Scoppia tra i millennials la “silent retreat mania”

Forniscono uno spazio ideale per ritrovare pace interiore e tranquillità, riducono i livelli di stress, permettono di distaccarsi dalla routine quotidiana e ampliano la percezione mentale. Sono questi alcuni dei benefici dei ritiri interiori e di meditazione, pratiche sempre più scelte da vip e millennials: secondo il Global Wellness Institute sarà il trend principale del 2020. Leggi tutto “Scoppia tra i millennials la “silent retreat mania””

I Millennials per la salute preferiscono Internet

Il 73 % dei Millennials preferisce chiedere consigli sulla salute on-line prima di andare al medico.

Lo ha rivelato un sondaggio condotto dalla società di software per la salute Harmony Healthcare IT.

Dal sondaggio è emerso che uno su quattro giovani non è andato in uno studio medico da più di due anni.

Survey Reveals Millennials’ Relationship with Health Care

Il motivo? Il 42% dei giovani si sente sano, il 39 percento ritiene di essere troppo occupato per andare dal medico e il 31% pensa che sia scomodo fare lo sforzo necessario per una visita.

Ma anche i giovani che vanno dal dottore non rinunciano a Internet. Il 93 percento di loro completa la visita dal medico in carne ed ossa con una ricerca parallela sul web.

Millennials, allarme “Workaholism”

Il “workaholism”, sindrome da dipendenza dal lavoro colpisce il 66% dei millennials: il 32% dei ragazzi americani ha infatti ammesso di lavorare anche dal bagno.

Il dilatarsi del tempo dedicato al lavoro e l’assottigliarsi delle ore di libertà sono diventati temi sempre più critici, soprattutto per la generazione dei millennials, cresciuta in un’epoca che ha visto aggiungersi a questi problemi l’egemonia della tecnologia e la costante presenza sui social network. Fattori che hanno determinato il delinearsi di uno scenario fortemente stressante e negativo, confermato da uno studio americano pubblicato su Forbes, secondo cui il 66% dei nativi digitali ha ammesso di sentirsi affetto da workaholism”, termine coniato nel 1971 dallo psicologo Wayne Oates nel libro “Confessions of a Workaholic: The Facts about Work Addiction” e che indica “la compulsione o l’incontrollabile necessità di lavorare incessantemente”. Ma non è tutto, dalla ricerca è emerso che il 63% dei millennials ha rivelato di essere produttivo anche in malattia, il 32% di lavorare addirittura in bagno e il 70% di rimanere attivo nel weekend. E ancora, secondo un sondaggio pubblicato sul Washington Examiner, il 39% dei nativi digitali sarebbe disposto a lavorare perfino in vacanza, all’interno di una vera e propria “workcation”. Ma cosa fare per combattere questa forma di dipendenza? Gli esperti consigliano di perseguire un equilibrio consapevole fra i vari aspetti della vita, trovare un mentore che possa trasferire la propria esperienza e concedersi una pausa costruttiva al termine di ogni giornata lavorativa, ricordandosi che la qualità del benessere psicofisico è insostituibile.

 

Nei geni dei giovani digitali è insita l’attitudine all’utilizzo di ogni apparato tecnologico che permetta una connessione al mondo, senza bisogno di spostarsi dal proprio ufficio e dalla propria casa. Ciò comporta un cambiamento della percezione del tempo e uno stato di trance che li fa diventare incoscienti. Me lo raccontano spesso i genitori dei ragazzi, facendo un amaro confronto con la generazione precedente – spiega Marina Osnaghi, prima Master Certified Coach in Italia, che ha affiancato grandi imprenditori e professionisti nel raggiungimento dei propri obiettivi – La tecnologia li segue ormai ovunque, mentre sono in bagno, mentre si vestono, mentre mangiano e addirittura quando sono malati. I millennials si trovano immersi in un ciclo continuo di stimoli, costretti a lavorare un numero di ore dilatato rispetto a quello che sarebbe in un mondo senza tecnologia. E con l’aumento delle ore di lavoro si annullano inequivocabilmente gli spazi per la vita privata. Per questo ricordarsi che la qualità della propria vita è insostituibile diventa una raccomandazione fondamentale per evitare conseguenze spiacevoli sul fisico e sulla psiche”.

