nord-Est, ma a tutto il Paese”. «Il mercato cinese ha potenzialità enormi, quindi, avere un porto che ci consenta di esportare o importare in modo più facile dalla Cina, consentendoci di gestire logisticamente le enormi quantità richieste da quel mercato, non può che essere un bene. Bisogna, però – ha sottolineato Marco Tam – stare attenti a non farsi colonizzare, perché sicuramente i cinesi arriveranno in modo collaborativo, ma vista la sproporzione di capitali a disposizione e i progetti molto chiari e molto determinati del Governo cinese, dobbiamo sottoscrivere accordi blindati onde evitare che in un prossimo futuro il porto finisca completamente in mano ai cinesi».

 

I tre relatori hanno, poi, affrontato la questione delle differenze culturali, da non sottovalutare nei rapporti commerciali. «Negli anni – ha affermato Vigo – la Cina è molto cambiata. Oggi hanno grandi imprese, un’imprenditoria già molto proiettata alle logiche finanziarie, infrastrutture ottime, mezzi economici notevolissimi e uno stato che li supporta e che ha creato un’economia nei fatti estremamente capitalista. Sono molto determinati e patriottici e hanno mandato le nuove generazioni, che sono assai preparate, a studiare all’estero e a imparare i metodi occidentali. D’altra parte, però, ci sono differenze culturali che si fanno a superare, tipo la loro incapacità di dire chiaramente di no, per cui quando in una trattativa commerciale ti dicono “si può fare” bisogna capire se lo dicono per cortesia o perché la cosa proposta si può fare davvero».

«Nei rapporti con i cinesi non è raro – ha detto Pezzali – trovarsi in situazioni paradossali e fraintendere atteggiamenti e clausole. Per riuscire bene negli affari bisogna cercare di entrare nella loro mentalità ed essere pronti a fare domande e dare risposte che per noi possono sembrare banali, ma che possono essere essenziali per chiarirsi. Non va, poi, mai dimenticato il loro altissimo senso dell’onore, il fatto che per loro è fondamentale non perdere la faccia e il senso delle gerarchie, quindi, bisogna evitare di essere troppo stringenti e di “metterli in un angolo” e, bisogna, poi, soprattutto essere certi di trattare con chi ha veramente il potere decisionale».

La Cina, dunque, può essere una grande opportunità, ma che va affrontata con serietà, preparazione e umiltà.

«Se prendiamo sul serio i rapporti Italia-Cina – ha concluso Tam – il ritorno per la nostra economia può essere davvero significativo perché i numeri del mercato potenziale sono davvero enormi così come sono, ad esempio, in continua crescita i numeri dei cinesi che desiderano visitare l’Italia o imparare l’Italiano, bisogna, però, che, pur senza avere paura, si vada in Cina conoscendo molto bene la loro cultura, conoscendo i loro metodi e i loro sistemi, orgogliosi della nostra cultura che loro adorano, ma avendo ben presenti la differenza delle forze in campo e, quindi, evitando di aver un approccio presuntuoso e, tenendo ben presente, che oggi nei rapporti con i cinesi bisogna essere leali e affidabili».

 

Dal 6 luglio al 22 settembre 2019 il Magazzino delle Idee a Trieste presenta, per
La realtà virtuale torna a Trieste. Dopo il successo dello scorso anno, anche per la
La diciannovesima edizione del Trieste Science+Fiction Festival - organizzato e promosso dal Centro ricerche e

Rapporto ONU sui progressi verso Fame Zero

È stato presentato a New York il nuovo rapporto ONU sLo Stato della Sicurezza Alimentare e della Nutrizione nel Mondo (SOFI), frutto della collaborazione di FAO, IFAD, OMS, UNICEF e WFP. Uno studio che fornisce una stima aggiornata sul numero di persone che soffrono la fame nel mondo, su rachitismo e deperimento nei bambini, nonché sull’obesità.

Si tratta di una stima importante relativa al progresso verso l’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile Fame Zero. Obiettivi che, stando proprio ai dati di questo rapporto, sembrano diventare sempre più difficili da raggiungere, poiché dal 2015 in poi, dopo decenni di costante declino, la tendenza si è invertita e il numero di persone che soffrono la fame è tornato (pur se lentamente) ad aumentare. Più di 820 milioni di persone nel mondo hanno sofferto la fame nel 2018 e, se si considerano anche coloro che sperimentano condizioni di insicurezza alimentare, si stima che oltre 2 miliardi di persone non abbiano accesso regolare a cibo sicuro, nutriente e sufficiente. Numeri che comprendono l’8% della popolazione del Nord America e dell’Europa.

