E se anche le malattie non trasmissibili fossero trasmissibili?

Le malattie non trasmissibili (cardiache, cancro, polmonari), sono oggi le cause più comuni di morte e rappresentano il 70% delle morti in tutto il mondo. Queste malattie sono considerate “non trasmissibili” perché si pensa che siano causate da una combinazione di fattori genetici, di stile di vita e ambientali, che non possono essere trasmesse tra le persone.

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I pazienti sieropositivi in terapia antiretrovirale non trasmettono il virus

U=U, Undetectable=Untransmittable, ossia Non rilevabile=Non trasmissibile. Si tratta di un’evidenza rivoluzionaria, poiché permette alle coppie di avere rapporti sessuali senza utilizzare il preservativo e alle persone HIV positive di alleggerire il peso sociale dell’infezione”

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Consigli per non farsi lasciare a piedi dal PC

Tutti al lavoro siamo costantemente alle prese con liste di cose da fare, mille progetti aperti, piani attività. Nonostante i diversi sistemi di gestione delle attività pensati per aiutare i lavoratori nello svolgimento dei propri compiti, motivarli e rispettare le scadenze, ci sono però alcune voci che, per pigrizia o perché non si sa da dove cominciare, rimangono in lista per giorni o settimane. Qualunque sia il motivo, ciò che all’apparenza può sembrare di poco conto può, se rimandato all’infinito, trasformarsi in un grande problema.

 

Un esempio su tutti? Le attività volte al benessere del nostro PC, che spesso non sono neanche inserite nella nostra to-do list ma dalle quali dipende gran parte del nostro lavoro, dal mandare una mail all’accesso a Internet fino all’uso di software particolari. Per evitare che il PC ci lasci troppo spesso a piedi, gli esperti di Crucial, brand di Micron Technology leader nel settore delle memorie e dello storage, suggeriscono cinque semplici mosse fondamentali per la salute del nostro primo alleato sul luogo di lavoro.

1. Allarme virus? Per non cadere in trappola, il trucco è la scansione settimanale

In media i lavoratori passano ogni giorno davanti al PC sei ore e mezza, durante le quali sono potenzialmente esposti a centinaia di virus. Basta un clic accidentale su una mail pericolosa per lanciare un virus potenzialmente dannoso che può mettere completamente a terra il sistema. Una volta attivati, i virus possono infettare programmi e file, quasi azzerare le performance del sistema e rallentare in modo insopportabile il PC.  Quel che è peggio è che alcuni virus possono fare grandi danni senza dare alcun segnale d’allarme. Ecco perché, per essere sempre protetti, le scansioni antivirus sono fondamentali. Tanto più che oggi è possibile effettuare scansioni completamente gratuite anche quando si è lontani dal PC, ad esempio in pausa pranzo, per non interferire con il nostro lavoro.

 

2. Fermi al disco rigido? Meglio una SSD

Tutti i PC e notebook hanno un hard drive dove vengono memorizzati i dati e i file del sistema operativo. Col tempo, però, questi dischi meccanici tendono a logorarsi a causa delle parti in movimento e questo ha un effetto negativo sull’intero sistema. Il PC sarà più lento ad avviarsi e i programmi tenderanno a crashare con conseguenti perdite di tempo e diminuzione delle performance.

La sostituzione del disco rigido con una SSD può contribuire a ridurre i rallentamenti e dare nuova linfa al PC. Per fare questo, ci sono strumenti come Crucial System Scanner e Crucial SSD Install Guide, oltre ai numerosi forum e tutorial su YouTube che offrono un valido aiuto per l’aggiornamento del PC.

