Andrea Vianello, l’ictus cerebrale e l’afasia disabilitante

La recente testimonianza del giornalista e conduttore Rai Andrea Vianello, colpito da ictus cerebrale il 2 febbraio dello scorso anno, mette in luce un tema particolarmente sentito da A.L.I.Ce. Italia ODV, l’Associazione per la Lotta all’Ictus Cerebrale che da anni si occupa di informare e sensibilizzare la popolazione non solo sulla prevenzione di questa patologia ma anche sul post ictus e, quindi, sulle conseguenze che questo comporta.

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Il colesterolo residuo è nocivo per il cuore

Una nuova ricerca ha trovato che i livelli di colesterolo residuo, noto anche come “colesterolo brutto “, nel sangue sono molto più alti di quanto pensassero gli esperti.

Questa ricerca ha esplorato il legame tra il colesterolo residuo e le malattie cardiovascolari e ha raggiunto una conclusione allarmante.

I ricercatori dell’Università di Copenaghen e dell’Ospedale universitario di Copenaghen, in Danimarca, che hanno guidato lo studio, i cui risultati sono apparsi sulla rivista Atherosclerosis, dicono che il colesterolo residuo è critico almeno quanto il colesterolo LDL .

Lo studio ha analizzato i risultati di test specifici sul colesterolo di circa 9000 persone.

Hanno scoperto che l’impatto dei livelli elevati di colesterolo brutto è molto maggiore di quanto gli scienziati pensassero in precedenza.

“Abbiamo precedentemente dimostrato che il colesterolo residuo è critico almeno quanto il colesterolo LDL in relazione ad un aumentato rischio di infarto miocardico e ictus è quindi uno sviluppo inquietante”, ha detto il prof. Børge Nordestgaard.

Precedenti studi su questo argomento avevano fatto luce sul colesterolo residuo; i ricercatori danesi hanno scoperto che il sovrappeso o l’obesità sono la causa principale degli alti livelli di colesterolo residuo e dei trigliceridi alti, negli adulti.

“Finora, sia i cardiologi che i medici si sono concentrati principalmente sulla riduzione del colesterolo LDL, ma in futuro l’attenzione si concentrerà anche sulla riduzione dei trigliceridi e del colesterolo residuo”, ha affermato Nordestgaard.

Scegliere cibi sani per il cuore (mangiare più frutta e verdura, cereali integrali, noci, pollame e pesce) è un buon modo per aiutare a migliorare questi livelli di colesterolo brutto. È anche importante ridurre il consumo di alimenti ricchi di grassi saturi e zuccheri.

Inoltre, le persone dovrebbero cercare di evitare di essere sedentarie, poiché l’attività fisica può aiutare a migliorare i livelli di colesterolo.

Anche il fumo di sigaretta aumenta il rischio di malattia coronarica nelle persone con colesterolo alto.

Apportare cambiamenti nello stile di vita – come migliorare la dieta, fare più esercizio fisico e smettere di fumare – può aiutare a migliorare i livelli di colesterolo. Tuttavia, se tali metodi non funzionano, i medici possono anche prescrivere farmaci .

Perdere peso può essere la cosa migliore che qualcuno può fare per abbassare i livelli del colesterolo brutto e dei trigliceridi.

Ictus: evento raro in gravidanza, ma aumentano i casi durante la gestazione

Che la gravidanza sia un periodo estremamente delicato per la salute di una donna è cosa risaputa. Ciò che è meno noto, invece, è che tra le conseguenze infauste della gestazione può essere annoverato l’ictus cerebrale. Sembrerebbe, infatti, che i cambiamenti corporei che si registrano nel periodo della gravidanza possano rendere la donna più predisposta a questa patologia, che nel caso specifico si manifesta in forme piuttosto severe.

In base ai dati resi disponibili dall’American Heart Association, l’incidenza dell’ictus ischemico e quello emorragico è di “solo” 26 casi su 100.000, ma ciò che preoccupa gli esperti è il rilevante aumento che si è registrato negli ultimi 10 anni, con un incremento di ben il 54%. Questi dati hanno allertato la comunità scientifica tutta spingendo molti esperti a studiare più approfonditamente il rapporto tra ictus e gravidanza.