 

Ma quali sono gli effetti deleteri del workaholism sulla salute dei ragazzi? Secondo uno studio condotto dalla dott.ssa Cecilie Andreassen, professoressa di psicologia all’Università di Bergen, e pubblicato su Psychology Today, i sintomi più comuni derivati dalla dipendenza dal lavoro sono depressione, ansia, insonnia e aumento di peso. Pensiero condiviso anche dalla psicoterapeuta Amy Morin, che nel suo bestseller internazionale “13 Things Mentally Strong People Don’t Do ha evidenziato come il 42% dei millennials che lavorano intensamente più di 9 ore al giorno e rimangono costantemente attaccati allo schermo del pc hanno avuto riscontri negativi sulla propria salute mentale, andando a peggiorare le relazioni sociali con amici, parenti e il proprio partner. In una ricerca su un campione di oltre 300 donne il dott. Bryan Robinson, professore alla University of North Carolina-Charlotte, ha riscontrato che il rischio divorzio è altissimo: solo il 45% dei workaholic riesce ad evitarlo contro l’84% della popolazione. E ancora, il dott. Justin Bazan in uno studio pubblicato su Daily Mail ha evidenziato come il 58% dei giovani lavoratori della fascia 18-32 ha accusato forti problemi alla vista a causa del tempo eccessivo trascorso al computer. Per curare questa forma di dipendenza sono stati addirittura fondati centri terapeutici ad hoc, di cui il più importante ha sede a New York e si chiama “Workaholics Anonymous“. Un esempio drammatico e lampante è rappresentato anche dal fenomeno degli “Hikikomori”, adolescenti perennemente catturati dal web che decidono di non uscire di casa durante l’intero arco della giornata. Trend negativo che si pensava interessasse esclusivamente il Giappone, ma che negli ultimi anni ha interessato anche l’Europa e il Belpaese.

 

Ma quali sono le principali motivazioni che spingono sempre più giovani a lasciarsi catturare dalla spirale del workaholism? “La pressione del capo, la paura di non riuscire a fare carriera, il forte desiderio di avere successo dal punto di vista professionale e quindi lavorare sodo per sfondare. Sono numerosi gli stimoli che possono impattare sulla scarsa capacità di mettere un limite ordinato alla propria esistenza – prosegue Marina Osnaghi – La generazione dei millennials dimostra molta più preoccupazione verso il futuro rispetto alla precedente, soprattutto a causa della ricerca dell’indipendenza economica, del desiderio di una famiglia da formare e poi mantenere, e dell’ansia di dover essere più bravi degli altri. Ne consegue che le abitudini di lavoro sono diventate una gabbia in cui perdersi e i confini etici che proteggono la vita privata sono andati via via affievolendosi”.

 

Ecco infine il decalogo di Marina Osnaghi per imparare a superare la dipendenza eccessiva dal lavoro:

 

  1. Perseguire un equilibrio consapevole fra i vari aspetti della vita
  2. Trovare un mentore che possa trasferire la sua esperienza e fornire saggi consigli
  3. Trasmettere linee guida di vita sana
  4. Prendere come esempio qualcuno che abbia il giusto equilibrio di vita personale e professionale
  5. Ricordarsi che la qualità della vita è un bene insostituibile
  6. Osservare sé stessi e l’ambiente circostante, imparando a prendere una meritata pausa dal lavoro
  7. Stilare un elenco delle attività extra lavorative preferite a cui dedicare più tempo
  8. Fissare un obbiettivo legato al proprio benessere psicofisico e mantenerlo
  9. Ricordarsi di vivere anche per sé stessi
  1. Rivedere la strategia con la quale vengono affrontate le giornate lavorative, cercando di capire cosa cambiare per migliore la qualità della propria vita

 

Millennials: gli immigrati non ci ‘rubano’ il lavoro

Sondaggio di Radioimmaginaria in apertura di Teen Parade, il festival del lavoro spiegato dagli adolescenti (oggi e domani a Bologna Fiere). Gli over 26 sono più inclini a vedere il diverso come una minaccia.