 

3. Un po’ di pulizia non guasta, almeno una volta al mese

Vi è mai capitato che il vostro capo vi abbia chiesto quel foglio Excel creato chissà quanto tempo fa e di esservi affannati per ripescarlo senza successo? Probabilmente ci piace pensare al nostro desktop o alla mailbox come a un “caos organizzato”, ma quando occorre trovare qualcosa velocemente perdiamo molto più tempo di quel che sarebbe lecito. Dedicare una mezz’ora al mese a ripulire la mailbox, mettere i file nelle loro cartelle e fare un minimo di ordine digitale ci permette di essere più organizzati e produttivi e, ovviamente, di liberare spazio di archiviazione.

 

4. Relax anche per il PC a fine giornata

Può sembrare banale ma talvolta un’operazione semplicissima può salvarci dal disastro: una di queste è spegnere il PC. Arrestare correttamente il PC alla fine di ogni giornata di lavoro, anziché lasciarlo in modalità “sleep”, non solo fa risparmiare elettricità, ma va anche a vantaggio delle performance del computer nel caso in cui i programmi vadano in crash. Detto ciò, se il computer sta installando aggiornamenti o programmi, va lasciato acceso per evitare guai seri.

 

5. Trucchi salvaspazio

Se usate browser, email e qualunque programma che richieda l’uso di Internet è consigliabile fare regolarmente pulizia di cookie e cache. Sebbene i cookie siano utili per memorizzare username e password, possono causare problemi di rallentamento al PC perché l’accumulo di dati richiede parecchio spazio di archiviazione. Analogamente, la cache viene usata per velocizzare il caricamento delle pagine nel browser, il che è utile, ma comporta l’archiviazione di una grande quantità di file sul computer e, di conseguenza, il rallentamento del sistema. Per evitare il problema la cosa migliore da fare è cancellare i cookie e svuotare la cache con regolarità.

 

In ultimo, ma non meno importante: se fate parte del team IT aziendale o siete il referente IT di una piccola azienda, educate i colleghi a eseguire queste semplici operazioni, così che anche il personale meno informatizzato saprà come massimizzare le prestazioni del proprio PC.

 

Per molti, il PC in ufficio è ormai paragonabile al motore di un’auto: senza non è possibile lavorare. Sapere come prendersene cura e seguire questi semplici consigli può aiutarci a essere più produttivi sul lungo periodo, risparmiare tempo ed evitare motivi di stress non necessari.

 

La struttura delle città influisce sull’epidemia di influenza

Le dimensioni e la struttura delle città influiscono sulla diffusione dell’influenza, secondo un nuovo studio apparso su Science.

I casi di influenza generalmente raggiungono il picco in inverno perché l’aria è più secca. Tale secchezza aiuta il virus a sopravvivere più a lungo, una volta starnutito da una persona malata, ad esempio, permettendo al virus di infettare potenzialmente più persone.

Il recente studio, dopo aver analizzato i dati sui casi di influenza riportati dal 2002 al 2008 in 603 città degli Stati Uniti, ha trovato che la dimensione e la struttura di una città giocano anche un ruolo nel plasmare le epidemie di influenza locale.

Le città più grandi con livelli più elevati di affollamento sono associate a un costante accumulo di casi in tutta la stagione influenzale. Le città più piccole con meno affollamento tendono ad avere una stagione influenzale con un’ondata più intensa in inverno.

Le città più grandi degli Stati Uniti, è emerso dallo studio, avevano avuto stagioni influenzali meno intense, in media, con i nuovi casi più diffusi dall’autunno alla primavera, mentre, nelle città più piccole la malattia era stata più intensa, con un forte picco in inverno. Complessivamente, le città più piccole con maggiori fluttuazioni di umidità di stagione in stagione erano associate a stagioni influenzali ad alta intensità.

 

Una varietà di fattori influisce sulla trasmissione dell’influenza in una particolare area, compresi l’umidità, i cambiamenti genetici dei virus influenzali e i modi in cui le persone interagiscono mentre si spostano nella loro giornata.

Il team ha scoperto che nelle grandi città che hanno un maggiore affollamento, ovvero aree concentrate dove le persone vivono e lavorano, sembrano esserci più opportunità per il virus di trovare nuovi ospiti, anche quando le condizioni dell’aria non sono ideali per la trasmissione del virus.

