Vita più lunga con la menopausa tardiva

La menopausa, che si verifica nella donna, in media, intorno all’età di 52 anni, circa un anno dopo la fine delle mestruazioni, è un passo importante nella vita femminile, in quanto segna la fine del periodo fertile.

In menopausa, le ovaie smettono di funzionare a causa del normale esaurimento dello stock di cellule riproduttive femminili. Tuttavia, in alcune donne la menopausa arriva tardi, mentre in altre presto.

Secondo un nuovo studio pubblicato sulla rivista Menopause, l’età in cui si verifica la menopausa è fortemente influenzata dalla genetica: una ragazza può sapere l’età in cui non sarà più in grado di avere figli conoscendo l’età in cui sua madre è andata in menopausa.

Naturalmente, fattori non genetici come il fumo, la chemioterapia e un alto indice di massa corporea (BMI) possono influenzare l’età in cui si verifica la menopausa precoce. Ma, se le madri hanno avuto una menopausa precoce, è probabile che anche la figlia la abbia.

In questo contesto, il nuovo studio dice che l’età della menopausa è correlata all’aspettativa di vita. La menopausa tardiva è associata a una maggiore aspettativa di vita.

Per giungere a questa conclusione, i ricercatori hanno identificato le varianti genetiche associate alla menopausa, in base alla longevità familiare. Hanno condotto una meta-analisi di diversi studi sulle varianti genetiche associate all’età della menopausa nelle donne longeve.

Hanno scoperto che le donne che erano state in grado di avere figli dopo i 40 anni, avevano avuto 4 volte più probabilità della donna media di vivere oltre i 100 anni.

“Le varianti genetiche associate alla menopausa tardiva sono associate a una vita più lunga. Anche se i primi periodi e il numero totale di anni di riproduzione non sono stati associati a un invecchiamento più lento, la menopausa tardiva sembra essere associata a un invecchiamento più lento” ha affermato JoAnn Pinkerton, direttore esecutivo della North American Menopause Society (NAMS).

Minibot tra esigenze e malizia

Ha fatto molto discutere l’idea avanzata da alcuni politici italiani di emettere dei minibot.

“L’idea dei minibot solleva diverse domande. Fondamentalmente – dice Adrian Hilton – Head of global rates & currency di Columbia Threadneedle Investments –  il concetto di formalizzare l’ampio inventario di arretrati non è necessariamente negativo, e l’idea di offrire titoli a breve termine ai creditori ha probabilmente un certo senso. Non è chiaro però in che modo questi titoli sarebbero trattati ai fini della misurazione del debito pubblico, ma ci aspettiamo una posizione di disaccordo da parte della Commissione Europea se l’obiettivo fosse quello di eludere, in qualche modo, le regole di bilancio della zona euro.

L’Eurosistema rimane l’unico fornitore autorizzato di valuta, e i minibot non sembrerebbero una valuta parallela – certamente non in senso giuridico. Ma anche al di là di questo, il fatto che i minibot non sarebbero bancabili li renderebbe comunque una valuta imperfetta. Questa misura ci sembrerebbe quindi più vicina ad un modo di cartolarizzare i crediti futuri. Non una cattiva idea in sé, ma rimane il fatto che i minibot non sarebbero una valuta.

Poi c’è l’impatto fiscale: il governo italiano dovrebbe emettere minibot a sconto (perché ci dovrebbe comunque essere un incentivo per accettarli, a meno che non diventino l’unico modo per pagare le tasse) ma riscattarli alla pari al posto delle tasse, bloccando un costo e una riserva di liquidità.

Pensiamo che questa proposta sia riemersa in parte perché è stata fatta un po’ di confusione tra la proposta sensata di cartolarizzare debiti commerciali in sospeso e le intenzioni forse più maliziose di coloro che, in Italia, cercano di innescare conflitti con la Commissione Europea e gettare i semi di un’eventuale uscita dall’Eurozona. Quest’ultimo obiettivo potrebbe certamente essere raggiunto tentando di competere con l’euro attraverso l’introduzione di una valuta nazionale. Ma tale rottura – non da ultimo attraverso la fuga di capitali su larga scala – potrebbe essere così tanto dolorosa che in pochi la vorrebbero realmente sperimentare.

In questo contesto, rimaniamo, come la maggior parte degli investitori, neutrali sulle obbligazioni italiane. La nostra ipotesi di base rimane che l’uscita italiana dall’euro sia improbabile, ma l’aumento della volatilità sotto questo governo giustifica un premio di rendimento molto più alto e rimaniamo selettivi”.

 

Guerre commerciali ed elezioni europee fattori di instabilità

di Roberto Rossignoli, Portfolio Manager di Moneyfarm

Le guerre commerciali tra Stati Uniti e Cina sono da tempo al centro del focus dei mercati finanziari. Dopo un inizio 2019 di tregua, a maggio abbiamo assistito a una nuova escalation. Il colosso cinese Huawei, già boicottata per le forniture di tecnologie legate al 5G, è stato inserito dal Governo Americano in una black list che rende complesso all’azienda reperimento di componentistica hardware e software da società, tra cui Google che a Huawei offre l’utilizzo del sistema operativo Android.