 

Gli immigrati non ci ‘rubano’ il lavoro e non vanno necessariamente rimpatriati: ne sono convinti quasi nove millennials su dieci, intervistati da Radioimmaginaria, primo network radiofonico in Europa gestito da ragazzini tra gli 11 e i 17 anni, in occasione della terza edizione di Teen Parade, il festival del lavoro spiegato dagli adolescenti che si svolge oggi e domani a Bologna Fiere. “Da tre anni stiamo costruendo un percorso tematico costruito per invitare i nostri coetanei a superare le incertezze e insicurezze che accompagnano la fase di ingresso nel mondo del lavoro” affermano i ragazzi del network radiofonico che ormai conta 50 redazioni fra Italia e Europa.

OCCUPAZIONE IMMIGRATA E AUTOCTONA SONO COMPLEMENTARI. I più giovani ritengono che l’occupazione immigrata e quella autoctona in Italia siano prevalentemente complementari: l’88,8% ha dichiarato a Radioimmaginaria che i migranti non rappresentano un ostacolo per l’inserimento nel mercato del lavoro e l’82,5% è contrario alla misura del rimpatrio.

CONTROTENDENZA GLI OVER 26. Gli unici che si discostano da questo pensiero sono gli over 26, che si dimostrano più inclini a vedere il diverso come una minaccia e credono “sia più corretto fornire agli immigrati le condizioni più idonee nel loro Paese piuttosto che adattarli al nostro”.

ACCOGLIENZA E SUPPORTO DELL’UE. Alla domanda: “Tu che consiglio daresti a chi si occupa della questione migratoria?” gli adolescenti rispondono auspicando l’integrazione. Per i teenager occorre “potenziare le strutture per l’accoglienza, cercare il supporto dell’Unione Europea e invitare i cittadini a proporre soluzioni creative per l’integrazione anche a livello locale”. E molti chiedono di ascoltare il proprio lato umano: “Se fossimo noi gli immigrati, vorremmo o no essere accolti?”.

INCONTRI E LIVE SHOW. Teen Parade vuole aiutare i ragazzi, a trovare una risposta precisa alla domanda “che lavoro vorresti fare da grande”? Ecco il perché di momenti specifici – con la collaborazione di ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, INPS, Guardia di Finanza e Polizia di Stato – per stimolare un confronto sulle professioni in grado di appassionare e aprire la mente di chi dovrà essere protagonista del proprio futuro. In serata gli incontri con Valeria Cagnina, 17enne di Alessandria che ha fondato una sua scuola per insegnare ai ragazzini a programmare i robot, e con Iacopo Melio, scrittore disabile e attivista per i diritti umani e civili. A Teen Parade anche i concerti di Lo Stato Sociale e Luca Carboni (protagonisti di un inedito featuring dal vivo in chiave acustica) e dei rapper Cris Brave e Tedua con la conduzione di Rudy Zerbi. E poi esibizioni nell’area skatepark e parkour, simulazioni di voli con droni e sfide a colpi di poesie.

IL CUBO DELL’ACCOGLIENZA. Ci sono anche i “case cube” dove enti pubblici e aziende private spiegheranno con laboratori e contest ai ragazzi che lavoro fanno. Attraverso il cubo dell’accoglienza, un labirinto tubolare di 25 metri, i ragazzi entrano al buio e possono incrociare personaggi dei fumetti o della cinematografia che, strada facendo, li sottopongono a un breve questionario per capire “chi sei” prima di capire “cosa vuoi fare da grande”. Alla fine del percorso di circa 2 minuti un algoritmo realizzato dall’Università di Bologna elabora le risposte e “pronostica” il futuro lavorativo dei ragazzi.

LA SCUOLA LA SCELGONO MAMMA E PAPÀ. Tema centrale della terza edizione di Teen Parade è l’educazione all’orientamento. Per questo Radioimmaginaria ha chiesto agli adolescenti che cosa determina la scelta del proprio percorso scolastico, scoprendo che gli studenti italiani si affidano sempre più ai genitori. Per un neo-maggiorenne su quattro il ruolo di mamma e papà risulta decisivo quando si deve scegliere la scuola superiore; la percentuale si abbassa al 12% per i ragazzi nella fascia dai 14 ai 16 anni. Cosa spinge soprattutto gli adolescenti a preferire un tipo di scuola rispetto a un altro? Le possibilità di lavoro future sono considerate cruciali da quasi uno studente su tre (30,1%), mentre il dialogo con i professori viene reputato importante solo dal 6,9% degli intervistati.

