Addio all’inventore dell’Ibuprofene

È stata annunciata la morte dello scienziato Stewart Adams, famoso per la sua importante collaborazione nella creazione dell’Ibuprofene.

Adams è morto a Nottingham, nel Regno Unito, e aveva 95 anni.

Lo scienziato e dottore in farmacia aveva lavorato per 10 anni nello sviluppo dell’analgesico, in grado di combattere il dolore con pochi effetti collaterali.

L’Ibuprofene fu messo in vendita nel Regno Unito nel 1969 e quattro anni dopo arrivò negli Stati Uniti, attualmente è nella lista dei farmaci essenziali dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO) insieme al paracetamolo e all’aspirina, tra gli antinfiammatori non-oppiacei e non steroidei.

Nel 2015, Adams aveva raccontato alla Bbc di aver sperimentato l’ibuprofene su se stesso, per curare gli effetti di una sbornia e per poter poi parlare in modo decente a un convegno.

Fertilità maschile dimezzata: l’inquinamento è la prima causa

Fertilità maschile dimezzata: l’inquinamento prima causa per gli uomini (-60%).  A rischio chef e operai, attenzione a farmaci e a fertilizzanti

La dieta mediterranea associata alle tecniche di concepimento assistito, può aumentare la probabilità di  ottenere una gravidanza”, dichiara Luca Gianaroli, Presidente SISMeR, Bologna

GLI ULTIMI DATI – Le cause di infertilità non sono legate solo afattori genetici o all’età, ma hanno grande rilevanza anche quelle di natura esterna: parliamo di alimentazione e inquinamento, di alcol e fumo. Ma i rischi sono molto alti anche a causa di particolari posizioni geografiche e di stili di vita e mestieri o attività esercitate.

Basti pensare che il numero degli spermatozoi presenti nel liquido seminale, negli ultimi 30 anni, si è dimezzato: questo pericoloso trend, destinato a peggiorare ulteriormente, è, nel 60% dei casi, causato dall’esposizione ad agenti inquinanti. Gli uomini vengono colpiti soprattutto delle polveri sottili, le cosiddette pm10. Le donne invece sono maggiormente soggette ad un abuso o ad un uso poco attento di alcuni farmaci, come l’ibuprofene, un noto antinfiammatorio. Ma ci sono anche elementi di tossicità, che interessano entrambi i sessi: ad esempio negli alimenti o nelle bevande possono essere presenti sostanze altrettanto dannose, apartire dalla stessa plastica che quotidianamente viene usata nel confezionamento.

L’APPUNTAMENTO – Molti di questi temi saranno trattati venerdì 23 e sabato 24 febbraio, presso la Leopolda a Firenze, in occasione del 1° Congresso Nazionale sulla Procreazione Medicalmente Assistita, organizzato dal Prof. Luca Mencaglia, Medico Specialista in Ginecologia e Ostetricia e Direttore Unità Operativa Complessa Centro PMA USL sud-est Toscana e Presidente della Fondazione PMA.Italia.  Tra i focus in programma, le regole italiane ed europee per la donazione di gameti e la diagnosi genetica preimpianto

INQUINAMENTO E TEMPERATURE – Anche l’inquinamento gioca un ruolo fondamentale in termini di fertilità. La plastica delle bottiglie di acqua minerale, ad esempio, se lasciata al sole nei magazzini, rilascia sostanze che sono a base di estrogeni sintetici, minacciando quindi la fertilità maschile. Ci sono poi altri fattori già conosciuti, come fumo e alcol. 

Alcuni ambienti particolarmente sottoposti a inquinanti, come l’area di Pescia, dove sono presenti strutture che fanno uso di concimi e fertilizzanti, possono mettere a rischio la fertilità maschile – spiega il Prof. Luca Mencaglia, Medico Specialista in Ginecologia e Ostetricia e Direttore Unità Operativa Complessa Centro PMA USL sud-est Toscana – Qui è stato riscontrato che gli uomini hanno seri problemi legati alla fertilità”. 

Anche la geografia può condizionare la fertilità – aggiunge il Dr. Luca Gianaroli, Direttore Scientifico di S.I.S.Me.R. –  Società Italiana Studi di Medicina della Riproduzione, con sede principale a Bologna – e non solo da un punto di vista di inquinamento. Ad esempio l’alta temperatura influisce negativamente, soprattutto nell’uomo, come accade nei Paesi Arabi. Per quanto riguarda l’Italia, invece, non ci sono aree geografiche più a rischio, ma emergono attività, stili di vita e professioni maggiormente interessati da queste problematiche. Tra i lavoratori più esposti ci sono per esempio i cuochi, spesso a contatto con fonti di calore, ma anche tutti quegli operai che lavorano presso le fonderie o quelli esposti a radiazioni”.

