Nati topi da sole due madri

In Cina, dei piccoli topi sono nati con il solo DNA di due madri, senza alcun padre coinvolto. Potrebbe anche essere possibile anche per le persone, in futuro, avere figli in quel modo.

A causa di un meccanismo chiamato impronta genomica, i mammiferi possono produrre solo prole con DNA femminile e maschile. Tagliando i geni dal DNA, gli scienziati sono riusciti a eludere questo meccanismo.
Per creare un figlio sano da due topi femmina, sono state utilizzate le cellule embrionali di un topo e l’ovulo dall’altro. I ricercatori sono riusciti ad avere 29 topi vivi da 210 embrioni nati.

I ricercatori della Chinese Academy of Sciences, autori dell’esperimento, hanno provato ad applicare lo stesso meccanismo, utilizzando due topi maschi, ma non ci sono riusciti. La prole è vissuta solo per pochi giorni.

Il nuovo metodo, illustrato su Cell Stem Cell, consente di comprendere meglio i disordini ereditari esistenti negli esseri umani, di migliorare la ricerca sugli animali e di clonare le specie a rischio di estinzione. È possibile che in futuro anche le coppie lesbiche possano avere un figlio senza il bisogno di un uomo.

L’inquinamento atmosferico ha un impatto negativo sulla riproduzione

L’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico nel suo ultimo rapporto dal titolo “Prospettive ambientali dell’OCSE all’orizzonte del 2050 “ha stimato che nell’Unione Europea l’inquinamento atmosferico, sia responsabile di circa 600.000 morti premature e dell’aumento della morbilità. Nello stesso documento viene, inoltre, riconosciuto che l’inquinamento atmosferico ha un impatto negativo sulla riproduzione femminile e maschile.

In particolare, molti studi epidemiologici hanno osservato che i fattori ambientali e l’esposizione ad agenti chimici incidono sulla dimensione, sulla motilità e sul numero degli spermatozoi.

Un recente studio italiano pubblicato sulla rivista Environmental Toxicology and Pharmacology, ha utilizzato solo ed esclusivamente il liquido spermatico per misurare l’impatto dell’inquinamento sulla salute maschile, rivelando dati allarmanti ed inequivocabili sulla vitalità e fertilità del seme maschile di chi vive in aree gravemente inquinate come Taranto o la Terra dei Fuochi, a cavallo tra le province di Napoli e Caserta, comparato con quello di chi abita in zone della stessa regione non considerate a rischio. L’evidente differenza tra i due campioni esaminati ha dimostrato che, sia i lavoratori delle acciaierie sia i pazienti che vivono in un’area altamente inquinata, mostrano una percentuale media di frammentazione del DNA dello sperma superiore al 30%, evidenziando un chiaro danno spermatico. I ricercatori hanno suggerito che la valutazione del DNA dello sperma possa essere sia un indicatore della salute individuale e della capacità riproduttiva sia un dato adeguato per connettere l’ambiente circostante ai suoi effetti.

“Gli iperfluorati, usati in una varietà di prodotti di consumo, gli ftalati, impiegati nei giocattoli per bambini, i parabeni, usati soprattutto nei profumi e nei saponi, e il bisfenolo A, utilizzato per la produzione di plastiche quotidiana – dichiara Daniela Galliano, Direttrice del Centro IVI di Roma – sono solo alcuni esempi dei moltissimi agenti e sostanze inquinanti che ogni giorno impattano sulla nostra vita. Senza dimenticare poi i fumi tossici (diossina) sviluppati dagli incendi di materiale plastico e dai rifiuti di ogni genere abbandonati nell’ambiente e nelle nostre città. Inoltre, studi scientifici hanno evidenziato che l’esposizione a queste sostanze, nel corso della gravidanza possono provocare mutazioni epigenetiche nel feto, con trasmissione trans-generazionale delle stesse, dagli effetti irreversibili.