Influenza: ceppi di virus diversi dal previsto

Due casi su tre, dai campioni prelevati da persone che i loro medici curanti ritenevano malati di influenza, si sono rivelati negativi per virus influenzale .

INFLUENZA E MORTALITA’: I DATI – Secondo gli ultimi dati forniti dall’EuroMoMo, sistema europeo per il monitoraggio della mortalità, nelle ultime settimane si è notato un incremento della mortalità dovuta a un incremento dei decessi negli ultra 65enni, soprattutto in Italia, Spagna, Portogallo e Scozia. Una delle cause principali, anche, quest’anno, sono stati gli effetti dell’influenza: lo sottolineano gli specialisti della Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali – SIMIT.

GLI EFFETTI DELLA MANCATA VACCINAZIONE – Da settembre sono stati segnalati 140 casi gravi di influenza confermata (età media 61 anni) e 30 decessi. Dei 140 casi gravi, tutti ricoverati in terapia intensiva, l’81% presentava almeno una condizione predisponente a sviluppare complicazioni in caso di infezione influenzale. I casi gravi individuati sono probabilmente solo la punta dell’iceberg.

Molto di tutto questo – prosegue il Prof. Massimo Galli – si sarebbe potuto evitare con una migliore copertura vaccinale, che resta molto lontana da quel 75% che rappresenta l’obiettivo minimo fissatodall’Organizzazione Mondiale della Sanità negli ultra sessantacinquenni. In 68 (48,6%) di questi casi gravi il virus implicato era un A/H1N1pdm09, in 3 (2,1%) un A/H3N2, in 13 (9,3%) un virus A/non sottotipizzato e in 56 (40,0%) un virus B”. – sottolinea il Prof. Massimo Galli – Presidente della SIMIT –E questo pone l’indice sulle peculiarità e sulle ‘relative sorprese’di questa stagione influenzale. Molto H1N1 e molto B. Molto H1N1, il cui nuovo ceppo A/Michigan/45/2015 ha trovato molte persone non vaccinate, soprattutto bambini e giovani, del tutto suscettibili ad infettarsi. E molto virus influenzale B, che si è rivelato meno innocuo di quanto il venga spesso considerato.

IL CONFRONTO TRA LE DUE ULTIME STAGIONI INFLUENZALI – Il confronto tra le due ultime stagioni influenzali è per molti aspetti sorprendente. “Alla metà di gennaio del 2017, la sorveglianza virologica di Influnet riportava che, su 4.411 campioni clinici raccolti in pazienti che presentavano una sindrome influenzale, 1555 (35%) risultavano positivi per un virus dell’influenza – dichiara il Prof. Galli – Di questi, 1543 erano virus A, e ben 1333 erano H3N2. Gli H1N1 accertati erano solo 18, i B solo 12. Alla stessa data del 2018, i dati stagionali della sorveglianza ci dicono che i campioni positivi erano 1.725 su 5.152 (33%) e di questi solo 48 per H3N2, contro 535 per H1N1 e ben 1097 per virus influenzali B.

Dal punto di vista della circolazione dei ceppi implicati, quindi, una situazione del tutto opposta rispetto all’anno precedente. I dati europei ci dicono che il 96% dei virus influenzali B isolati appartiene al ceppo B/Yamagata, solo il 4% invece al B/Victoria. Nel vaccino trivalente, ampliamente utilizzato quest’anno in Italia e formulato secondo le prime indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, il ceppo B/Yamagata non è contemplato e questo, come è stato suggerito da Giovanni Rezza, dell’Istituto Superiore di Sanità, spiega probabilmente molto di quanto è accaduto”.