Un gruppo di ricercatori dell’Azienda Ospedaliera di Perugia/Università di Perugia ha raccolto e analizzato gli ultimi dati sull’emorragia cerebrale in gravidanza: in base alla ricerca fatta sui dati disponibili in letteratura, il rischio assoluto di emorragia intracranica associato alla gravidanza è stato stimato essere 12.2 su 100.000, ma generalmente collegato ad alto rischio di morte o invalidità permanente sia per la madre che per il feto.

Di tutti i casi, il 90% delle emorragie cerebrali occorrono nel periodo gestazionale, con più del 50% nel terzo trimestre, mentre l’8% avvengono durante il puerperio e il 2% durante il travaglio: ciò è spiegato dal fatto che durante la gravidanza, la gittata cardiaca, cioè il volume di sangue espulso dal cuore durante un minuto, può aumentare anche del 60% dall’inizio del terzo trimestre fino al parto. La maggior parte delle emorragie in gravidanza sono infatti associate a ipertensione, gestosi o eclampsia: con queste ultime due sindromi, il rischio complessivo aumenta del 24,7% e persiste per i 12 mesi successivi al parto. Inoltre, donne fumatrici e di età materna avanzata (sopra i 35 anni), se portatrici di ulteriori fattori di rischio quali ipertensione, malattia vascolare e coagulopatie sono più a rischio di sviluppare un’emorragia cerebrale. Fondamentale, quindi, la prevenzione.

“Nel periodo di gestazione il corpo delle donne subisce cambiamenti profondi sia a livello ormonale che fisiologico – dichiara la Prof.ssa Valeria Caso, neurologa presso la Stroke Unit dell’Ospedale Misericordia di Perugia e Past President dell’European Stroke Organisation (ESO). Questi episodi si verificano generalmente nei soggetti che presentano specifici fattori di rischio che possono essere accentuati dalla gravidanza, e che, a maggior ragione vanno tenuti sotto controllo. È anche vero, comunque, che esistono problemi specifici legati proprio alla gestazione che possono aumentare il rischio di ictus come la preeclampsia, spesso asintomatica, che si verifica nel 2-8% delle gravidanze, e l’eclampsia (la complicanza più grave della gestosi caratterizzata da convulsioni, confusione mentale, deficit visivi che porta potenzialmente a coma e morte della gestante)”.

La gestione dell’ictus in gravidanza è una questione decisamente difficile, perché se da un lato è fondamentale l’intervento farmacologico, nello stesso tempo bisogna inevitabilmente tener presente l’eventuale tossicità che i farmaci possono avere per il feto.

“È dunque particolarmente importante che, ciascuna donna che sta vivendo la fase così delicata e unica della propria gravidanza, conosca e cerchi di prevenire l’eventuale insorgenza dei fattori di rischio stessi – conclude la Dottoressa Nicoletta Reale, Presidente di A.L.I.Ce. Italia Onlus (Associazione per la Lotta all’Ictus Cerebrale). È necessario più che mai cercare di tenere sotto controllo il proprio peso e decidere di smettere di fumare, qualora si abbia questa cattiva abitudine; bisogna, inoltre, svolgere sempre regolare attività fisica e seguire una sana e corretta alimentazione. Per quei problemi collegati a fattori non modificabili (come l’età e la storia familiare, per esempio, oppure in presenza di patologie note), è bene invece rivolgersi ad un medico di fiducia o allo specialista, che potrà tenere la situazione sempre sotto controllo”.

Ormai da tempo A.L.I.Ce. Italia Onlus sottolinea come l’ictus cerebrale sia un problema di cui non devono preoccuparsi soltanto gli anziani: sebbene la maggior parte degli episodi si verificano in persone di età superiore ai 65 anni, circa il 10% di tutte le ischemie colpisce anche le persone sotto i 45 anni e, in particolare, le donne sono più a rischio rispetto agli uomini. Grazie alla prevenzione e alle terapie di ultima generazione, l’ictus si può evitare e curare.