Per contrastare e bilanciare gli effetti negativi dell’inquinamento sulla propria fertilità – conclude la Dott.ssa Galliano – le persone, oltre a cercare di fare attenzione all’utilizzo di determinati prodotti contenenti agenti inquinanti, devono ricordare che ci sono tantissimi altri fattori che possono permettere il mantenimento di una buona fertilità, come ad esempio seguire un’alimentazione corretta e eliminare alcune cattive abitudini, come il fumo e l’abuso di alcool. Il concetto che deve passare è quello di pensare alla propria fertilità e prendersene cura, e di mettere in atto tutti i comportamenti necessari a contrastare gli effetti dell’inquinamento odierno sulla nostra vita riproduttiva”.

Secondo il Registro Nazionale sulla Procreazione Medicalmente Assistita dell’Istituto superiore di Sanità, tra le coppie che si rivolgono ai centri specializzati per avere un figlio, la percentuale di uomini infertili è del 29,3% e l’età non rappresenta l’unico fattore responsabile. Negli uomini italiani in generale viene riportato che il numero dei gameti è diminuito del 50% rispetto al passato. A nuocere sulla qualità degli spermatozoi (aumentando quindi il rischio infertilità) ci sono spesso le condizioni lavorative: quelle che espongono a radiazioni, a sostanze tossiche o a microtraumi. Influiscono negativamente anche gli inquinanti prodotti dal traffico urbano e il fumo di sigaretta.

 

L’orologio biologico influenza la fertilità maschile

L’età è un fattore che influenza la fertilità maschile dopo i 50 anni. Lo ha reso noto recentemente la Società Americana di Medicina della Riproduzione (ASRM) ed è stato confermato da IVI, il più grande gruppo del mondo che si occupa di riproduzione assistita, grazie alla sua vasta esperienza.

“A partire dai 50 anni esiste un maggiore probabilità che il liquido seminale presenti difetti genetici. Gli uomini di età avanzata possono sviluppare malattie che influiscono negativamente sulle loro funzioni sessuali e riproduttive”, spiega il Professor Antonio Pellicer, Presidente del Gruppo IVI e del Centro IVI di Roma.

Lo specialista assicura che, mano a mano che gli uomini invecchiano, i loro testicoli tendono a diventare più piccoli e la morfologia degli spermatozoi (forma) e la motilità (movimento) tendono a diminuire.

Secondo il Professor Pellicer, il 30% delle cause di infertilità è collegato a fattori maschili. Il 90% di queste è collegata a difficoltà di produzione di spermatozoi, o problemi nella loro morfologia o mobilità.

“E’ importante che gli uomini siano coscienti del fatto che l’infertilità riguarda anche loro – aggiunge la Dottoressa Daniela Galliano, Responsabile del Centro IVI di Roma – e prendano le misure necessarie per proteggere la propria capacità riproduttiva e qualità dei loro spermatozoi”.

Il seme ha un ciclo di formazione di 70 giorni, e quindi ci sono alcuni fattori da considerare all’inizio della ricerca di un bambino o di un trattamento di riproduzione assistita. I comportamenti raccomandati in questi casi sono:

·         Evitare il consumo di tabacco, alcol, marihuana e altre droghe o farmaci

·         Ridurre lo stress

·         Evitare l’esposizione prolungata a radiazioni elettromagnetiche, alte temperature e pesticidi

·         Evitare il sovrappeso o la cattiva alimentazione

·         Svolgere regolare attività fisica ed incoraggiare la buona alimentazione, ricca di acido folico, zinco e antiossidanti

·         Consumare vitamine E, A, C, e B12, presenti in frutta e verdura.

Una coppia su cinque ha difficoltà a procreare

Presentata a Firenze presso il Consiglio Regionale della Toscana la prima Fondazione che unisce centri pubblici e privati per contrastare il calo delle nascite. Hanno aderito 37 centri pubblici e privati che nel 2014 hanno eseguito oltre 19.200 cicli di PMA

 

È la prima organizzazione di centri nazionali pubblici e privati nel campo della procreazione medicalmente assistita, nata con l’obiettivo di contribuire alla lotta contro la sterilità umana, promuovendo studi e ricerche e valorizzando il rapporto con i pazienti: è la Fondazione di Partecipazione PMA Italia, presentata a Firenze, presso Palazzo Panciatichi, sede del Consiglio Regionale della Toscana.

