Particelle ossificate nella circolazione del sangue

Rhonda Prisby, professoressa di kinesiologia nel College of Nursing and Health Innovation dell’Università del Texas ad Arlington, negli Usa, ha scoperto che particelle simili all’osso possono trovarsi nella circolazione periferica.

Le sue scoperte sono state recentemente pubblicate sulla rivista Microcirculation e suggeriscono che queste particelle ossificate possono contribuire allo sviluppo di malattie come calcificazione vascolare, infarto, ictus e insufficiente apporto di sangue agli arti.

La calcificazione vascolare è una caratteristica comune e un fattore di rischio per malattie e mortalità, ha detto Prisby. Queste particelle sono potenzialmente molto pericolose a causa dei loro bordi taglienti.

“Alcune delle particelle ossificate hanno punte e spigoli vivi che potrebbero danneggiare il rivestimento dei vasi sanguigni”, ha detto l’esperta. “Questo danno potrebbe innescare eventi che portano all’aterosclerosi (accumulo di placca), limitando il flusso sanguigno nel tempo”, ha spiegato.

“Quando si cercano eziologie legate alla calcificazione vascolare, a infarto e / o ictus, forse dovremmo considerare, se e come, le particelle ossificate contribuiscano a queste malattie”, ha detto Prisby.

SLA sempre meno misteriosa

Ricercatori dell’Università di Ulm (Germania), dell’Università Statale di Milano e dell’Istituto Auxologico Italiano presentano un esame del sangue che facilita la diagnosi differenziale della SLA. Il test consente inoltre una previsione del decorso di malattia. Il contributo scientifico del gruppo del prof. Markus Otto dell’Università di Ulm e del dott. Federico Verde dell’Università Statale di Milano e dell’ Auxologico è apparso sulla rivista scientifica Journal of Neurology, Neurosurgery, and Psychiatry.
Milano – Non sono trascorsi molti anni da quando la SLA era circondata dal “mistero”. I medici, i neurologi in particolare, raccontavano di arrivarci per “esclusione”. Ci voleva molta preparazione clinica e molta esperienza. Si arrivava alla diagnosi, escludendo altre malattie neurodegenerative, soprattutto attraverso i sintomi e le disabilità. Tanto che erano sorti centri specializzati nella diagnosi della SLA. Oggi il quadro della malattia, pur sempre drammatica, sta cambiando. Accanto alle serrate ricerche internazionali sulla genetica della SLA, a cui il gruppo guidato dal prof. Vincenzo Silani sta dando contributi fondamentali, ora si affianca un test, un esame di laboratorio sul sangue del paziente, che consente non solo di diagnosticare la SLA, ma pure di seguirne l’evolvere della malattia. Tutto ciò apre ancor più la strada alla diagnosi precoce e alla futura terapia della SLA.
Con circa 8.000 persone colpite a livello federale, informano i ricercatori tedeschi, in Italia almeno 3500 malati e 1000 nuovi casi all’anno, la SLA appartiene alle malattie neurodegenerative rare. Tuttavia questa malattia neurologica fatale è nota ad un più vasto pubblico per effetto di pazienti illustri come il fisico da poco deceduto dopo una lunga sopravvivenza Stephen Hawking e diversi casi tra i calciatori italiani. Nel corso della malattia muoiono le cellule nervose responsabili del comando dei muscoli (motoneuroni). Ne consegue una paralisi degli arti così come della muscolatura respiratoria, e nella maggior parte dei casi i pazienti decedono 1-10 anni dopo l’inizio della malattia. Nel frattempo sono in corso intense ricerche volte allo sviluppo di terapie efficaci che rendono una diagnosi precoce sempre più importante. A completamento della diagnostica clinica, neurofisiologica e di neuroimmagine, il gruppo di ricerca tedesco-italiano del prof. Markus Otto e di un giovane e promettente ricercatore che durante la sua formazione ha lavorato anche a Ulm, il neurologo attualmente all’Auxologico Federico Verde, ha ora sviluppato un test che rende possibile una differenziazione della SLA da altre malattie neurologiche. A questo fine non è necessario un prelievo di liquido cerebrospinale, bensì semplicemente un campione di sangue. Quindi molto più semplice, non traumatico per i pazienti e soprattutto ripetibile nel tempo.
 