Dove vanno i millennials cinesi

La Edge-Generation cinese: I millennials del Paese del Dragone viaggiano oltre le loro frontiere e oltre i confini del continente asiatico

·         Giovani e con grande capacità di acquisto: Il settimo report annuale Chinese International Travel Monitor di Hotels.com® rivela una crescita super – e senza precedenti, ben l’80% rispetto al 2017 – della spesa dei consumi dei millennials cinesi per i loro viaggi internazionali

  • Viaggi all’avanguardia: Tecnologia, cibi esotici, attività avventurose ed esperienze locali; sono questi i trend che influenzano i viaggi dei millennials cinesi
  • Luci, fotocamera, passaporto: TV, cinema e social media esercitano un’enorme influenza sulle abitudini di viaggio cinesi (62%)

         L’Italia tra le prime 5 mete europee (14° posto a livello mondiale) più popolari tra i viaggiatori cinesi.

Una recente indagine effettuata da Hotels.com® ha rivelato che i millennials cinesi si stanno sempre più appassionando ai viaggi internazionali. Si osserva un sorprendente aumento dell’80% delle spese rispetto allo scorso anno per finanziare i loro viaggi, fare straordinarie esperienze, soggiornare in alloggi altamente tecnologici, gustare prelibatezze esotiche, fare shopping. La passione per la cultura pop, i film e la televisione (62%), sono le principali fonti di ispirazione per i viaggiatori millennials cinesi, tanto da spingerli a varcare i confini asiatici verso lidi più esotici nel mondo alla ricerca di esperienze da brivido, divertimento senza tabù e feste. Nel 2017 i post sui social e selfie si sono rivelati elementi fondamentali nei viaggi dei millennials cinesi: il 63% usa la telecamera interna per ottenere like e rafforzare la propria immagine social, mentre il 15% dei millennials cinesi afferma sia indispensabile valorizzare tutto ciò che potrebbe migliorare la loro presenza social. L’indagine condotta rivela comunque che nessuna generazione è totalmente immune dall’innegabile attrazione dei social network. Il 52% dei viaggiatori totali cinesi è attratto dal potere della condivisione delle notizie, e un terzo della generazione più adulta afferma che le loro decisioni e i loro comportamenti in materia di viaggi sono influenzati dai loro figli digitali nativi o più digitalmente connessi.

Al primo posto il divertimento, poi le emozioni forti e anche la cura dell’anima – Pronti a liberarsi da ogni freno e inibizione, più di un terzo dei viaggiatori cinesi è attratto dalle accondiscendenti atmosfere delle più famose mete del divertimento come Macao, Bangkok, Amsterdam e Las Vegas. Nel frattempo, i millennial più esperti in quanto a festival internazionali, hanno dato vita ad una nuova ondata di viaggi caratterizzati da prezzi inferiori e con una pianificazione più rapida rispetto agli anni passati. Coroncine di fiori e brillantini sono già in valigia! #glitter

I nuovi viaggiatori millennials cinesi amano tutto ciò che è spaventoso e inquietante. Quasi la metà di loro afferma di voler visitare la Porta dell’Inferno in Turkmenistan e più di un terzo vorrebbe esplorare le catacombe di Parigi. #pauroso

Nonostante la passione per il macabro, le maggiori ansie da viaggio per i millennials cinesi provengono da antiche superstizioni, sorprendentemente più importanti per i giovani che per gli adulti. Il 40% dei millennials non vuole uno specchio di fronte al proprio letto, rispetto al 35% della generazione precedenti. Non amano neanche pernottare alla fine del corridoio (41% vs. 35%) e sono meno propensi a alloggiare al 4° o 5° piano (20% vs.12%).

La passione per tutto ciò che è locale – Soggiornare in una struttura a-tipica è importante per più della metà dei viaggiatori che, piuttosto che scegliere alberghi ultra-stellati, optano sempre più per alberghi indipendenti, fuori dagli schemi e caratterizzati da gusto e foggia locali (55%). Il 33% sceglie hotel boutique, il 23 % hotel eco-friendly e il 21% hotel super tecnologici. Inoltre, inclini a immergersi in esperienze autentiche, i viaggiatori cinesi non si tirano indietro quando si tratta di spendere per soddisfare le proprie voglie come assaggiare esotiche leccornie locali (69%), esplorare le strade delle città alla ricerca di oggetti autentici del luogo (43%) o fare shopping di lusso (38%).

