Cambiamento climatico e risorse ittiche

Il 25 settembre l’ Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) delle Nazioni Unite ha pubblicato il rapporto L’oceano e la criosfera in un clima che cambia per presentare gli effetti del cambiamento climatico sui nostri oceani e sui nostri mari, tra cui lo scioglimento dei ghiacci, l’acidificazione delle acque e la perdita di ossigeno, le ondate di calore, nonché la perdita di corallo e la fioritura di alghe.

Questi cambiamenti hanno un effetto a catena sugli ecosistemi marini e di conseguenza presentano anche una grande sfida per le imprese, le economie e le comunità che si affidano alla pesca per i propri mezzi di sussistenza e alimentazione. Con il pesce che fornisce il 17% di proteine animali consumate a livello globale e rappresenta una fonte alimentare e di reddito fondamentale per oltre 800 milioni di persone, nonché oltre 130 miliardi di dollari di scambi internazionali all’anno, questa è una crisi ambientale e umana che non possiamo ignorare.

 

Il pesce è una risorsa fondamentale a livello globale, ma anche italiano: il consumo di pesce pro-capite nel nostro paese è molto alto, intorno ai 31kg per persona all’anno, superiore alla media europea.” – afferma Francesca Oppia, Program Director di Marine Stewardship Council in Italia – “L’importanza del pesce nella dieta alimentare costituisce una ragione in più per non ignorare i preoccupanti effetti del cambiamento climatico sugli stock di pesce. Si stima che le ondate di calore nelle acque marine ed oceaniche siano aumentate di oltre il 50% negli ultimi 30 anni, determinando una riduzione localizzata e spesso improvvisa della vita marina”. Infatti, mentre si registrano aumenti di stock ittici di alcune specie nel Nord Atlantico e Nord Pacifico con conseguenti nuove possibilità di pesca, nelle aree tropicali il potenziale di pescato potrebbe diminuire del 40% entro il 2050.

 

Il rischio che i cambiamenti climatici producano nei prossimi anni una riduzione drastica delle risorse ittiche è quindi concreto e potrebbe portare a gravi conseguenze non solo ambientali, ma anche sociali ed economiche. MSC (Marine Stewardship Council) – organizzazione internazionale non-profit che ha come obiettivo quello di mantenere gli oceani pieni di vita oggi, domani e per le generazioni future – lavora insieme ai partner proponendo delle soluzioni che attuate congiuntamente possono fornire un contributo reale e determinante alla salute degli oceani.

 

Promuovere la pesca sostenibile

Innanzitutto è necessario favorire e sviluppare attività di pesca sostenibile, affinché dispongano di efficaci sistemi di monitoraggio, regolamentazione e gestione. Solo così le attività di pesca potranno essere più resilienti e in grado di adattarsi ai cambiamenti climatici.

MSC promuove un programma di etichettatura e certificazione che riconosce e premia le pratiche di pesca sostenibili e garantisce ai consumatori che solo i prodotti ittici provenienti da una pesca certificata MSC siano venduti con il marchio blu MSC.

 

Collaborare a livello internazionale

Per rispondere alla sfida del cambiamento climatico occorre che l’industria della pesca e chi la gestisce collaborino su scala internazionale, adottando un approccio precauzionale per stabilire le catture e far evolvere le pratiche.

 

Questo non sarà facile, ma deve essere fatto se vogliamo continuare a godere di questa importante risorsa e preservare la vita marina, come sostiene Oppia: “È necessario accelerare il progresso globale della pesca sostenibile, perché le evidenze dimostrano che gli stock ittici ben gestiti sono più resilienti agli impatti del cambiamento climatico. Per questo motivo lavoriamo con i governi e le aziende affinché rendano più sostenibili le loro politiche e le loro pratiche in un contesto di clima che cambia”.

 

Sensibilizzare i cittadini

Per MSC il cittadino diventa la figura principale per creare un mercato di prodotti ittici sostenibile, ingenerando il classico meccanismo di domanda e offerta: i consumatori scelgono di acquistare preferibilmente pesce con il marchio blu MSC, quindi la domanda per i prodotti certificati MSC cresce e di conseguenza più pescatori e operatori del settore scelgono di operare in modo sostenibile.