Il test sul sangue misura la concentrazione di neurofilamenti (“neurofilament light chain”, NFL) nel siero dei pazienti. Si tratta di proteine che formano l’“impalcatura” delle cellule nervose come i motoneuroni. Se queste cellule nervose degenerano come nel corso della sclerosi laterale amiotrofica, vengono rilasciati dei frammenti dell’impalcatura proteica. In conseguenza di ciò la concentrazione del biomarcatore è aumentata nei pazienti – precedenti studi hanno già documentato questo effetto nel liquor.
 
«Negli anni scorsi i processi di misurazione nel campo della proteomica si sono fortemente sviluppati. Grazie a ciò diviene possibile la rilevazione di biomarcatori come NFL in concentrazioni molto basse e persino nel siero», spiega il primo autore Federico Verde, ricercatore del Dipartimento di Neurologia dell’IRCCS Istituto Auxologico Italiano e dell’Università di Milano, che in precedenza ha svolto attività di ricerca all’Università di Ulm. Il nuovo test ematico si fonda sulla cosiddetta tecnologia Single Molecule Array (Simoa).
 
L’affidabilità del nuovo metodo diagnostico è stata verificata su 124 pazienti della Clinica neurologica universitaria (RKU) di Ulm e su 159 controlli. Tra questi ultimi vi erano probandi con altre malattie neurodegenerative come Alzheimer e Parkinson così come partecipanti privi di malattie neurologiche degenerative o infiammatorie. Di fatto la concentrazione di NFL nel sangue dei pazienti con SLA si è mostrata essere la più alta (fatta eccezione per la malattia di Creutzfeldt-Jakob) e ha reso possibile una diagnosi differenziale. La comparazione delle misurazioni ha consentito inoltre ai ricercatori di stabilire una soglia diagnostica per la sclerosi laterale amiotrofica: se la suddetta soglia di concentrazione di NFL nel sangue è superata, la diagnosi di SLA è rafforzata. Inoltre gli autori hanno potuto mostrare che il livello misurato del biomarcatore correla con l’aggressività del decorso della malattia. «I pazienti con SLA con una più alta concentrazione di NFL nel sangue subiscono un più veloce peggioramento clinico ed hanno in media un tempo di sopravvivenza più breve», spiega il prof. Otto. Il biomarcatore NFL è misurabile già poco tempo dopo l’esordio dei primi sintomi e possibilmente permetterà di tracciare anche la risposta a future terapie.
 
In futuro l’affidabilità del nuovo test su sangue deve essere verificata in coorti più ampie ed omogenee. Se il test si conferma valido, sarebbe appropriato per esempio per la diagnosi precoce in famiglie con la variante ereditaria della SLA oppure per pazienti per i quali per ragioni mediche non possa essere effettuata una puntura lombare. Questo metodo di analisi aggiuntivo potrebbe essere impiegato anche nel corso di studi clinici.
 
«La rilevanza dello studio è triplice», conclude il prof. Vincenzo Silani, del cui team di ricercatori e clinici in Auxologico il dott. Verde fa parte. «Anzitutto esso arricchisce la clinica della SLA di un nuovo test diagnostico che si affianca alle indagini cliniche, neurofisiologiche e di neuroimmagine. Inoltre promuove il sangue – ottenuto mediante prelievo venoso periferico – a materiale biologico di primaria rilevanza diagnostica in un ambito clinico nel quale le indagini biochimiche erano tradizionalmente limitate al liquido cerebrospinale. Infine introduce un test di probabile futuro impiego per il monitoraggio della risposta a trattamenti sperimentali nel corso di trial farmacologici».
 
Il lavoro consolida ulteriormente l’esperienza dell’ IRCCS Istituto Auxologico e del Centro “Dino Ferrari” dell’ Università Statale di Milano nella definizione di biomarcatori delle malattie neurodegenerative per l’avvio di una terapia personalizzata dei pazienti e rafforza la fruttuosa interazione con il Centro Universitario di Ulm, con il quale l’ IRCCS Auxologico Italiano vanta una collaborazione storica . Questo lavoro sottolinea ulteriormente la stretta sinergia per il futuro, volta a definire biomarcatori sierici, cioè rintranciabbili anche nel sangue, di valore diagnostico ma anche di significato terapeutico per i pazienti affetti da SLA come da altre malattie neurologiche.
 