Digitalmania – I millennials cinesi sembrano prendere il digitale molto sul serio. Connettività ed efficienza sono la chiave per chi è sempre in viaggio. Spazi di co-working (39%), tecnologia a commando vocale (38%), prenotazioni via realtà virtuale (38%), servizio clienti robotizzato (32%), accesso alle stanze tramite telefonino (31%) e postazioni social media live (26%), sono tutti servizi extra che desidererebbero trovare nelle strutture ricettive.

E i viaggiatori cinesi in Italia? – L’Italia è tra le prime 5 mete europee più popolari tra i viaggiatori cinesi, mentre a livello mondiale si colloca al 14° posto guadagnando una posizione rispetto al 2017. Diversamente da quanto accade in altre nazioni europee come Regno Unito o Francia, i turisti cinesi una volta in Italia non visitano solo la capitale Roma (63%), ma fanno tappa anche e soprattutto a Milano (64%), Firenze (43%) e Venezia (34%). 8 viaggiatori cinesi su 10 vengono nel nostro Paese soprattutto per turismo privato (83%), mentre il 16% raggiunge l’Italia per affari. I Millennial cinesi vengono anche per visitare parenti e amici, 8% contro 2% dei non-millennial, mentre il 7% visita l’Italia in occasione di eventi sportivi e un 5% per sottoporsi a cure mediche.

Circa metà dei millennial cinesi (48%) sono mossi da interesse verso la cucina italiana e postano sui social e fanno selfie con pietanze e cibi italiani che non si trovano facilmente tra i confini della Repubblica Popolare Cinese. L’Italia si colloca al 3° posto in Europa e 11° nel mondo per Paese più postato sui social dai viaggiatori cinesi.

Millennials: non esiste più lo spartiacque tra gioventù e età adulta

Essere giovani nel 2017 non è certo una passeggiata, ma diventare adulti lo è ancor meno. La domanda che sempre più spesso ci si pone è: qual è, oggi, lo spartiacque tra gioventù ed età adulta? In realtà, non c’è più un’indicazione univoca. In passato questa distinzione era netta e scandita da momenti ben precisi della vita: la laurea, il matrimonio, ecc. Oggi invece le “tappe” o age milestones sono meno rigide e il passaggio da una condizione come l’adolescenza all’età adulta è decisamente più fluido. Lo stesso periodo adolescenziale è cambiato: un tempo un giovane si poneva come obiettivo proprio il matrimonio e la creazione di una famiglia, al contrario, i ventenni di oggi difficilmente pensano a questi eventi come motivo di realizzazione nel breve termine. Spesso neppure i trentenni: lo rileva Truth About Youth (TAY), l’analisi condotta da McCann Truth Centralintelligence unit di McCann Worldgroup che ha evidenziato come i giovani “entrino” ed “escano” di continuo da una fascia d’età all’altra a seconda della necessità.

 

Persino l’autocoscienza dell’essere adulti è diversa: infatti secondo uno studio americano riportato su The Independent, l’età in cui ci si sente adulti non sono più i classici 18 anni, bensì i 29 anni – almeno secondo quanto emerso dalle testimonianze dei 2000 intervistati. L’asticella, insomma, si sta spostando sempre più in là. È possibile che in questo scenario, specialmente in Italia (ma non solo), giochino un ruolo cruciale il livello di insicurezza in cui si ritrovano soprattutto i millennials, la più ampia rete di protezione familiare, e il ritardo con cui si entra nel mercato del lavoro. Quindi, come evidenzia la ricerca di IPG WAREHOUSE, le nuove generazioni, che tendono a non sentirsi adulte, si accontentano del far finta di esserlo: perché non riescono a costruire una loro realtà fatta di un lavoro stabile e ben retribuito, l’acquisto di una casa, fare dei figli – tutti step considerati propri dell’essere adulti.

 

Una difficoltà che alcuni anni fa ha fatto sì che l’aggettivo/sostantivo “adult” si trasformasse in un verbo: “to adult”. Un verbo utilizzato negli USA anche al gerundio: “Adulting is hard” o “I’m not very good at adulting”. Un termine molto amato e usato nei social network, soprattutto su Twitter. In Italiano potremmo parlare di “rendersi adulti” … sembra quasi un gioco di parole, ma indica proprio quella condizione di mostrarsi cresciuti e responsabili, anche se magari non si crede di esserlo davvero. Si tratta di comportarsi come farebbe un adulto: avere un lavoro, vivere da soli, comprare un’auto e via dicendo.