La riabilitazione è un diritto per i pazienti colpiti da ictus

Devono poter accedere alla riabilitazione neurologica tutti i pazienti che, dopo un evento acuto come un ictus, manifestino una disabilità più o meno grave che ne giustifica la collocazione nel setting appropriato; questo non può essere limitato a chi è stato in coma.

Negli ultimi anni sono state dedicate molte risorse alla gestione della fase iperacuta con aumento delle Unità Ictus (ad oggi sono 189 in Italia, anche se il Decreto Ministeriale n.70 dell’aprile 2015 ne dichiara necessarie 300) e maggiore diffusione della terapia trombolitica con una scarsa attenzione alla fase riabilitativa. Una minore mortalità nella fase acuta, però, non significa necessariamente guarigione, ma spesso soltanto un aumento di pazienti con postumi più o meno disabilitanti e che quindi necessitano di trattamento riabilitativo.  I bisogni di cura di un soggetto colpito da un ictus sono diversi in base alle caratteristiche della lesione cerebrale e delle condizioni cliniche, non solo attuali ma anche precedenti all’evento ictale stesso.

In Italia ogni anno si registrano circa 150.000 nuovi casi di ictus cerebrale, vengono colpiti soggetti sempre più i giovani e sono circa un milione le persone sopravvissute con esiti più o meno invalidanti, un terzo delle quali con disabilità gravi. Il fenomeno è in costante crescita, considerando che, oltre alle terapie disponibili, oggi si vive più a lungo e il nostro Paese è, tra quelli europei, quello con l’aspettativa di vita più elevata. Molto spesso, le persone colpite da ictus manifestano non solo paresi degli arti superiori e inferiori ma anche gravi problemi neurologici e cognitivi che compromettono l’autonomia della persona; il 60% presenta problemi visivi, quasi la metà difficoltà di deglutizione e respirazione, un paziente su tre soffre di disturbi del linguaggio e di depressione.

Per far fronte alle direttive del decreto occorrerebbe anche che i servizi territoriali (sia day hospital che ambulatoriali) fossero ben strutturati e adeguati, cosa che non corrisponde alla realtà, anche perché non c’è un numero adeguato di specialisti su tutto il territorio.

Ulteriore problema è che per le disabilità neurologiche con andamento cronicamente evolutivo, come appunto, l’ictus con i suoi esiti invalidanti, ma anche la sclerosi multipla, il parkinson o una malattia neuromuscolare, in caso di aggravamento non è previsto un ricovero in ambiente riabilitativo idoneo se non dopo il passaggio in reparti per acuti dove, in realtà, i pazienti non andrebbero a meno che non abbiano avuto un episodio intercorrente (come ad esempio una broncopolmonite).

Se un paziente colpito da ictus, o con sclerosi multipla, parkinson o una malattia neuromuscolare viene ricoverato in reparto per acuti per una causa diversa che richieda un intervento riabilitativo differente da quello neurologico (ad esempio in caso di frattura del femore), il paziente viene sì ricoverato in riabilitazione ma – in base al decreto – in un setting non adeguato e, soprattutto, con una durata di degenza non idonea a coprire quanto necessario.

Chiediamo quindi a ‘gran voce’ di poter rivedere alcuni passi del decreto, che sarebbe di grande importanza poter rivalutare per garantire continuità assistenziale e cura a tutte le persone che necessitano di proseguire un percorso di neuroriabilitazione, in modo continuativo ed omogeneo su tutto il territorio nazionale. Per questo motivo l’Associazione per la Lotta all’Ictus Cerebrale, unica in Italia a rappresentare coloro che sono stati colpiti da questa patologia e le loro famiglie, è assolutamente disponibile ad un confronto sereno, costruttivo e aperto su questo tema così essenziale.