Leucemia linfoblastica acuta: il sì dell’UE all’immunoterapia

Amgen ha annunciato oggi che la Commissione Europea (CE) ha approvato l’estensione di indicazioni per BLINCYTO® (blinatumomab) in monoterapia per il trattamento di pazienti pediatrici di età pari o superiore a 1 anno con leucemia linfoblastica acuta (LLA) da precursori delle cellule B, recidivante o refrattaria, positiva per CD19, negativa per il cromosoma Philadelphia, in recidiva dopo aver ricevuto almeno due precedenti terapie o in recidiva dopo allotrapianto di cellule staminali ematopoietiche. L’approvazione si basa sui risultati dello studio di fase I/II ‘205, uno studio multicentrico, in aperto, a singolo braccio che ha valutato l’efficacia e la sicurezza di BLINCYTO nei pazienti pediatrici con LLA da precursori delle cellule B recidivante o refrattaria.

“Da oggi, i genitori dei bambini affetti da leucemia linfoblastica acuta sanno di poter contare su un’arma in più nella lotta a questa patologia e questa estensione d’indicazione costituisce una grande notizia per mamme e papà di bambini che dovessero aver bisogno del blinatumomab” – ha spiegato il professor Franco Locatelli, direttore del dipartimento di Onco-Ematologia Pediatrica, Terapia Cellulare e Genica dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma. “Fin da subito, abbiamo apprezzato l’efficacia di questo anticorpo monoclonale sugli oltre 100 bimbi trattati fino ad oggi e l’innovatività del suo meccanismo d’azione. Il farmaco, che ci aiuta ad incrementare sempre più la percentuale di cura dei piccoli pazienti affetti da LLA, rappresenta uno dei successi più straordinari e importanti dell’immunoterapia. Oggi siamo in grado di guarire circa l’80-85% dei nostri pazienti con leucemia linfoblastica acuta, ma grazie a questa nuova opportunità terapeutica l’auspicio è di aumentare questa percentuale e avvicinarci il prima possibile alle tre cifre”.

La LLA è un tumore del sangue e del midollo osseo a rapida evoluzione, che insorge sia negli adulti sia nei bambini.1,2 Si stima che ogni anno in Europa 5.000 bambini ricevano una diagnosi di LLA.3

“Grazie a questa approvazione per l’uso pediatrico potremo offrire un’opzione terapeutica importante a bambini affetti da Leucemia Linfoblastica Acuta recidivante o refrattaria, che fino ad ora potevano contare su alterative limitate – afferma Ermanno Paternò, Executive Medical Director di Amgen Italia – Blinatumomab è anticorpo bispecifico che fa leva sul sistema immunitario dell’organismo per combattere il cancro e agisce grazie a due bracci: con uno aggancia la cellula del sistema immunitario e con l’altro la cellula maligna, portandole in prossimità. Grazie a questo meccanismo, la cellula T del nostro sistema immunitario è in grado di riconoscere specificamente la cellula tumorale e distruggerla”.

BLINCYTO è la prima e unica immunoterapia basata su un costrutto bispecifico reclutatore delle cellule T (BiTE®) approvata a livello globale. E’ inoltre il primo immunoterapico prodotto tramite la piattaforma BiTE di Amgen®, un approccio innovativo che guida il sistema immunitario a colpire in modo mirato le cellule tumorali.

L’approvazione tramite procedura centralizzata garantisce il rilascio, da parte della CE, di un’Autorizzazione all’Immissione in Commercio valida in tutta l’Unione Europea (UE) e negli stati dello Spazio Economico Europeo (SEE) e dell’EFTA (European Free Trade Association), cioè Norvegia, Islanda e Liechtenstein.