 

Uno dei primi testi in cui si è cominciato a parlare di “adultizzarsi” è appunto Adulting: How to Become a Grown-Up in 468 Easy(ish) Steps, un libro divenuto popolare in breve tempo, scritto dalla giornalista Kelly Williams Brown. Una sorta di guida per i millennials a comportarsi come adulti autonomi, in risposta al comune sentimento di sentirsi inadatti al mondo dei grandi. Il progetto è partito ancor prima, nel 2011, con il blog Adulting: la giovane reporter analizza tutti i vari step in una sorta di guida che sembra non finire mai, rassicurando i lettori: “Just because you don’t feel like an adult doesn’t mean you can’t act like one” e cerca di indicare tutti i consigli utili per dare la parvenza di “essere diventati grandi” e di riuscire a destreggiarsi in “the stormy Sea of Adulthood”. Tra i tanti suggerimenti, step 221: portarsi dietro almeno 10 dollari, step 245: chiudere l’armadio dopo averlo usato, e ancora: avere un set di spazzolini da denti per gli ospiti e via dicendo.

 

Insomma, l’età adulta, oggi, non è più un risultato da raggiungere, ma uno stato fluido in cui i giovani si immergono oppure no, a seconda del contesto. Per fare un esempio pratico, si affitta un appartamento per conto proprio, ma poi dopo qualche tempo e per svariate ragioni, si decide di tornare a vivere con i genitori.  Si pensi che oggi l’età media massima in cui i giovani si sentono di vivere con i genitori sono i 32 anni – una cifra che si alza a 34 per i giovani che vivono in India, a 37 in Giappone e addirittura fino a 41 anni ad Hong Kong.

 

Cosa ha portato a questo stravolgimento culturale? Ciò che è cambiato è l’imponente flusso tecnologico che ci circonda e l’accessibilità, che hanno modificato alcuni punti di vista sulla vita e sull’esistenza, per esempio l’idea che per diventare adulti non serva raggiungere delle tappe precise, bensì più semplicemente arrivare ad un insieme di piccoli momenti di cui godere. La ricerca Truth about Youth di Truth Central evidenzia che i giovani, anche se di generazioni diverse, sono accomunati dalla ricerca di tre verità: “trova te stesso”, “trova le tue persone” e “trova il tuo posto nel mondo”.

 

 

Sebbene queste tre “mete” rappresentino tre verità che restano più o meno costanti nel tempo (anche coloro che erano giovani 50 anni fa sentivano di dover trovare il proprio posto nel mondo), il modo in cui queste verità si esprimono e si traducono in azioni si è trasformato completamente e ciò che porta i giovani a considerarsi adulti oggi è un insieme di piccole conquiste che si sommano giorno dopo giorno, dal ricevere il giornale la mattina al trascorrere il Natale con i parenti del proprio partner, da fare delle cene di coppia ad avere un’ora precisa in cui andare a dormire ed infine riuscire ad andare a fare la spesa una volta alla settimana o tenere vive le piante in casa.

 

Questi sono solo alcuni esempi di momenti meno definiti ma ritenuti cruciali oggi dalla generazione millennials, qualcosa di sorprendente fino a qualche anno fa. È il segnale che è avvenuto – ed è ancora in atto – un cambiamento culturale di enormi dimensioni che è andato ad impattare sia sulla vita quotidiana che sul modo di pensare e di interagire delle persone. Un solco profondo tra presente e passato del quale le vere protagoniste sono le generazioni che proprio in questi anni “stanno diventando adulte”.

