Stupro: l’abito è innocente

Quante volte le donne vittime di stupro si sentono chiedere:”Come eri vestita?”, quando è avvenuto il fatto, spostando così la colpa dal carnefice alla vittima. Ora, una mostra nell’Università del Kansas, negli Stati Uniti, denuncia il mito che l’aggressione sessuale sia causato dal comportamento della donna.

‘What were you wearing?’ , “Cosa indossavi?”  è il titolo della mostra fatta con la finalità di non stigmatizzare le vittime.

Diciotto diversi abiti illustrano le testimonianze delle vittime dell’aggressione sessuale. Un vestito, una vecchia maglietta, un pigiama, un jeans o una maglietta…dicono che non c’è un abito “tipico” che possa indurre allo stupro.

I vestiti esposti non sono quelli reali delle vittime, ma sono stati donati da studenti e docenti, in base alle descrizioni dei sopravvissuti.

Le storie sono state raccolte dagli studenti universitari attorno al Midwest, attraverso le campagne dei social media e dei centri di difesa dalle violenze.

“Vogliamo che le persone possano vedere se stesse riflesse nell’installazione, nella descrizione, negli abiti”, ha detto Jen Brockman, direttore dell’istituto universitario per la prevenzione e l’educazione sessuale dell’università.

Purtroppo, le donne violentate ancora si sentono troppo spesso fare questa domanda (Cosa indossavi?), la quale sottintende che i peggiori guai potrebbero essere evitati se ci si fosse vestite in modo diverso, anche se ciò è falso.

Non è l’abbigliamento la causa della violenza sessuale, il male è nella persona che commette la violenza.

In America avviene uno stupro ogni 107 secondi.

India: un ciondolo per combattere gli abusi sessuali

Un ciondolo composto da una pietra preziosa e un microchip è il nuovo gioiello che combatterà l’abuso sessuale in India, paese in cui l’anno scorso ci sono stati 100 stupri al giorno, secondo i dati ufficiali. Progettato da cinque giovani ingegneri indiani che hanno iniziato a venderlo su internet, il gioiello Safer è costituito da un sistema nascosto nel retro che invia un avviso di pericolo attraverso un’applicazione per smartphone.

Tale comunicazione avviene attraverso Google Maps e tramite GPS. Quando il pulsante del dispositivo viene premuto due volte in successione, ai contatti già stabiliti dalla vittima viene inviato un messaggio via internet o un SMS per avvisarli della situazione di pericolo e comunicare la posizione esatta.

In questo modo, le nuove tecnologie “indossabili” potranno aiutare le donne indiane nella lotta contro gli abusi.

Il gioiello piace ai genitori delle giovani donne che si sentono più sicuri.

Il nuovo dispositivo garantisce sicurezza ed estetica. Per ora, è possibile effettuare ordini attraverso il sito dell’azienda Leaf a prezzi speciali

I produttori pensano di produrre in massa il gioiello e di iniziare a venderlo da novembre nei negozi di New Delhi, Bombay e Bangalore.

Gli ingegneri di Leaf stanno già pensando a come migliorare il primo modello e inserire un contatto con la polizia per sviluppare un servizio che avvisi le forze di sicurezza, in caso di stupro.

Invita a casa lo stupratore di sua figlia e lo tortura fino ad ucciderlo

Singolare vendetta quella messa in atto da un 36enne indiano nei confronti di uno stupratore che aveva violentato la figlia 14enne, mettendola incinta e chiedendole di abortire

L’uomo, padre di altri sei figli, ha invitato lo strupratore, suo vicino di casa nel nordest di Nuova Delhi, a casa sua. Ma non c’è stato un banchetto normale, perché il 36enne ha legato lo stupratore, bruciandogli le parti intime, con delle pinze infuocate, prima di strangolarlo.

L’omicida ha detto alla polizia che avrebbe voluto solo punire lo stupratore della figlia minore, ma, evidentemente ha ecceduto con la violenza. Così, quando si è accorto di aver brutalmente assassinato il violentatore ha lasciato il suo corpo nella stanza, in cui aveva compiuto l’omicidio, ed è andato in Questura, portando con sé un’asta di ferro.

Il fatto è avvenuto sabato scorso. La polizia ha arrestato il reo confesso, mentre una squadra di agenti si è precipitata immediatamente nella casa segnalata, trovando il corpo di un uomo disteso sul pavimento con segni di strangolamento sulla gola e le parti intime bruciate.

Lo stupratore si chiamava Omkar Singh (45 anni) e aveva violentato la figlia 14enne del suo assassino, tre mesi fa. L’aveva anche minacciata di non dire niente alla polizia sostenendo che, avrebbe avuto conseguenze terribili se avesse parlato, avendo egli delle amicizie altolocate.

Singh, un rappresentante medico, aveva in affitto una stanza adiacente all’abitazione della famiglia della 14enne violentata.

(Nell’immagine, la zona in cui è avvenuto lo stupro)

Woody Allen nega di aver abusato sessualmente della figlia adottiva

Woody Allen ancora una volta ha negato di aver abusato sessualmente della figlia adottiva Dylan Farrow, in una lettera aperta pubblicata venerdì dal New York Times.

Il regista, 78 anni, dice che amava sua figlia e che è stata la madre, più interessata a sfogare la sua rabbia contro di lui che a pensare al benessere di sua figlia, ad imbeccarla quando aveva 7 anni.