Lo Studio ‘205

Lo Studio ‘205 ha valutato la sicurezza e l’efficacia di BLINCYTO nell’ambito di uno studio clinico di fase I/II, multicentrico, a singolo braccio, condotto in aperto su 93 pazienti pediatrici con LLA da precursori delle cellule B recidivante o refrattaria negativa per il cromosoma Philadelphia (seconda o successiva recidiva a livello del midollo osseo, qualsiasi recidiva del midollo dopo trapianto allogenico di cellule staminali ematopoietiche [alloHSCT, allogeneic hematopoietic stem cell transplantation], o refrattaria ad altri trattamenti e che ha avuto oltre il 25% di blasti nel midollo osseo). I risultati sono stati pubblicati sul Journal of Clinical Oncology.

BLINCYTO è stato somministrato come infusione endovenosa continua. La dose raccomandata per questo studio è stata determinata essere pari a 5 μg/m2/giorno nei giorni 1-7 e a 15 μg/m2/giorno nei giorni 8-28 per il ciclo 1, seguiti da due settimane libere da trattamento, e a 15 μg/m2/giorno nei giorni 1-28, seguiti da due settimane libere da trattamento, per i cicli successivi. In caso di eventi avversi era possibile praticare l’aggiustamento della dose. I pazienti che hanno risposto a BLINCYTO, ma che successivamente hanno subito una recidiva, hanno avuto la possibilità di essere ritrattati con BLINCYTO.

Tra i 70 pazienti trattati al dosaggio raccomandato, l’età mediana era di otto anni (intervallo: da sette mesi a 17 anni); 40 su 70 (57,1%) erano stati sottoposti ad alloHSCT prima di ricevere BLINCYTO e 39 su 70 (55,7%) soffrivano di una forma refrattaria della malattia; il numero medio di cicli di trattamento è stato 1,5. Venti pazienti su 70 (28,6%) hanno ottenuto una risposta completa o una risposta completa con recupero ematologico parziale entro due cicli di trattamento, con 17 risposte su 20 (85%) verificatesi entro il primo ciclo. In generale, le reazioni avverse nei pazienti pediatrici trattati con BLINCYTO sono state di tipo simile a quelle osservate nei pazienti adulti con LLA da precursori delle cellule B recidivante o refrattaria.

Ragazza di 11 anni suda sangue dal viso e dagli occhi

Una ragazza, in Vietnam, ha iniziato a sudare sangue dal viso tre o quattro volte al giorno, mentre si preparava per gli esami, pochi mesi fa.

E’ stata ricoverata in ospedale e inizialmente i medici le hanno diagnosticato un’infezione cutanea, somministrandole un ciclo di antibiotici, ma i suoi sintomi non sono scomparsi.

Ora i medici dell’ospedale di Quy Hoa ritengono che la ragazza, 11 anni, sia affetta da una rara patologia, nota come ematoidrosi.

Il direttore dell’ospedale, Vu Tuan Anh, ha detto che solo uno su 10.000.000 viene colpito dal fenomeno, caratterizzato dal sangue che trasuda dalla pelle.

Il sanguinamento è causato dalla rottura di alcuni vasi sanguigni molto piccoli nella pelle.

La causa dell’ematoidrosi non è ben nota, ma i fattori includono l’aumento della pressione vascolare, l’infiammazione dei vasi della pelle, i disturbi emorragici, le mestruazioni e l’ipertensione.

La paura e lo stress emotivo intenso potrebbero anche avere un ruolo nella malattia, i cui sintomi possono manifestarsi spontaneamente o dopo uno stress emotivo.

La causa esatta della condizione non è nota, ma si ritiene che la paura, l’esercizio fisico eccessivo e i disturbi come l’ipertensione arteriosa abbiano un ruolo.

La paura che induce a lottare o a fuggire, porta il corpo a rilasciare sostanze chimiche come l’adrenalina e il cortisolo per prepararlo a scappare dal pericolo o a combatterlo.

In alcuni casi, si ritiene che la risposta emotiva possa rompere dei piccoli vasi sanguigni in tutto il corpo.

Alcuni capillari, che si trovano vicino alle ghiandole sudoripare, quindi, quando scoppiano determinano che il sangue esca dal corpo attraverso le ghiandole sudoripare.

La dott.ssa Anh ha detto che il trattamento è difficile e si concentra principalmente sulla gestione dei sintomi e sulla riduzione dell’ansia.

“Possiamo usare la vitamina C, gli antidepressivi e il propranololo, ma i risultati non sono definitivi”, ha affermato.