Un progetto innovativo volto a trasformare lo scenario della Medicina della Riproduzione nel nostro Paese a beneficio sia degli operatori che dei pazienti. Scopo principale della Fondazione è divenire l’interlocutore di riferimento per tutti i Centri di PMA sia per gli aspetti tecnici che per quelli scientifici.

Attraverso l’innovativo strumento della “Fondazione di partecipazioneper la prima volta i centri di PMA pubblici e privati faranno parte di una medesima organizzazione allo scopo di collaborare nell’elaborazione di azioni e strategie comuni per migliorare gli standard di qualità e di efficacia delle tecniche di PMA, valorizzare i rapporti con i pazienti, contrastare le cause di infertilità umana e tutelare gli interessi degli operatori della PMA.

Questo, in un Paese che da anni sta vivendo un drastico calo delle nascite: nel 2016 in Italia sono nati 470mila bambini: 20mila in meno del 2015 e 100mila in meno del 2010. Un vero e proprio minimo storico: l’Italia è tra i Paesi in Europa dove nascono meno bambini (1,39 per donna nel 2013) e tra quelli dove l’età media delle donne al primo parto supera i 30 anni; a questo ritmo, nel 2022 ci saranno in Italia 4.000 classi di prima elementare in meno rispetto a oggi. Anche la Toscana segue il trend negativo: solo nel 2015, il calo delle nascite rispetto all’anno precedente è stato del 4,2%, con quasi 1.200 nascite in meno. In un panorama di questo tipo, l’apporto delle tecniche di Procreazione Medicalmente Assistita è significativo e la loro rilevanza non può essere negata, considerando che un bambino su cinquanta viene al mondo grazie a questo tipo di trattamenti.

Tra le cause, anche la crescita dell’infertilità: su 10 coppie il 20% circa (una su cinque) ha difficoltà a procreare per vie naturali (20 anni fa la percentuale era circa la metà); circa il 40% delle cause di infertilità riguardano prevalentemente la componente femminile, l’altro 40% riguarda la componente maschile ed un 20% invece è di natura mista. Alla luce dell’aumento della necessità di questi trattamenti, lo standard europeo prevede che gli stati debbano garantire 1500 cicli ogni milione di abitanti, numero che nel nostro Paese ancora non è stato raggiunto.

La presentazione della Fondazione di Partecipazione PMA Italia del 30 giugno si aprirà con i saluti di Eugenio Giani e Marco Stella, Presidente e Vicepresidente del Consiglio Regionale della Toscana, per poi proseguire con gli interventi di presentazione del progetto e le comunicazioni della Senatrice Donella Mattesini, Relatrice del DDL di riforma della Legge 40/04, e di Pasquale Giuseppe Macrì, co-estensore della Legge Bianco/Gelli sulla responsabilità medica. La giornata continuerà con l’intervento della Senatrice Michela Montevecchi, che riporterà il punto di vista delle  Istituzioni e dell’importanza della condivisione dei dati. Prenderà parte ai lavori anche Giulia Scaravelli del Registro nazionale PMA. Il pomeriggio sarà dedicato a tavoli tematici di discussione, dove saranno approfondite le seguenti tematiche: le linee guida in Medicina della Riproduzione, le biobanche nei centri PMA, i costi della PMA alla luce dei LEA, l’utilizzo dei Farmaci nella PMA.

«Oggi prende avvio un progetto ambizioso diretto ad unire tutto il mondo della PMA italiana, che si propone come obiettivo da un lato di uniformare e migliorare gli standard delle prestazioni a beneficio dei pazienti e dall’altro di raccordare l’attività dei centri di PMA al fine di porsi come interlocutore forte ed autorevole delle istituzioni e di tutti i soggetti operanti nel campo della medicina della riproduzione» dichiara Luca Mencaglia, Presidente della Fondazione.