La sfida commerciale sembra dunque aver raggiunto un livello inedito, andando a sovrapporsi al contesto della lotta per la leadership tecnologica tra le due economie più importanti del pianeta.

Le aziende cinesi non saranno le uniche a essere penalizzate. Le tensioni commerciali, se non troveranno una soluzione, andranno a penalizzare anche le aziende americane in tre modi: attraverso i dazi cinesi sui prodotti americani; con un aumento dei costi di produzione che impatteranno la catena del valore delle imprese Usa; e infine attraverso il rischio reputazionale delle società americane in Cina.

 

Lo sviluppo di questa situazione rappresenta il principale fattore da monitorare nei prossimi mesi, anche per le Banche Centrali.

La Banca Centrale americana, infatti, potrebbe trovarsi nella situazione di dover gestire una condizione di minor crescita economicacaratterizzata da inflazione crescente, con l’occhio dei mercati e della Casa Bianca puntati addosso. Negli scorsi mesi abbiamo parlato di un graduale cambiamento delle prospettive di politica monetaria. Ad oggi, le probabilità di uno scenario opposto, ossia il taglio dei tassi d’interesse, ammontano al 100%, si pensi che fino a 6 mesi fa le probabilità di rialzo dei tassi Fed entro fine anno ammontavano a circa il 90%.

 

 L’inflazione nell’Eurozona

Nonostante gli sforzi degli ultimi anni (quantitative easing e tassi negativi), l’inflazione nell’Eurozona non riesce a raggiungere i target. A causa dell’escalation delle tensioni commerciali globali e della frammentazione politica europea, e nonostante le dichiarazioni di Draghi, un ulteriore abbassamento dei tassi resta una possibilità. La notizia che renderebbe felici i debitori di mutui a tasso variabile, ma è il sintomo di un’economia Europea che da troppi anni continua a faticare.

Elezioni europee

I risultati delle elezioni europee di maggio hanno grossomodo rispettato le aspettative e, come previsto, un po’ tutti hanno avuto modo di reclamare la propria porzione di vittoria.

 

I sovranisti e gli euroscettici hanno ottenuto un ottimo risultato, anche se non travolgente. I popolari e i socialdemocratici hanno perso voti, ma nel complesso non sono affondati: saranno in grado di partecipare ancora alla maggioranza nel Parlamento, ma i loro voti non saranno sufficienti. Nella maggioranza dovranno essere inclusi alcuni dei gruppi protagonisti dell’ultima tornata elettorale come i verdi e i liberali. I partiti euroscettici hanno comunque trionfato in molte nazioni chiave da un punto di vista economico, politico e demografico (incluse l’Italia, la Francia, il Regno Unito e la Polonia).

Il risultato elettorale, in realtà, è meno netto di quanto la conformazione del Parlamento lasci presagire. La geografia politica del continente sembra cambiata rispetto a cinque anni fa. Il partito popolare (la formazione di centro-destra a cui fanno riferimento i partiti cristiano sociali, il centrodestra francese e Forza Italia) sembra ormai sparito dall’Europa Occidentale (fatta eccezione per la Germania). Resta il partito di maggioranza relativa, ma costruisce il suo consenso nell’Europa dell’Est e del Nord e non nei Paesi dove storicamente ha trovato il suo bacino d’utenza. All’interno del suo gruppo sono incluse forze politiche, come il partito dell’ungherese Orban, che nonostante abbiano deciso di adottare una strategia conciliante e di cooperazione non sembrano avere una prospettiva europeista in linea con la tradizione della famiglia politica popolare. Anche i socialdemocratici hanno perso moltissimi voti ed evitato il collasso completo solo grazie agli ottimi risultati in Spagna e in Portogallo.

In generale sembra che per la prima volta nella storia potrebbe rompersi l’unità politica che da sempre ha legato la maggioranza del Parlamento Europeo, la Commissione e il Governo degli stati membri con maggior potere decisionale. Questa divisione si farà sentire nei prossimi anni, quando l’Unione si troverà a prendere importanti scelte strategiche e già si riflette nella partite delle nomine per la formazione della nuova Commissione. Sebbene sembri che quasi tutti riconoscano i meriti di una riforma progressiva dell’Unione, l’idea che il processo di integrazione – su aspetti importanti come l’economia, la sicurezza, la politica estera – debba proseguire senza ripensamenti è sicuramente sempre meno condivisa (dagli elettori e dalle classi dirigenti stesse).

Tutti questi fattori sollevano più di qualche dubbio sulla capacità dell’Ue di far fronte alle sfide economiche e internazionali. In passato, l’Unione Europea ha saputo trovare degli spunti per far progredire il processo d’integrazione proprio quando è stata messa alle strette da cambiamenti repentini del contesto globale, anche se oggi il contesto politico e la volontà popolare sono forse meno favorevoli di quanto lo siano mai stati. La politica europea continuerà probabilmente a rimanere un fattore di instabilità sia per i limiti della sua architettura sia per la sua vulnerabilità alle crisi politiche locali.

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