COME VIENE SCELTA LA COMPOSIZIONE DEL VACCINO INFLUENZALE – Le scelte sui ceppi contro i quali basare una campagna vaccinale si fondano soprattutto su quanto è circolato negli anni precedenti ed in particolare nell’opposto emisfero. In altre parole, i ceppi che hanno circolato in Australia o in Argentina durante l’estate, da giugno a settembre, saranno quelli più probabilmente implicati nel causare l’influenza l’inverno successivo nel nostro emisfero. Ma purtroppo non sempre è così.

Nel 2014-15 ci si attendeva il ceppo H3N3 A/Texas/50/2012 – chiosa il Presidente della SIMIT – ma finirono per circolare molto di più altri ceppi, in particolare l’H3N2 A/Switzerland/9715293/2013, il che ha molto ridotto la copertura offerta dai vaccini già preparati e messi in commercio. In Italia, del resto, proprio quell’anno si toccò il minimo storico di vaccinati, probabilmente a seguito della diffusione di notizie rivelatesi prive di ogni fondamento sulla implicazione del vaccino nel decesso di alcuni anziani. La diffusione dei ceppi virali presenta inoltre importanti variazioni geografiche. Quest’anno nell’emisfero settentrionale hanno largamente prevalso, tra i virus dell’influenza A, i ceppi H3N2, che però in Italia, fino ad ora, quasi non si sono visti. Tutto questo, comunque, non può mettere in discussione l’importanza di vaccinarsi, specie per gli anziani e i portatori di malattie croniche”.

COSA IL VACCINO NON PUÒ COPRIRE – Un’ultima considerazione: due casi su tre, dai campioni prelevati da persone che i loro medici curanti ritenevano malati di influenza, si sono rivelati negativi per virus influenzale. Niente di inatteso: molte delle sindromi influenzali che ogni anno si osservano sono causate da virus non influenzali e questo è accaduto anche in anni, come il 2016-17, in cui il vaccino ‘copriva’ completamente rispetto ai virus dell’influenza poi circolati. La vaccinazione anti influenzale è intesa come protezione contro i più pericolosi tra i virus respiratori, e non le si può imputare di non proteggere dagli altri virus, come auto giustificazione per non vaccinarsi.

HIV: un infetto su 5 non sa di esserlo

Dal 12 al 14 giugno la IX edizione di ICAR all’Università di Siena: attesi circa 800 specialisti

HIV: UN INFETTO SU 5 NON SA DI ESSERLO, RAPPORTI SESSUALI NON PROTETTI CAUSA DELL’86% DEI CASI. COSTI ED EFFETTI DELLA TERAPIA

 

I rapporti sessuali non protetti causa dell’86% delle infezioni, i contagi per trasmissione endovenosa sono oggi inferiori al 4%. Per le nuove diagnosi, prevalgono in quelli nella fascia d’età tra i 30 e i 50 anni, ma l’incidenza è più elevata in coloro che hanno tra i 25 e i 29 anni. “Nessuno può sentirsi al riparo, sia il giovane ventenne che ha avuto rapporti sessuali con uomini che uomini e donne oltre i 50 anni con rapporti eterosessuali a rischio”, dichiara il Prof. Andrea Antinori.

 

 

La popolazione italiana con HIV, che conta circa 130mila persone viventi, tende ad aumentare ogni anno. Poco meno di 4mila le nuove diagnosi, per un contagio ogni due ore. Una notizia buona c’è: ci si ammala e si muore molto meno. Il rischio di ammalarsi di AIDS in chi attua una terapia precoce è, secondo gli ultimi dati, meno del 2%. Purtroppo più del 50% dei casi scopre di avere la malattia in una fase avanzata. Ma c’è anche un 15% di popolazione che non sa di averlo. E di questi almeno un terzo è già in una fase avanzata di malattia.