Le cause, secondo l’ONU, sono da ricercare nel sistema economico: la fame è aumentata in molti paesi in cui l’economia ha rallentato, soprattutto nei paesi a medio reddito. Inoltre, le crisi economiche aggravano quelle alimentari causate da guerre e shock climatici.

 

Di fronte a questo quadro allarmante, Carlo Petrini, presidente internazionale di Slow Food e ambasciatore del programma Fame Zero per la FAO, commenta: «Per il quarto anno di seguito il rapporto evidenzia una situazione in peggioramento, il che significa che siamo in presenza di una tendenza. Sembra incredibile che nel 2019 l’homo sapiens sia ancora alla prese con la lotta contro la fame, e ancor più incredibile è constatare che stiamo perdendo! Slow Food ormai da molti anni è impegnata in questa lotta: il quadro che emerge oggi dalla nuova edizione del rapporto ONU ci chiama a un ulteriore impegno, con forza e urgenza. Il rapporto ci dice anche che il problema non è la quantità di cibo globalmente a disposizione, come sostengono le multinazionali dell’agro-industria, ma la sua disponibilità per chi è in condizioni economiche e sociali svantaggiate. È un tema di diritti negati e non di incremento della produzione. Servono quindi politiche coraggiose dei governi di tutto il Pianeta, per il contrasto alla povertà, alle disuguaglianze e all’emarginazione, che adottino e promuovano un modello di produzione alimentare agro-ecologico, inclusivo e socialmente equo».

Riguardo al continente ancora oggi più colpito dalla piaga della fame, l’Africa, Edie Mukiibi, agronomo ugandese e membro del Comitato Esecutivo Internazionale di Slow Food, aggiunge: «I 3207 orti agroecologici che Slow Food ha creato in 35 Paesi africani costituiscono oggi un piccolo ma significativo contributo al problema della malnutrizione, un modello positivo di partecipazione e di organizzazione dal basso. E soprattutto un modello facilmente replicabile: noi, con le nostre forze, (relativamente scarse rispetto a quelle delle istituzioni e dei governi) siamo riusciti a realizzare oltre 3 mila orti. E ognuno di questi orti coinvolge circa 120 persone in maniera continuativa, contribuendo in molti casi a evitare che questi individui vadano a far lievitare le già drammatiche cifre che oggi l’ONU ci ha consegnato».

 

Attraverso il progetto degli orti Slow Food in Africa sono stati realizzati finora 1585 progetti nelle scuole e 1622 progetti nelle comunità, per un totale di 3207 orti attivi. Essi coinvolgono circa 305.000 studenti (la metà sono donne) e oltre 40.000 adulti (in questo caso le donne sono il 72%). Questi orti sono un chiaro segno che gli africani sono impegnati ad affrontare in prima persona i problemi di fame e malnutrizione.

 

Ancora Edie Mukiibi: «Gli orti Slow Food non sono solo fonti di cibo per le comunità, ma anche strumenti educativi e culturali per tutti i soggetti coinvolti. Aumentano la quantità e la varietà di cibo fresco disponibile per l’autoconsumo, diminuendo la dipendenza dal mercato per i semi e le integrazioni della dieta. La riscoperta degli ecotipi vegetali locali e la reintroduzione della loro coltivazione – più adattabile all’ecosistema locale – può inoltre essere fondamentale per assicurare la resilienza delle comunità che devono affrontare gli effetti negativi dei cambiamenti climatici. Un sistema alimentare che si basa su un’ampia varietà di piante coltivate infatti è più forte, non solo perché permette di superare i problemi che in ogni stagione possono colpire alcune piante, ma garantisce anche maggiore salubrità della dieta e del contesto ambientale in cui l’orto è realizzato».

 

1,2 milioni di bambini ancora in povertà assoluta sono la vera emergenza del Paese. Indispensabile e
Processed with VSCO with hb1 preset Resta forte il divario tra
Garantire un’alimentazione adeguata ai bambini delle famiglie in povertà e fornire sostegno medico per monitorarne