A cura della Redazione di IPG WAREHOUSE

Il mondo del lavoro? È in mano ai Millennials

In Italia il 22% degli occupati sono Millennials, in Inghilterra il 29%, negli Stati Uniti costituiranno la metà dell’intera forza lavoro entro il 2020. Le nuove generazioni sono un Capitale Umano importante e portano con sé culture e visioni che contribuiscono a definire un ambiente lavorativo molto diverso da quello a cui siamo abituati. Un ambiente che si sta via via delineando come punto di incontro e di confronto, popolato da giovani con una forte necessità di appartenenza, che cercano nella propria professione un senso di realizzazione, fanno ampio uso delle nuove tecnologie e lavorano in mobilità. Con un’età che varia tra i 16 e 36 anni, i Millennials sono cresciuti con i social network e le piattaforme tecnologiche, sono attenti alla sostenibilità ambientale, non amano rinchiudersi in un ufficio dalle 9 alle 18 o arrivare al lavoro indossando giacca e cravatta. Sono disposti nel 25% dei casi ad accettare uno stipendio più basso per entrare nel mondo del lavoro e il 61% di loro si dichiara disponibile ad espatriare (Ricerca Unige 2016). Iper-connessi e iper-collaborativi, si aspettano di ritrovare gli approcci e le tecnologie che usano nella vita privata anche all’interno delle realtà per cui lavorano – un aspetto che ogni azienda dovrebbe tenere bene in considerazione se pianifica di investire nella loro crescita professionale.

I Millennials infatti sono i primi nativi-digitali, abituati ad avere tutte le informazioni a disposizione alla velocità di un clic – e con la stessa velocità vogliono crescere sul lavoro e sentirsi gratificati. Quando si scontrano con i tempi più lenti del mondo professionale, che non si muove al loro passo, perdono interesse e si sentono insoddisfatti, anche se le ultime crisi socio-politiche a livello mondiale li hanno resi più prudenti (Deloitte Millennial Survey 2017). Sempre secondo Unige, in Italia, il 29% dei giovani occupati è scontento dell’attuale impiego, il 44% considera la propria retribuzione inadeguata, 2 su 3 programmano di cambiare lavoro. Per questo è essenziale che il mondo del lavoro si trasformi seguendo le loro esigenze, perché chi prima lo farà, prima otterrà un margine di competitività importante. L’azienda “del futuro” deve essere in grado di offrire un feedback continuo, un set di valori definito e condivisibile, innovazione tecnologica, senso di appartenenza, possibilità di lavorare in mobilità.

“Per la loro creatività disruptive, la loro naturale predisposizione verso le nuove tecnologie e la sensibilità che sentono verso le sfide socio-economiche del futuro – spiega Pietro Martani, Fondatore e CEO di Copernico Holding  i Millennials sono una risorsa fondamentale per la competitività delle aziende e un invito a cambiare passo anche per le grandi istituzioni. Diventa, quindi, sempre più importante investire per attrarre questi talenti, ma soprattutto per trattenerli facendoli sentire partecipi e artefici di un cambiamento. Come? Ad esempio coinvolgendoli inprogetti di salvaguardia dell’ambiente o che mirano a diminuire le diseguaglianze sociali, a cambiare in meglio il futuro. Diverse ricerche lo dimostrano, ma lo viviamo quotidianamente anche noi nei nostri spazi, un elemento fondamentale per la talent retention è anche un contesto lavorativo ideale che permetta loro di sentire di poter fare la differenza e in cui sia diffusa un’attitudine positiva, sia tutelata e privilegiata la diversity e la leadership si esprima attraverso il dialogo, il confronto e la competenza. Ed è quello che stiamo promuovendo con Copernico: un nuovo modo di fare impresa a partire dalla creazione di contesti che valorizzano le persone e capaci di generare un ecosistema virtuoso.

 

Non si tratta solo di trovare nuovi modelli per continuare a essere competitivi, bensì di cambiare mentalità. Le aziende più lungimiranti si stanno adeguando ai possibili scenari con business plan ad hoc, altre stanno appena iniziando a capire come muoversi. Se un tempo le decisioni aziendali cadevano dall’alto e passavano attraverso le diverse gerarchie dai manager fino alle persone più operative, oggi si sta cercando di invertire la rotta, infatti sono i lavoratori a portare nuovi punti di vista e nuove modalità di lavoro all’interno delle organizzazioni. Per questo i manager devono adattarsi e cambiare a loro volta i loro stili di leadership, e conseguentemente le aziende devono adattarsi ai lavoratori e ai manager. Molte corporation stanno guardando a player come Copernico per rinnovarsi proprio a partire dalla gestione ed organizzazione del lavoro e poter così rivolgersi ad un pubblico più giovane. Copernico infatti da anni monitora i cambiamenti disruptive della sfera lavorativa ed è in grado di sviluppare ambienti di lavoro adatti a questo target.