 

«Invero la medicina della riproduzione – precisa Gianni Baldini, Direttore della Fondazione – per effetto di un complesso di fattori come la scelta procreativa sempre più tardiva, stili ed abitudini di vita scorretti, problematiche di infertilità in aumento, e altre concause, assumerà un rilievo sempre maggiore in futuro. Si calcola che la già preoccupante percentuale del 20% di giovani coppie che presenta problemi di infertilità sia destinata nel giro di pochi anni ad aumentare ulteriormente, rendendo la PMA una soluzione obbligata per realizzare un proprio progetto genitoriale per una significativa parte della popolazione».

«Questa iniziativa ha suscitato un grande interesse negli operatori. – conclude Luca Gianaroli, membro del Direttivo della Fondazione Lo dimostra il fatto che ad oggi all’evento del 30 giugno hanno aderito i rappresentanti di 37 centri pubblici e privati che nel 2014 hanno eseguito oltre 19200 cicli di PMA. Questo corrisponde a più del 21% di tutti i trattamenti di questo tipo effettuati in Italia nello stesso anno. Ci auguriamo che questi numeri, già importanti, possano crescere ulteriormente in un prossimo futuro».

Mondiale delle Malattie Rare e riproduzione assistita: la situazione

Mai come nella malattia si vede quel che vale un uomo”. Un pensiero più che mai attuale quello del santo Vincenzo de’ Paoli. Sono passati molti secoli dalle parole del presbitero francese. Le riscopriamo oggi, a pochi giorni dalla Giornata delle Malattie Rare, che si celebra il prossimo 28 febbraio. Un momento dedicato ai malati rari, ai loro familiari, agli operatori medici e sociali del settore. Una giornata che vuole approfondire e capire le necessità dei malati rari, oltre a far comprendere il loro valore all’opinione pubblica. Il tutto senza dimenticare l’importanza della ricerca scientifica, chiamata a migliorare le condizioni di vita di tutti, sia attraverso la cura sia grazie ad una migliore assistenza.

Sono più di 6 mila le malattie rare, l’80% delle quali di origine genetica. Di queste, solo 583 sono ufficialmente riconosciute in Italia, dove colpiscono più di 670.000 persone.

In occasione della Giornata delle Malattie Rare, IVI (Istituto Valenciano di Infertilità) fa il punto sulla diagnosi genetica preimpianto nella riproduzione assistita.

Malattia dominante del rene policistico, distrofia miotonica, fibrosi cistica, malattia di Charcot-Marie-Tooth, Còrea di Huntington: sono queste le cinque malattie rare più cercate dai pazienti che si rivolgono ad un centro IVI – spiega il Prof. Antonio Pellicer, Presidente IVI e co-direttore di Fertility and Sterility – Si stima che rappresentino il 42,2% delle malattie rare su cui si indaga attraverso la diagnosi preimpianto. Nel 2016, in coloro che hanno indagato sulle malattie rare presso i nostri Centri, abbiamo registrato un tasso di gravidanza pari al 56,92%. Ad oggi sono più di 200 i bambini nati da pazienti che si sono rivolti ad un centro IVI per avere una diagnosi di preimpianto su una malattia rara”.

“Nella riproduzione assistita i pazienti richiedono il test per la Diagnosi Genetica Preimpianto – afferma la Dottoressa Daniela Galliano, Direttrice del Centro IVI di Roma – perché hanno già avuto un bambino o perché hanno un membro della famiglia affetto da una malattia e sanno di essere portatori. Vale a dire, la malattia è identificata nella famiglia e chi è interessato sa che c’è il rischio che un bambino la erediti. Questo test ha un duplice vantaggio: il primo è che il figlio non erediterà la malattia e interromperà la catena di malattie genetiche; il secondo è che la malattia non farà mai più la propria comparsa nelle future generazioni”.