Anche l’Associazione per la Lotta all’Ictus Cerebrale A.L.I.Ce. Italia Onlus aderisce alla campagna di mobilitazione #difendiundiritto promossa da AISM e chiede di poter essere udita sui provvedimenti “Criteri di appropriatezza dell’accesso ai ricoveri di riabilitazione ospedaliera” ed “Individuazione di percorsi appropriati nella rete di riabilitazione”, in corso di approvazione presso il Ministero della Salute, in merito ai quali si ritiene vadano apportate alcune modifiche, ritenute essenziali per favorire il recupero ed il mantenimento delle funzionalità di chi è stato colpito da ictus cerebrale, senza restrizione alcuna dei criteri di accesso alla riabilitazione intensiva e ad alta specialità.

Obiettivo di A.L.I.Ce. Italia Onlus sarà quello di rappresentare le istanze dei pazienti dopo un ictus per garantire il loro pieno diritto di salute, cercando di impedire un possibile incremento della disabilità, il peggioramento della qualità della vita e la riduzione dell’autonomia, anche nell’interesse della collettività.

Indovina l’Ictus. Osserva, Riconosci, Intervieni

A come “anticoagulanti”, F come “fibrillazione atriale”, I come “ictus cerebrale”, M come “monitoraggio cardiaco”. Sono 33 le parole inserite nel Glossario creato per dare vita alla campagna di informazione online “Indovina l’Ictus. Osserva, Riconosci, Intervieni”, progetto realizzato da A.L.I.Ce. Italia Onlus, Associazione per la lotta all’ictus cerebrale, in collaborazione con Medtronic.

Nel Glossario, pubblicato sul sito www.indovinalictus.it, vengono presentati e spiegati in modo sintetico e divulgativo i termini principali legati alla patologia. Sul sito è inoltre presente un questionario interattivo che permette agli utenti di verificare e aumentare la propria conoscenza delle pratiche di prevenzione e cura dell’ictus. Attraverso 10 domande a risposta multipla, ognuna da compilare entro un minuto di tempo, si chiede all’utente come agirebbe nei confronti di una persona che manifesta alcuni dei sintomi tipici dell’ictus. Nel corso della compilazione, chiunque voglia cimentarsi potrà visualizzare le proprie risposte giuste e quelle sbagliate e, nel profilo finale, verrà invitato a consultare le voci del glossario in cui si è mostrato “meno preparato”, così da colmare le proprie lacune.

 

“È fondamentale diffondere la cultura della prevenzione sia primaria che secondaria e insistere sul ruolo chiave del fattore tempo – dichiara la Dottoressa Nicoletta Reale, Presidente di A.L.I.Ce. Italia Onlus. L’ictus cerebrale, definito come “l’epidemia del XXI secolo”, può essere evitato nell’80% dei casi attraverso il riconoscimento e il trattamento dei principali fattori di rischio quali fibrillazione atriale, ipertensione arteriosa, obesità, diabete, fumo, alimentazione non corretta, scarsa attività fisica. È nostro compito informare ed educare la popolazione, considerando non solo la dimensione epidemiologica di questa patologia, ma anche l’impatto socio-economico e le conseguenze in termini di mortalità e soprattutto di disabilità”.

 

L’ictus cerebrale è più diffuso di quanto si possa pensare: rappresenta, infatti, la prima causa di invalidità, la seconda di demenza e la terza causa di morte. In Italia, colpisce ogni anno circa 100.000 persone mentre quelle che hanno avuto un ictus e sono sopravvissute, con conseguenze più o meno invalidanti, sono oggi circa un milione: il fenomeno, però, registra una costante crescita, considerando che le cure sono migliorate, si vive più a lungo e che il nostro Paese è tra quelli con aspettativa di vita più elevata.

