Insufficienza cardiaca, il diabete mellito è di per sé un fattore di rischio

Il diabete mellito può essere un fattore di rischio indipendente per lo sviluppo dell’ insufficienza cardiaca, secondo un nuovo studio che ha dimostrato come, anche senza un’anomalia strutturale cardiaca, i pazienti diabetici hanno maggiori probabilità di arresto cardiaco.

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Malattie cardiovascolari, per le donne è diverso

Le malattie cardiovascolari costituiscono la principale causa di morte al mondo, ma non colpiscono allo stesso modo uomini e donne. Più donne che uomini muoiono per insufficienza cardiaca, ma solo il 50% dei casi di insufficienza cardiaca tra le donne è causata da un attacco di cuore.

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Lavarsi i denti protegge il cuore

Lavarsi spesso i denti è associato a un minor rischio di avere fibrillazione atriale e insufficienza cardiaca, secondo un nuovo studio pubblicato sull’European Journal of Preventive Cardiology, una rivista dell’European Society of Cardiology (ESC).

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Cuore, prevenire le cicatrici dopo un infarto

Uno studio preclinico fatto su dei topi ha testato un nuovo metodo che potrebbe prevenire le cicatrici dopo un infarto, scongiurando l’insufficienza cardiaca.

I ricercatori hanno utilizzato un farmaco per colpire gli aspetti dell’orologio corporeo che innescano le risposte immunitarie dannose.

Dopo un attacco di cuore, mentre il tessuto cardiaco inizia a guarire, si formano le cicatrici del tessuto e il cuore non è più in grado di contrarsi e rilassarsi come prima. Con il tempo, ciò può portare all’insufficienza cardiaca, condizione in cui il cuore diventa incapace di pompare il sangue in modo efficace.

Prevenendo la formazione del tessuto cicatriziale dopo un infarto, un team di ricercatori dalla University of Guelph, in Ontario, Canada, ha testato su dei modelli murini, un nuovo metodo che mira a prevenire la formazione di tessuto cicatriziale nel cuore.

In un documento di studio apparso su Nature Communications Biology, i ricercatori canadesi dicono di aver usato un farmaco chiamato SR9009 per agire su degli aspetti dell’orologio circadiano, o orologio del corpo. Questo “orologio” regola delle funzioni automatiche del corpo, come la respirazione, e alcune risposte del sistema immunitario.

Quando si tratta di salute del cuore, i meccanismi circadiani controllano, tra le altre cose, i modi in cui questo organo risponde ai danni e si ripara da sé.

Nel nuovo studio, i ricercatori hanno usato l’SR9009 per bloccare l’espressione di alcuni geni che giocano un ruolo nell’innescare risposte immunitarie dannose che alla fine portano alla formazione del tessuto cicatriziale a seguito di un infarto.

I ricercatori hanno somministrato il farmaco a dei topi e hanno scoperto che SR9009 contribuiva a ridurre la produzione di inflammasome NLRP3.

Questo è un sensore intracellulare che reagisce ai segnali di pericolo dopo un infarto e contribuisce a lasciare cicatrici. Gli esperimenti dei ricercatori hanno dimostrato che, somministrato a poche ore da un attacco di cuore insieme ai farmaci convenzionali, il farmaco riduce l’infiammazione e provoca una migliore riparazione del muscolo cardiaco.

In effetti, l’approccio ha quasi fatto sembrare il cuore dei topi infartuati come se non avessero mai avuto un attacco cardiaco.

L’insufficienza cardiaca cronica colpisce più di 23 milioni di persone al mondo

L’insufficienza cardiaca (nota anche come scompenso cardiaco) è una patologia provocata dalla compromissione della funzione cardiaca, ovvero dell’attività attraverso la quale il cuore pompa il sangue e garantisce, quindi, il corretto apporto di ossigeno a tutti gli organi. Nel mondo colpisce oltre 23 milioni di persone e in Europa, così come negli Stati Uniti, provoca circa 300.000 decessi all’anno. In Italia lo scompenso cardiaco rappresenta la seconda causa di ricovero dopo il parto con un tasso di ospedalizzazione pari a 4-5 giorni ogni 1.000 abitanti; la fascia di età più frequente nei pazienti ricoverati è quella tra i 75 e gli 85 anni. La prevalenza della malattia aumenta proporzionalmente all’età, andando dall’1-2% della popolazione in generale al 6,4% per gli over 65. Il costo che questa patologia provoca è pari all’1-2% del totale della spesa sanitaria in diversi Paesi.