Allen dice di non dubitare che Dylan sia giunta a credere di aver subito degli abusi sessuali, perché se, fin da quando ha sette anni, a un bambino vulnerabile, viene insegnato da una madre forte a odiare suo padre, non è così inconcepibile che, dopo tanti anni di indottrinamento, egli abbia del genitore, dipinto come un mostro, un’immagine radicata distorta.

Dylan Farrow ha sostenuto di aver subito abusi da parte del padre adottivo, all’età di 7 anni, nella soffitta scura della casa della famiglia in Connecticut.

Allen ha detto nella sua lettera che egli crede che Mia Farrow abbia inventato quei dettagli, ispirandosi alla canzone di Dory Previn “With My Daddy in the Attic” (con mio padre in soffitta).

Il regista ha fatto presente che nella soffitta bassa e stretta di quella casa in Connecticut non andava mai. “Mia dimentica che soffro molto di claustrofobia”, ha spiegato.

Allen ha raccontato che quando Mia portò la bimba a una visita medica, la piccola al dottore disse di non essere stata molestata. Allora la madre portò Dylan fuori per un gelato e quando tornarono la bambina aveva cambiato la storia.

Il regista ha osservato: “nessuno vuole evitare che le vittime degli abusi parlino, ma tenete presente che a volte accusano falsamente e che questo è anche qualcosa di terribilmente distruttivo”.

Woody Allen: le accuse di Dylan sono false e vergognose

Woody Allen, dopo la lettera aperta, scrittagli dalla figlia adottiva Dylan Farrow, pubblicata dal New York Times, ha fatto sapere, attraverso il suo agente, che le accuse della giovane (abuso sessuale subito all’età di 7 anni) sono “false e vergognose”.

Allen ha fatto notare che i fatti risalgono ai tempi della sua tempestosa separazione dall’attrice Mia Farrow, negli anni ’90.

Allen era già stato indagato per abuso di minore nel 1992.

Secondo alcuni, allora non si agì, come si sarebbe potuto, contro il regista, anche per evitare un processo traumatico alla ragazza.

un team di specialisti in abusi sui minori alla Yale-New Haven Hospital aveva esaminato il caso, concludendo che la bambina non aveva subito violenza sessuale.

L’accusa era stata fatta poco dopo che Allen, coinvolto in un legame con la figlia adottiva di Mia Farrow, Soon-Yi Previn, aveva scatenato l’ira dell’attrice.

Allen, allora cinquantenne, non era il padre adottivo di Previn, che aveva 19 anni.

Il regista e la figlia adottiva di Mia Farrow si sono sposati nel 1997 e hanno due figlie, adottate.

Stuprata da Woody Allen: parla la figlia adottiva

La figlia adottiva di Woody Allen e di Mia Farrow, Dylan, sabato ha pubblicato una lettera aperta su un blog del New York Times, in cui racconta le circostanze in cui il famoso regista l’avrebbe violentata nel 1992, mentre aveva solo sette anni.

“Quando avevo sette anni, Woody Allen mi prese per mano e mi condusse in soffitta al secondo piano della nostra casa – ha scritto Dylan nella sua lettera aperta. Mi disse di stendermi e di giocare con il trenino di mio fratello. Poi mi aggredì sessualmente. Nello tempo stesso mi parlava, sussurrando che ero una bella ragazza, che era il nostro segreto, promettendomi che saremmo andati a Parigi e che mi avrebbe fatto diventare una star coi suoi film”.

Le violenze si sarebbero ripetute in diverse occasioni, secondo la giovane donna, oggi 28enne, che nella sua lettera aperta ripete come detestasse tutti questi approcci di suo padre.

Queste cose sono successe tante volte, ed erano così ben mimetizzate che mia madre non sospettava nulla. Mi avrebbe protetto se avesse saputo, dice Dylan.

Ho pensato che fossero atteggiamenti normali e che i padri mostrassero così di amare le loro figlie.

La giovane donna racconta, poi, di aver parlato della cosa con sua madre, senza immaginare il putiferio scaturito e che avrebbe dovuto raccontare le stesse cose infinite volte, ai medici e ai legali.

Nel 1992, Mia Farrow accusò Woody Allen di aver molestato Dylan. L’attrice ha poi innescato un conflitto feroce con il regista per la custodia dei loro figli dopo aver scoperto che Allen aveva una relazione con un’altra delle sue figlie adottive, Soon-Yi Previn, che poi Woody Allen, 78 anni, sposò nel 1997.

Woody Allen non è mai stato condannato per alcun crimine, dice Dylan nella sua lettera, accusando il patrigno per il disturbo alimentare che ha sviluppato più tardi, per la sua paura di essere avvicinata dagli uomini, per le mutilazioni e tagli autolesionistici che si è auto-inflitta.

Ciò che ha reso questo calvario ancora più terribile, scrive ancora Dylan Farrow è come la comunità di Hollywood ha risposto alle accuse e alle rivelazioni.

Gli amici hanno chiuso i loro occhi su quello che stava accadendo, spiega Dylan Farrow, mentre i media e le celebrità rendevano omaggio ad Allen per i suoi contributi al mondo del cinema.

Verso la fine della sua lettera, la figlia adottiva del regista chiede agli attori e alle attrici che hanno lavorato con il celebre regista di vedere Woody Allen da un’altra angolazione, quella di un genitore.

“Woody Allen è la testimonianza vivente di come la nostra società non difenda le vittime della violenza sessuale e degli abusi”, conclude.