L’ematoidrosi può causare disagio e paura e provocare stigma in ambito sociale e quindi ridurre la qualità della vita.

Indagini precedenti sulla condizione non hanno rivelato anomalie nel sangue o nelle ghiandole sudoripare dei pazienti, oltre a nessun danno visibile della pelle.

La paziente vietnamita, il cui nome non è stato reso noto, ha altri fratelli, ma a nessun altro in famiglia soffre di ematoidrosi.

Stare seduti per 4 ore di fila rovina il cervello

Stare seduti per ore, senza muoversi, può rallentare il flusso di sangue nel cervello, secondo un nuovo studio. Tuttavia, alzarsi e camminare per soli due minuti ogni mezz’ora sembra che aiuti.

La scoperta potrebbe avere conseguenze a lungo termine per la salute mentale.

Il flusso di sangue al cervello è uno dei processi interni automatici che la maggior parte di noi non considera quasi mai, anche se è essenziale per la vita e la mente. Le cellule cerebrali richiedono l’ossigeno e le sostanze nutrienti che il sangue contiene, mentre diverse grandi arterie costantemente portano il sangue alla testa.

Poiché questo flusso è così necessario, il cervello lo regola rigorosamente, seguendo segnali fisiologici differenti, compresi i livelli dell’anidride carbonica nel sangue, per mantenere la velocità di flusso.

Tuttavia, alcune piccole fluttuazioni si verificano e questo può avere ripercussioni. Studi precedenti, fatti su persone e animali indicano che piccole e brevi cadute del flusso sanguigno cerebrale possono temporaneamente offuscare il pensiero e la memoria, mentre i cali a lungo termine sono legati a rischi più elevati e ad alcune malattie neurodegenerative, compresa la demenza.

Altre ricerche hanno dimostrato che stare seduti in modo ininterrotto riduce il flusso di sangue a diverse parti del corpo. La maggior parte di questi studi, però, si sono concentrati sulle gambe, che sono le più colpite dalle posture.

Tuttavia, non si sapeva se una diminuzione simile potesse esserci nelle arterie che trasportano il sangue al cervello.

Così, per il nuovo studio, pubblicato sul Journal of Applied Physiology, i ricercatori della John Moors University di Liverpool, in Inghilterra, hanno fatto una ricerca su quindici uomini e donne che svolgevano un lavoro d’ufficio.

I ricercatori hanno chiesto a questi uomini e donne di partecipare al laboratorio di performance fisica dell’Università in tre diverse occasioni, durante le quali sarebbe stato tracciato il flusso di sangue attraverso l’arteria cerebrale centrale, una delle arterie principali che trasportano il sangue al cervello.

I partecipanti hanno anche brevemente respirato con maschere che misuravano i loro livelli di anidride carbonica all’inizio della sessione, così gli scienziati hanno potuto vedere se i livelli di questo gas potessero causare cambiamenti nel flusso di sangue al cervello.

I partecipanti hanno poi trascorso quattro ore seduti di fronte a una scrivania a leggere o a lavorare su un computer. Durante una di queste sessioni, non si sono fermati a meno che non dovevano andare in bagno, che era vicino.

Durante un’altra visita, è stato detto di alzarsi ogni trenta minuti e di camminare su un tapis roulant situato vicino alla loro scrivania, per due minuti a qualsiasi velocità che sembrasse comoda per loro.

Nella sessione finale, i partecipanti hanno lasciato la sedia dopo due ore e poi hanno camminato sul tapis roulant per otto minuti alla stessa velocità.

Gli scienziati hanno controllato il flusso di sangue al cervello appena prima e durante ogni periodo di camminata, così come subito dopo le quattro ore. Hanno anche riesaminato i livelli di anidride carbonica.

Come previsto, il flusso sanguigno cerebrale era diminuito quando la gente era stata seduta per quattro ore di fila. Il declino era piccolo ma notevole alla fine della sessione.

Era anche stato evidente che quando la gente si era alzata dopo due ore, che se se il flusso di sangue era salito durante la pausa, ben presto era sceso di nuovo.

L’uomo dal baccio d’oro ha smesso di donare il sangue

Qualche giorno fa, James Harrison,  “l’uomo con il braccio d’oro” ha dato la sua ultima donazione di sangue. Per più di 60 anni e grazie ad un anticorpo molto speciale che possiede, l’uomo australiano ha salvato la vita a milioni di bambini.