E tu sapresti cosa fare di fronte ad una persona che quando sorride ha la bocca storta, che non riesce ad esprimersi o che non riesce a capire quello che le viene detto? Sai che, in caso di sospetto ictus, va chiamato prima possibile il 112 per essere trasportati con urgenza in un Ospedale dotato di una Unità Neurovascolare (o Stroke Unit)? Lo sai che solo in questi Centri vengono somministrate le terapie adeguate e si fa riabilitazione precoce? Sai che maggiore è il tempo che trascorre tra l’insorgenza dei sintomi e il trattamento, maggiore è il rischio che l’ictus provochi danni cerebrali irreversibili e conseguente invalidità? Verifica anche tu quanto conosci l’ictus cerebrale sul sito www.indovinalictus.it, compila il questionario online e scopri se sei in grado di salvare una vita!

A questa e ad altre domande vuole dare una risposta A.L.I.Ce. Italia Onlus che ha fortemente voluto e sostenuto questo progetto proprio per offrire un servizio utile al Cittadino e per sottolineare, ancora una volta, quanto siano importanti il tema della prevenzione e del fattore tempo per evitare le conseguenze più gravi di un ictus cerebrale e contribuire a salvare molte vite.

 

In alta quota dopo un ictus? Sì, ma con regole precise

Tempo di freddo e neve: A.L.I.Ce. Italia Onlus (Associazione per la Lotta all’Ictus Cerebrale) raccomanda alcune regole per godere a pieno di una vacanza in alta quota. Se fino a 1500-2000 metri, perlomeno in estate e con il bel tempo, non si incontrano grandi rischi, sopra i 2000 – e in particolare in inverno – ci si può imbattere in pericoli oggettivi: carenza di ossigeno, freddo, vento, valanghe.

La riduzione della pressione atmosferica e, di conseguenza, della pressione dei gas presenti nell’aria che respiriamo, fa sì che salire in alta quota, soprattutto per soggetti con patologie acute o croniche, debba essere un’attività da svolgere sotto il controllo medico. A 2000 metri si ha una riduzione del 20% dell’ossigeno presente nell’aria, a 3000 ne manca già il 30%, a 4800 metri (l’altezza del Monte Bianco) ne manca circa la metà. Un organismo sano può mettere in campo tutti i meccanismi necessari ad un adattamento anche rapido, ma per soggetti con patologie acute o croniche la carenza di ossigeno può essere problematica. Questo è ancora più vero per chi ha sofferto di un ictus o un TIA, patologie che si caratterizzano per il ridotto apporto di ossigeno al tessuto cerebrale. La montagna quindi non diventa un tabù, mabisogna fare attenzione a regole precise.

A.L.I.Ce. Italia Onlus consiglia di non superare i 1500 metri di altitudine nei primi tre mesi successivi all’ictus e non di andare oltre i 2000 tra il quarto e il sesto mese. Trascorso questo periodo, le condizioni cliniche sono già stabili ed è possibile pianificare gite anche più complesse spingendosi al di là dei 2000 m, ma questo dipende molto da soggetto a soggetto.

E’ fondamentale, per prima cosa, sapere dunque quanto tempo è trascorso dall’evento ischemico. Così come è assolutamente necessaria la stabilità dei fattori di rischio cardiovascolari. In caso di ipertensione arteriosa i valori della pressione devono essere ben controllati già a bassa quota; così come dev’essere ben controllata la glicemia nei pazienti diabetici. I valori di colesterolo devono essere nei livelli di normalità e non bisogna fumare; è necessario, infine, assumere con scrupolo tutte le terapie prescritte dal neurologo.

Trascorsi sei mesi dall’ictus o dal TIA è necessario in ogni caso fare una visita di controllo, in cui si fa il punto della situazione, con valutazione del rischio per decidere come pianificare l’attività fisica in montagna.

“Tendenzialmente superare i 3500 metri rimane un discreto rischio – dichiara il Dottor Guido Giardini, Direttore SC di Neurologia e Stroke Unit e Responsabile del Centro di Medicina e Neurologia di Montagna dell’Ospedale Regionale “U. Parini” – USL della Valle d’Aosta.  Vanno evitate le giornate molto fredde e con forte vento, dal momento che le temperature rigide possono causare vasocostrizione. Tanto più se il paziente ha una concomitante patologia ischemica cardiaca. A causa dello scarso numero di dati scientifici riguardanti il rischio a quote superiori, i 4000 m restano un traguardo impegnativo, mentre le quote lievi e moderate non rappresentano un rischio. Bisogna evitare le giornate eccessivamente fredde, controllare bene i fattori di rischio, assumere le medicine prescritte, alimentarsi e idratarsi in modo corretto, avere sempre con sé tutti gli indumenti e le attrezzature necessarie”.