 

Il singolo cittadino è un attore fondamentale nella strada verso la sostenibilità” conclude Francesca Oppia. “Scegliendo prodotti certificati MSC, il consumatore è in grado di orientare la pesca verso una sostenibilità a 360 gradi: sostenibile per gli stock ittici, sostenibile per le altre specie e i diversi habitat di un ecosistema marino; e sostenibile anche nel futuro, tramite piani di gestione che assicurino la sopravvivenza delle risorse ittiche a lungo termine”. 

 

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Vino: la tropicalizzazione del clima contribuisce a cambiare anche gusti e abitudini

Non è solo una rivoluzione in vigna: la tropicalizzazione del clima contribuisce a cambiare anche gusti e abitudini al consumo di vino rosso, specie in Italia e in Europa. Lo rileva – al convegno ‘Rosso come il vino’ organizzato a Camerano (AN) dall’Istituto marchigiano di tutela vini (Imt) per il 50° anno della Doc del Conero – l’analisi di Nomisma-Wine Monitor sugli scenari evolutivi del prodotto storico della nostra enologia. E se la domanda esplode a Oriente e cresce ancora in Canada e Usa, diminuisce invece in Europa e soprattutto in Italia. Dove i bianchi, con un sorpasso storico, battono al fotofinish i rossi nei consumi rilevati lo scorso anno (40,6% per i bianchi fermi, 40,2% per i rossi fermi). Complice, la progressiva contrazione della domanda interna e il relativo calo delle vendite (-14%) nell’ultimo quinquennio. All’estero va meglio grazie alla crescita (+50%) del prezzo medio negli ultimi 10 anni, ma – secondo l’analisi presentata nell’ambito di Collisioni Marche – per vincere occorre spostare l’obiettivo più a Est, dove la domanda corre. “Assistiamo a una repentina migrazione della domanda di vino rosso – ha detto il direttore di Imt, Alberto Mazzoni – e alcuni nostri mercati storici sono depressi. In Germania negli ultimi 5 anni i volumi globali di rossi fermi importati sono calati del 7%, in Svizzera del 9% e in Gran Bretagna del 10%; allo stesso tempo volano quelli di Giappone (+26%), Cina (+25%) e Corea del Sud (+16%), oltre a Canada (+16%) e Usa (+11%). Anche per questo come Istituto marchigiano di tutela vini abbiamo intensificato l’azione sui Paesi terzi emergenti, destinando circa il 40% dei fondi della misura Ocm Promozione a Cina, Giappone, Russia e India, ma senza dimenticare Stati Uniti (34,5%) e Canada (19,3%)”. Per il responsabile di Nomisma-Wine Monitor, Denis Pantini: “Sebbene nell’ultimo quinquennio le dinamiche di crescita dell’export italiano di vini rossi imbottigliati siano state nettamente inferiori a quelle degli spumanti (18% contro 118%), questa categoria continua a rappresentare il 41% di tutto l’export in valore di vino dall’Italia, compresi gli sfusi. È tuttavia innegabile come sia sul mercato nazionale che in quelli più tradizionali europei (Germania e UK), i consumi di vino rosso stiano diminuendo mentre aumentano nei mercati asiatici, in Nord America e in Scandinavia dove il vino rosso viene maggiormente apprezzato per motivi salutistici, di maggior facilità nell’abbinamento alla cucina locale ed anche per ragioni climatiche – come nel caso del Canada o dei Paesi scandinavi – o “scaramantiche” (Cina). Questi cambiamenti di mercato implicano necessariamente modifiche nell’approccio e nelle strategie dei produttori di rossi italiani, il che non significa snaturare né il prodotto né le proprie tradizioni ma ragionare sul potenziale delle altre leve di marketing”.