Per le malattie rare c’è un vantaggio applicabile a tutte le coppie. “Dato che oggi le gravidanze sono programmate – aggiunge la Dott.ssa Galliano – le cliniche IVI, tra le prime a farlo in Spagna, offrono la possibilità di usufruire di un test per sapere se si è o meno portatori di malattie genetiche. Il Test di Compatibilità Genetica (TCG) è volontario e viene proposto a tutte le coppie, anche se non hanno una malattia conosciuta, perché sappiamo che un rischio c’è sempre. E’ questo il modo di fare una prevenzione primaria”.

“Oggi – conclude il Prof. Pellicer – la Società Europea di Ginecologia e Ostetricia raccomanda la visita pre-concezionale a tutte le coppie, anche se in pochi lo fanno. Consiglia inoltre una vista dal ginecologo e dal consulente genetico quando la coppia stessa decide di avere un figlio, per evitare il rischio di trasmissione di malattie genetiche. Tutti noi siamo portatori di 4/5 mutazioni recessive, che a priori non producono alcun problema, ma se la coppia ha mutazioni dello stesso gene è quello il momento in cui la malattia può fare la propria comparsa nel bambino”.

Perché l’uomo ha perso l’osso del pene

Perché l’uomo ha perso l’osso del pene, il cosiddetto baculum? A questa domanda ha cercato di rispondere un gruppo di scienziati, che ha fatto uno studio pubblicato sulla rivista scientifica ‘Proceedings of the Royal Society’.

Pensiamo che l’osso del pene manchi negli esseri umani, da quando è cambiato il tipo di accoppiamento, ha detto Christopher Opie, che ha condotto lo studio con Matilda Brindel dell’University College di Londra. L’uomo, ha spiegato il ricercatore, potrebbe aver perso il suo osso del pene quando la monogamia è diventata la strategia di riproduzione dominante, al momento dell’Homo erectus, circa 1,9 milioni di anni fa.

In una relazione monogama, il maschio non ha bisogno di penetrare la femmina a lungo poiché c’è poca probabilità che un altro uomo le rubi la partner. Negli animali la penetrazione prolungata, che dura più di tre minuti, tiene a lungo lontani gli altri maschi in competizione e assicura la riproduzione a un maschio.

L’osso penico, attaccato all’estremità del pene e non al suo interno, fornisce il supporto strutturale ai maschi che praticano una penetrazione prolungata.

Nella scimmia, l’osso del pene può essere lungo come un dito. Nel tricheco, misura 60 cm. Nello scimpanzé, il baculum non è più grande di un’unghia umana.

Quando c’è meno concorrenza tra maschi, il baculum è meno necessario, ha spiegato Christopher Opie.

L’esposizione alle sostanze chimiche minaccia la riproduzione umana

Il forte incremento dell’esposizione alle sostanze chimiche tossiche in questi ultimi quarant’anni sta minacciando la salute e la riproduzione umana, secondo un appello lanciato dalla Federazione internazionale dei ginecologi e degli ostetrici (Figo), che raccoglie specialisti di 125 paesi.

L’appello, pubblicato sulla rivissta ‘International Journal of Gynecology and Obstetrics’, punta il dito contro le sostanze chimiche come i pesticidi, le sostanze inquinanti dall’aria, delle materie plastiche, dei solventi, che provocano patologie come aborti spontanei e perdite fetali, disturbi della crescita fetale, basso peso alla nascita, difetti di nascita, perdita delle funzioni cognitive, sviluppo del cancro del tratto riproduttivo, bassa qualità dello sperma e iperattività nei bambini.

Uno degli effetti dell’esposizione a queste sostanze nocive è la perturbazione degli ormoni responsabili delle funzioni riproduttive e dello sviluppo.

Gli interferenti endocrini sono presenti in molti prodotti come gli imballaggi, i rivestimenti chimici, i pesticidi, i cosmetici e i prodotti per la pulizia.