Non tutti i medici di famiglia o gli specialisti hanno seguito una formazione in medicina di montagna; è possibile che un neurologo non abbia risposte ai quesiti di un paziente appassionato di montagna. In questo caso, la persona interessata può rivolgersi ad un centro di medicina di montagna con esperienza anche nel campo delle malattie neurologiche, presso il quale effettuare non solo una visita specialistica, ma anche test specifici inerenti l’adattamento alle alte quote. Oltre all’esecuzione di esami strumentali volti allo studio del sistema nervoso con la valutazione di neurologi esperti in medicina di montagna (Ecodoppler carotideo e transcranico, Elettroencefalogramma, Polisonnografia, Elettromiografia, Potenziali evocati, TC o Risonanza Magnetica), in alcuni casi viene posta indicazione ad un test in ipossia o altitudine simulata. Nel corso di questo esame il paziente respira una concentrazione di ossigeno ridotta, come se si trovasse ad una quota elevata. Durante il test, che può avvenire sia a riposo che durante sforzo, vengono misurati tutti i parametri vitali cardiocircolatori e respiratori ed è possibile valutare la risposta all’alta quota. I dati ricavati dalla visita e dagli esami effettuati orientano poi verso i consigli personalizzati, che vengono forniti ad ogni singolo paziente.

“L’ictus è un evento improvviso, inatteso e traumatico – afferma la Dottoressa Nicoletta Reale, Presidente di A.L.I.Ce. Italia Onlus (Associazione per la Lotta all’Ictus Cerebrale). Ma oggi, grazie alle terapie disponibili, è possibile tornare, dopo un percorso di riabilitazione, a condurre una vita il più possibile normale, senza dover essere costretti ad abbandonare le proprie passioni e i propri interessi. La nostra Associazione da sempre affianca le persone colpite da ictus con l’obiettivo di creare una rete di contatto e condivisione con chi ha già vissuto la stessa esperienza, fornendo informazioni non solo sulla prevenzione primaria, ma anche sulle opportunità disponibili nelle complesse fasi del post ictus”.

Terza causa di morte, prima di invalidità e seconda di demenza, l’ictus cerebrale è una malattia grave e disabilitante che colpisce ogni anno nel mondo circa 15 milioni di persone e nel nostro Paese circa 150.000; quelle che sono sopravvissute, con esiti più o meno invalidanti, sono oggi almeno 800.000. Fondamentale per la prevenzione è la adeguata consapevolezza da parte dei cittadini dei fattori di rischio che da soli o, ancora di più, in combinazione tra di loro aumentano la possibilità di incorrere in un ictus: ipertensione arteriosa, obesità, diabete, fumo, sedentarietà ed alcune anomalie cardiache e vascolari. Le nuove terapie della fase acuta (trombolisi e trombectomia meccanica) possono evitare del tutto o migliorare spesso in modo sorprendente questi esiti, ma la loro applicazione rimane a tutt’oggi molto limitata per una serie di motivi. I principali sono rappresentati dalla scarsa consapevolezza dei sintomi da parte della popolazione, dal conseguente ritardo con cui chiama il 112 e quindi arriva negli ospedali idonei, dal il ritardo intra-ospedaliero e, infine, dalla mancanza di reti ospedaliere appropriatamente organizzate.

Un ‘Piano di Azione per l’Ictus’

Prevenzione primaria, organizzazione dei servizi dell’ictus, gestione dell’ictus acuto, prevenzione secondaria con follow up organizzato, riabilitazione, valutazione degli esiti e della qualità dei servizi, la vita dopo l’ictus: questi i 7 campi che sono stati individuati dall’European Stroke Organization (ESO) e che sono stati inseriti nel Piano di Azione per l’Ictus in Europa 2018-2030.