L’Italia dei vini rossi mantiene la leadership mondiale nella produzione mentre rimane dietro la Francia nelle esportazioni, con 2,3 miliardi di euro di vendite dell’imbottigliato all’estero nel 2016 contro i 3,7 miliardi dei transalpini. Un divario rimasto quasi invariato negli ultimi anni, in cui però si è ristretta la forbice del prezzo medio a vantaggio dell’Italia: se nel 2011 un litro di rosso francese valeva in media il 35,6% in più di quello italiano, oggi la differenza si è ridotta al 20,7%. Tra i principali consumatori globali, la Cina consolida il primo posto con 16 milioni di ettolitri di vino consumati nel 2016, davanti a Usa, Francia, Italia e Germania, dove la domanda vale meno della metà rispetto a quella del Paese del Dragone. Nello speciale confronto Francia-Italia, tra le Dop stravince il Bordeaux che nel 2016 ha registrato un valore di 1,6miliardi di euro. Segue la Toscana con 531 milioni di euro, la Borgogna con 352 milioni di euro (con un super prezzo medio: 23,5 euro al litro), il Veneto a 272 milioni di euro e il Piemonte con 243 milioni di euro. La ricognizione sui valori esportati nei primi 5 mesi di quest’anno vede infine la Francia allungare le distanze, con un export dei fermi imbottigliati a +19,4% sul 2016 e l’Italia a +4,4%.

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Usa, riscaldamento globale è colpa dell’uomo

Le temperature medie negli Stati Uniti sono aumentati rapidamente e drammaticamente, gli ultimi decenni sono stati i più caldi da 1500 anni, secondo un rapporto preliminare del governo federale Usa pubblicato dal New York Times.

La relazione è stata preparata da 13 agenzie, ma non è stata resa pubblica o approvata dall’amministrazione del presidente Donald Trump.

Gli scienziati temono che le autorità rifiuteranno il loro lavoro.

Vi sono diverse linea di prova che dimostrano come le attività umane, specialmente le emissioni di gas serra, siano primariamente responsabili per i recenti cambiamenti climatici, dice il lavoro.

Questo progetto con relazione, che fa parte della valutazione nazionale del clima negli Stati Uniti (National Climate Assessment) , si fa ogni quattro anni. È stato firmato dall’Accademia nazionale delle scienze.

Gli Stati Uniti hanno confermato il venerdì per iscritto alle Nazioni Unite la loro intenzione di ritirarsi dall’accordo di Parigi sul clima.

Hanno detto, tuttavia, che avrebbero continuato a partecipare ai negoziati internazionali.

Fedele alla sua promessa elettorale, Donald Trump aveva annunciato il 1 ° giugno il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi, volto a limitare il riscaldamento globale, firmato nel dicembre 2015 da 195 paesi nella capitale francese.

Trump ha considerato il testo nocivo per l’economia americana, ma non ha escluso la reintegrazione del  dopo la rinegoziazione, o addirittura la conclusione di un “nuovo accordo in grado di proteggere” gli Stati Uniti.

Concluso alla fine del 2015 da più di 190 paesi, l’accordo di Parigi mira a limitare il riscaldamento globale a meno di due gradi Celsius, riducendo le emissioni dei gas serra.

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Nuovo record: il 2016 sarà l’anno più caldo

“Tutto sembra indicare che il 2016 sarà l’anno più caldo” con una temperatura media che “maggiore del record stabilito nel 2015”, ha detto l’Organizzazione meteorologica mondiale (WMO), in una dichiarazione rilasciata a margine della Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP22).

Più di 190 paesi si sono incontrati a Marrakech per cercare di andare avanti nell’attuazione dell’accordo di Parigi sigillato l’anno scorso che mira a limitare il riscaldamento globale di sotto 2 ° C. Oltre questa soglia, sarà estremamente difficile adattarsi agli impatti dei cambiamenti climatici in molte aree del mondo, secondo i climatologi.

La concentrazione dei gas serra ha raggiunto livelli senza precedenti, il ghiaccio marino artico è stato molto basso nel 2016 e lo scioglimento del ghiaccio della Groenlandia è stato “molto marcato”.

“In alcune regioni artiche della Federazione della Russia, la temperatura è stata superiore di 6-7 ° C rispetto al normale”, ha detto Petteri Taalas, Segretario generale del WMO.

“E in molte regioni artiche e subartiche della Russia, dell’Alaska e del nord-ovest del Canada, è stata superata la temperatura normale di almeno 3 ° C, ha aggiunto.

L’unica grande regione continentale dove la temperatura è rimasta sotto il normale è stata la zona subtropicale dell’America del Sud, nel Nord e nel centro dell’Argentina, in parte del Paraguay e della Bolivia.

Sulla terra, i record di caldo assoluto si sono registrati in diverse regioni: a Pretoria, a Johannesburg, in Sudafrica, in Thailandia e in India.

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Le emissioni di gas serra nel mondo, che già avevano stabilito un record nel 2015,