Questo uomo, nel 1951, era ancora un ragazzo di 14 anni ed era guarito da un importante intervento chirurgico. I medici gli avevano rimosso uno dei suoi polmoni durante un’operazione che lo aveva tenuto in ospedale per tre mesi. Ma il giovane era vivo, grazie a una grande quantità di sangue trasfuso che aveva ricevuto.

Il giovane allora aveva giurato che anche lui sarebbe diventato un donatore di sangue, ma dovette aspettare quattro anni prima di essere ammesso. A quel tempo, le leggi australiane richiedevano che i donatori di sangue avessero almeno 18 anni.

James Harrison, dopo aver raggiunto l’età giusta, mantenne la sua promessa, iniziò a dare il suo sangue, distogliendo lo sguardo ad ogni donazione, perché odiava gli aghi.

Nel frattempo, i medici australiani stavano lottando per capire la causa dei migliaia di aborti registrati nel Paese.

Poi, fu scoperto che questi bambini mai nati vivi, soffrivano della malattia emolitica del neonato. Questa patologia si verifica più spesso quando una donna con un gruppo sanguigno Rh negativo rimane incinta di un bambino che ha sangue con Rh positivo. L’incompatibilità quindi incita il corpo della madre a rifiutare i globuli rossi fetali.

I medici si resero conto, tuttavia, che può essere possibile prevenire questa complicanza iniettando alle donne incinte un anticorpo raro.

I ricercatori attraverso le banche del sangue scoprirono che tra chi possedeva questo anticorpo, c’era un donatore compatibile nel New South Wales: James Harrison.

A quel punto, Harrison aveva già dato sangue per più di un decennio. Poco dopo, i ricercatori svilupparono un’iniezione, chiamata Anti-D, usando il sangue di Harrison.

L’uomo, da parte sua, ha continuato a donare per più di 60 anni. Si stima che abbia salvato 2,4 milioni di bambini, in Australia.

Gli scienziati ancora non sanno perché il corpo di James Harrison produca naturalmente questo anticorpo, ma il fatto potrebbe essere correlato alle trasfusioni di sangue che aveva ricevuto da adolescente.

Oggi Harrison è soprannominato “l’uomo con il braccio d’oro”. Qualche giorno fa ha fatto la sua ultima donazione. All’età di 81 anni, ha già superato il limite di età per i donatori.

Diversi genitori sono andati all’ospedale per celebrare l’evento, tenendo tra le braccia alcuni dei bambini che le donazioni di quest’uomo hanno contribuito a salvare.

Il movimento fisico può salvare il cuore

Sappiamo tutti quanto sia importante fare esercizio fisico per la prevenzione e la gestione di varie malattie. Ora, uno studio recente ha concluso che il movimento può invertire il danno al cuore in chi è sedentario e contribuire a impedire il rischio di infarto in futuro, se l’esercizio fisico viene cominciato per tempo.
I cardiologi dell’dell’UT Southwestern e del Texas Health Resources hanno condotto questo studio, trovando che, per ottenere il massimo beneficio, l’esercizio fisico dovrebbe iniziare prima dei 65 anni, quando il cuore mantiene apparentemente alcune plasticità e la capacità di rimodellarsi.

I risultati dello studio, basandosi su un lavoro precedente, dicono anche che l’esercizio fisico deve essere effettuato quattro-cinque volte a settimana, perché due o tre volte alla settimana non è sufficiente.

Invecchiare facendo una vita sedentaria può portare ad un irrigidimento del ventricolo sinistro del cuore, la camera che pompa il sangue ricco di ossigeno verso il corpo. Quando il muscolo si irrigidisce si ottiene un’alta pressione e la camera cardiaca non si riempie bene con il sangue. Nella sua forma più grave, il sangue può tornare nei polmoni.

Per lo studio, pubblicato sulla rivista Circulation sono stati reclutati 50 partecipanti, seguiti per due anni, che hanno fatto allenamento aerobico da quattro a cinque volte a settimana, generalmente in sessioni da 30 minuti, oltre a riscaldamento e raffreddamento.