La Conferenza dell’ESO, presieduta dalla Professoressa Valeria Caso, neurologa presso la Stroke Unit dell’Ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia e Presidente uscente della Società Scientifica Europea ha visto la partecipazione di oltre 4.500 tra medici ed infermieri provenienti da più di 85 Paesi di tutti i continenti.

Obiettivi ambiziosi del Piano di Azione, comuni a tutti i campi individuati, sono lariduzione del numero assoluto degli ictus in Europa di ben il 10%, iltrattamento di almeno il 90% dei pazienti colpiti da ictus in Europa in una Unità Neurovascolare (Stroke Unit) come primo livello di cura, la creazione di piani nazionali specifici che comprendano tutto il percorso che va dalla prevenzione primaria fino alla vita dopo l’ictus e, infine, l’implementazione di strategie nazionali chepromuovano e facilitino uno stile di vita sano e, nello stesso tempo, riducano i fattori ambientali, socio-economici ed educativi che aumentano il rischio di incorrere nella patologia.

7 i campi d’azione su cui lavorare al piano di implementazione che include uno studio epidemiologico dell’impatto dell’ictus in Europa e prevede, oltre al coinvolgimento delle società scientifiche, anche quello delle associazioni dei pazienti presenti in ciascuna delle nazioni che fanno parte della Stroke Alliance for EuropeSAFE, con attivazione di registri di qualità ed inclusione degli organi governativi:

1.    Prevenzione primaria

2.    Organizzazione dei servizi dell’ictus

3.    Gestione dell’ictus acuto

4.    Prevenzione secondaria e follow-up organizzato

5.    Riabilitazione

6.    Valutazione degli esiti e della qualità dei servizi

7.    La vita dopo l’ictus.

C’è inoltre da osservare che il peso economico e sociale complessivo dell’ictus cerebrale aumenterà drammaticamente nei prossimi 20 anni a causa dell’invecchiamento della popolazione. Gli organi decisionali in Europa dovranno quindi individuare il modo migliore per combatterlo e rendere più facile la vita per coloro che sopravvivono e per le loro famiglie.

I dati raccolti nello studio Burden of Stroke – Impatto dell’Ictus in Europa (pubblicato nell’ottobre del 2017, con traduzione in lingua italiana a cura dell’associazione) indicano che entro il 2035 si verificherà complessivamente un aumento pari al 34% del numero totale degli eventi cerebrovascolari acuti nell’Unione Europea, passando dai 613.148 casi verificatisi nel 2015 agli 819.771 previsti nel 2035.Aumenterà anche il numero delle persone che dovrà convivere con le conseguenze di una patologia che diventa cronica: si passerà dai 3.718.785 del 2015 ai ben 4.631.050 previsti per il 2035, con un incremento del 25% pari circa a 1 milione di persone in Europa.

Il costo totale dell’ictus in Europa è stimato nel 2015 in 45 bilioni di euro ed è destinato ad aumentare, includendo sia i costi derivanti dall’assistenza sanitaria sia quelli indiretti a carico delle famiglie e delle società intera. È dunque fondamentale che nella pianificazione di queste strategie comuni contro l’ictus in Europa siano coinvolti, oltre ad i rappresentanti di tutte le professioni che seguono il percorso di cura dei pazienti, anche i caregiver, le persone che sono state colpite da ictus e le associazioni di volontariato di ciascun paese.

L’ictus cerebrale è una patologia grave e disabilitante che, nel nostro Paese, rappresenta la terza causa di morte, dopo le malattie cardiovascolari e le neoplasie.Circa 150.000 italiani ne vengono colpiti ogni anno e la metà dei superstiti rimane con problemi di disabilità anche grave. In Italia, le persone sopravvissute, con esiti più o meno invalidanti, sono oggi circa 800.000, ma il fenomeno è in crescitasia perché si registra un invecchiamento progressivo della popolazione sia perché tra i giovani è in aumento l’abuso di alcool e droghe.