IL CONGRESSO – Se ne parlerà durante la nona edizione di ICAR (Italian Conference on AIDS and Antiviral Research), che si terrà dal 12 al 14 giugno 2017 a Siena. Il congresso, presieduto dai professori Maurizio Zazzi (Siena), Andrea Antinori (Roma) e Andrea De Luca (Siena), si svolgerà pressol’Università degli Studi di Siena – Centro Didattico del Policlinico S. Maria alle Scotte. Attesi 800 specialisti tra medici e ricercatori di vari settori coinvolti nell’assistenza e cura dell’infezione da HIV e volontari delle associazioni impegnate nella lotta contro l’AIDS.

L’obiettivo, in continuità con le passate edizioni, è presentare e discutere le novità in tema di ricerca, prevenzione, diagnosi e cura delle infezioni da HIV e da virus dell’epatite B e C. ICAR (Italian Conference on Antiviral Research) è organizzata sotto l’egida della SIMIT, Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali e con il patrocinio di tutte le maggiori società scientifiche di area infettivologica e virologica.

LE CAUSE DEL CONTAGIO – Il sesso non protetto è causa dell’86% delle infezioni, mentre ormai i contagi per trasmissione endovenosa sono inferiori al 4%. Per quanto riguarda le nuove diagnosi, prevalgono quelli nella fascia d’età tra i 30 e i 50 anni, seppur l’incidenza sia maggiore in quelli con la decade precedente. Non esiste, invece, una sostanziale differenza, in termini di numero di nuove diagnosi, tra chi ha acquisito l’infezione attraverso rapporti eterosessuali (45%) e tra gli uomini che hanno avuto rapporti sessuali con uomini (41%). Numericamente i primi sono di più, seppure l’incidenza sia più alta tra i secondi.

 

“Non bisogna commettere l’errore di settorializzare l’HIV come una malattia di genere o di gruppi – spiega ilProf. Andrea Antinori, Coordinatore di ICAR, Direttore UOC Immunodeficienze virali, Istituto Nazionale per le Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani, IRCCS, Roma – perché negli scorsi decenni questo errore ha creato un profondo stigma, determinando problemi sociali e culturali. Si tratta di un virus che non guarda in faccia se sei un uomo che ha avuto rapporti sessuali a rischio con uomini o se, uomo o donna, hai avuto rapporti eterosessuali a rischio, ma che colpisce uomini e donne semplicemente sessualmente attivi. Nessuno può sentirsi al riparo, sia il giovane ventenne che ha avuto rapporti sessuali con uomini, sia uomini e donne oltre i 50 anni con rapporti eterosessuali. E’ soprattutto  una questione di comportamenti a rischio”.  

 

I MIGLIORAMENTI NELLA TERAPIA DEI PAZIENTI HIV – La terapia funziona, la mortalità si è ridotta drasticamente (negli USA, 2.1 per 100.000 abitanti) e continua a diminuire negli ultimi anni, anche se la sopravvivenza di una persona con HIV oggi non è ancora comparabile a quella di una persona sieronegativa di pari età e fattori di rischio. Con la terapia precoce ci si ammala di AIDS raramente (meno del 2%), ma dall’HIV non si guarisce. Con il virus ci si convive, ma le ripercussioni saranno comunque rilevanti sia da un punto di vista fisico, che da un punto dei rischi correlati a patologie concomitanti.

 

“Oggi in Italia circa l’80% delle persone viventi con HIV è in cura, – aggiunge il Prof. Antinori – una percentuale alta ma ancora insufficiente, se consideriamo che ancora il 20% della popolazione infetta o non è in cura o non sa di avere l’infezione. La prospettiva di vita per i pazienti in trattamento, è nettamente cambiata, con una qualità di vita maggiore e con una migliore performance psicofisica. Indubbio anche il miglioramento sul piano clinico, soprattutto se il paziente ha scoperto la diagnosi in una fase precoce. I miglioramenti delle terapie, rispetto a vent’anni fa, si registrano soprattutto a livello gastrointestinale e cutaneo. E anche la lipodistrofia è considerata oggi molto rara. Il profilo di tollerabilità per i nuovi farmaci è indubbiamente migliorato, ma una simile terapia cronica, che dura decenni, avrà ovviamente effetti collaterali”.