Generalmente lo scompenso cardiaco si manifesta con sintomi quali l’affanno in situazione sotto sforzo e a volte anche a riposo, il gonfiore degli arti inferiori, debolezza, difficoltà respiratorie in posizione supina, tosse, addome gonfio o indolenzito, mancanza di appetito, confusione, peggioramento della memoria. Nella fase precoce, però, lo scompenso cardiaco può essere anche asintomatico.

Attraverso la terapia si cerca di migliorare la qualità di vita dei pazienti riducendo i sintomi della malattia, di diminuire le occasioni di ospedalizzazione, di rallentare la progressione della patologia, e, infine, di aumentare la sopravvivenza.

In questo scenario si inserisce il Bisoprololo Fumarato: si è infatti accertato che la terapia con questo farmaco può dare importanti benefici, poiché riduce la mortalità dei pazienti, specialmente quella improvvisa, l’ospedalizzazione per tutte le cause che provocano lo scompenso, e l’ospedalizzazione per peggioramento dell’insufficienza cardiaca.

“Siamo molto orgogliosi di essere di nuovo al fianco dei pazienti che soffrono di scompenso cardiaco e rispondere, così, alle loro esigenze terapeutiche insoddisfatte”, commenta Antonio Messina, a capo del business biofarmaceutico di Merck in Italia. “L’insufficienza cardiaca è una patologia che continua a far registrare numeri drammatici, ed è per questo che, come azienda da sempre attenta ai bisogni dei pazienti, dei caregivers e della classe medica, vogliamo avere un ruolo importante in quest’area terapeutica, anche nel nostro Paese”.

Dal 21 giugno 2019, infatti, Merck è nuovamente titolare in Italia dell’autorizzazione all’immissione in commercio del medicinale Congescor (Bisoprololo Fumarato), indicato nel trattamento dell’insufficienza cardiaca cronica, stabile, con ridotta funzione ventricolare sistolica sinistra. Il farmaco è da somministrarsi in aggiunta ad ACE inibitori e diuretici ed eventualmente glicosidi cardioattivi.

La dieta DASH per l’ipertensione contrasta l’insufficienza cardiaca

I ricercatori della Wake Forest School of Medicine (USA) hanno trovato che la dieta DASH (Dietary Approaches to Stop Hypertension), studiata per contrastare l’ipertensione, giova anche al cuore.

In un nuovo studio osservazionale fatto su più di 4.500 persone, di età compresa tra i 45 e gli 84 anni, e i cui risultati sono stati pubblicati sull’American Journal of Preventive Medicine, hanno visto che gli individui che avevano meno di 75 che rispettavano la dieta DASH, per contrastare l’ipertensione, avevano ridotto al 40 per cento il rischio di insufficienza cardiaca.

La dieta DASH prevede il consumo di frutta, verdura, noci, cereali integrali, pollame, pesce e latticini a basso contenuto di grassi. Scoraggia il consumo di sale, di carne rossa, di dolci e bevande zuccherate. È simile alla dieta mediterranea, ma differisce da essa in quanto raccomanda prodotti lattiero-caseari a basso contenuto di grassi ed esclude le bevande alcoliche.

“Solo pochi studi precedenti avevano esaminato gli effetti della dieta DASH sull’incidenza dello scompenso cardiaco ed essi avevano prodotto risultati contraddittori. Questa ricerca dimostra che seguendo la dieta DASH è possibile ridurre il rischio di sviluppare l’insufficienza cardiaca di circa la metà”, ha detto Claudia L. Campos, autrice principale dello studio.

 

Donne: anche una piccola attività fisica protegge il cuore

Nelle donne anche una piccola attività fisica quotidiana può fare la differenza per le malattie cardiovascolari. Uno studio americano, pubblicato sulla rivista JAMA , ha infatti rivelato che una leggera attività fisica ogni giorno può ridurre fino al 22% il rischio di malattie cardiovascolari, l’ictus o l’insufficienza cardiaca.

Per dimostrare i benefici di un’attività fisica leggera, i ricercatori hanno condotto uno studio su più di 5.800 donne di età compresa tra 63 e 97 anni, senza storia di ictus o infarto.

Le volontarie sono state seguite per 5 anni, mentre indossavano un accelerometro sui fianchi, per misurarne i movimenti.

I risultati hanno mostrato che il rischio di eventi cardiovascolari era calato del 22% in chi svolgeva regolarmente un’attività fisica leggera.

Inoltre, il rischio di infarto o morte coronarica si era ridotto fino al 42%.

Secondo lo studio, maggiore è il livello di attività, minore è il rischio di soffrire di cuore.

Ma non bisogna dimenticare che anche altri fattori aumentano il rischio di malattie cardiovascolari. Un buon stile di vita in generale, vale a dire evitare il tabacco e avere una dieta varia ed equilibrata, oltre alla regolare attività fisica, è la soluzione più efficace per proteggersi da queste malattie.