GLI EFFETTI COLLATERALI DELLA TERAPIA – Tra gli effetti collaterali della terapia, i principali sono di tipo gastrointestinale (nausea, diarrea) o neuropsicologico (disturbi del sonno, ansia). Possono anche verificarsi problematiche di carattere metabolico (aumento dei lipidi nel sangue), eruzioni cutanee, alterazioni renali, osteoporosi. Possono anche esserci disturbi aspecifici, non collegati direttamente alla malattia.

“La popolazione con HIV – dichiara il Prof. Andrea Antinori – è una popolazione destinata ad invecchiare con la malattia e con la terapia, che oggi è ancora necessario somministrare per tutta la vita. Tutte le problematiche legate all’età sono accelerate durante l’invecchiamento, con una maggiore e prematura incidenza di patologie quali osteoporosi, malattie cardiovascolari e renali. Questo comporterà la necessità di una ulteriore somministrazione di farmaci per affrontare comorbliità e malattie legate all’età. Il paziente con HIV, insomma, è ancora più fragile rispetto a chi non è portatore di questa infezione”.

I COSTI – I costi della malattia non sono facili da stimare: una terapia antiretrovirale costa circa 7mila euro l’anno. Ma ci sono anche altre spese, come quelle relative ad ospedalizzazioni e medicalizzazioni. Parliamo quindi di visite ambulatoriali, esami diagnostici di monitoraggio, eventuali complicanze. Ovviamente ci sono anche delle ulteriori conseguenze da un punto di vista sociale, i cosiddetti costi indiretti, come la perdita di giornate di lavoro per il trattamento e altre conseguenze tipiche di altre malattie croniche.

I batteri proliferano nell’insalata già pronta in busta

Le foglie di insalata, tritate, lavate e asciugate, che sono vendute nei sacchetti, possono aumentare enormemente il rischio di salmonella, secondo un nuovo studio, pubblicato su ‘Applied and Environmental Microbiology‘.

I succhi rilasciati dalle foglie di insalata mista insaccata e dagli spinaci insaccati aumentano il rischio di crescita dei batteri di 2.400 volte, con un significativo aumento anche della virulenza degli stessi.

I ricercatori dell’Università di Leicester, che hanno fatto un nuovo studio, hanno trovato che una volta che è stato aperto un sacchetto, i batteri naturalmente presenti sulle foglie crescono molto più velocemente anche quando il prodotto è mantenuto al freddo in frigo. Di conseguenza, consigliano ai consumatori di mangiare le insalate insaccate più presto possibile, dopo l’apertura.

Hanno trovato che la salmonella può crescere anche a una temperatura di refrigerazione di 4C. I succhi rilasciati dalle estremità tagliate delle foglie favoriscono la crescita della salmonella e la aiutarono ad attaccarsi alle foglie stesse così fortemente, che neanche un vigoroso lavaggio riesce a rimuovere i batteri.

Gli esperti hanno esortato i coltivatori di insalata a mantenere alti gli standard di sicurezza alimentare, dato che poche cellule di salmonelle in un sacchetto al momento dell’acquisto possono moltiplicarsi entro la data di utilizzo.

All’inizio di quest’anno 151 persone sono state infettate e due sono morte in Gran Bretagna a causa di un focolaio di E. coli presumibilmente derivato dalle foglie di insalata mista.

La contaminazione può verificarsi per contatto con animali o insetti o a causa del terreno, dell’irrigazione contaminata, del lavaggio in acque sporca, di apparecchiature e manipolazione umana non igieniche.

Sarebbe preferibile acquistare prodotti freschi ed eventualmente di lavare sempre i prodotti tritati prima di mangiarli, anche quelli che sono stati già lavati. Inoltre, mantenere questi alimenti in frigorifero, secondo lo studio, è importante.