ALIMENTAZIONE E DIETA MEDITERRANEA – Occorre prestare attenzione all’alimentazione: una dieta sana può comportare un miglioramento in termini di fertilità, soprattutto nell’uomo. Anche nella donna la dieta ha un ruolo importante, ma non così rilevante rispetto all’età e ad alcune malattie. Occorre sottolineare che, nonostante quello che si legge spesso sul web, non ci sono alimenti “miracolosi” che stimolano la fertilità. Tuttavia, un’attenzione nei confronti del mangiar bene può comunque influenzarla positivamente.

La famosa dieta mediterranea è sempre il regime alimentare migliore, se seguito in maniera equilibrata e bilanciata – spiega Luca Gianaroli – Secondo un recente studio le donne sottoposte a tecniche di concepimento assistito che seguono questa dieta, hanno maggiori possibilità di avere una gravidanza.. Ci sono alimenti che, in via indiretta, possono migliorare le performance della fertilità: dalle verdure ai broccoli, tutto ciò che è antiossidante permette migliori risultati in questo senso”.

L’ibuprofene può compromettere la salute dei testicoli

Un nuovo studio condotto da alcuni specialisti di diverse istituzioni mediche europee ha dimostrato che l‘uso ripetuto dell’ibuprofene potrebbe causare una ridotta fertilità nei giovani uomini il cui corpo deve lavorare più intensamente per mantenere i livelli di testosterone.

L’ibuprofene è una medicina ampiamente usata per lenire il dolore e l’infiammazione oltre ad essere indicata per abbassare la febbre

I risultati del nuovo studio, pubblicati sulla rivista Proceedings , hanno indicato che questo farmaco, quando viene consumato nelle dosi comunemente usate dagli atleti ad alte prestazioni, dà luogo a una condizione ormonale nota come ipogonadismo compensato che si traduce in una ridotta fertilità.

I ricercatori per giungere alle loro conclusioni hanno esaminato il consumo di ibuprofene e l’equilibrio ormonale in alcuni partecipanti di sesso maschile, che avevano tra i 18 e i 35 anni.

I risultati del lavoro hanno indicato che l’uso ripetuto di questo farmaco influisce sulla funzione testicolare, quindi il corpo deve lavorare più intensamente per mantenere i livelli di testosterone del corpo.

Sebbene gli effetti osservati possano essere reversibili, gli esperti affermano che la ricerca sull’uso del prodotto non dovrebbe essere ignorata, poiché a lungo termine potrebbero essere più gravi del previsto.

Si sapeva già che l’ibuprofene può provocare problemi gastrointestinali e cardiovascolari.

 

Più infarti con l’uso degli anti-infiammatori non steroidei

Un nuovo studio, recentemente pubblicato dall’European Heart Journal ha sottolineato che i farmaci utilizzati per combattere il dolore e l’infiammazione possono compromettere la salute del cuore.

La ricerca ha trovato che l’uso di anti-infiammatori non steroidei (FANS), come il diclofenac (Voltaren) e l’ibuprofene è associato con un rischio aumentato di avere un attacco di cuore.

Non è la prima volta che questa categoria di farmaci è collegata al verificarsi di eventi cardiaci gravi. Lo scorso settembre, un altro sondaggio aveva associato i FANS a un aumentato rischio di insufficienza cardiaca.

Per il nuovo studio, i ricercatori hanno analizzato gli attacchi di cuore, in un periodo di nove anni, tra il 2001 e il 2010, registrati in Danimarca.

In  totale su 29000 persone che avevano avuto un arresto cardiaco, 3000 avevano usato un anti-infiammatorio non steroideo fino a 30 giorni prima dell’attacco.

L’indagine ha mostrato che i più consumati prima dell’evento erano stati l’ibuprofene (51%) e il diclofenac (21%).

Lo studio ha sottolineato che l’aumento del rischio di arresto cardiaco con l’uso dell’ibuprofene era stato di oltre il 30%, mentre l’uso del diclofenac del 50%.

A rischio l’udito con il paracetamolo o l’ibuprofene

Le donne che prendono il paracetamolo o l’ibuprofene, anche solo due volte a settimana, potrebbero danneggiare definitivamente il loro udito, secondo uno studio americano il quale ha trovato un’associazione fra l’uso a lungo termine di questi antidolorifici e la perdita dell’udito.

Precedenti studi avevano collegato l’aspirina, il paracetamolo e altri tipi di farmaci antinfiammatori non steroidei, come l’ibuprofene, con la perdita dell’udito. Ma l’aspirina non è stata collegata alla perdita dell’udito in questo studio. I ricercatori ritengono che questo potrebbe essere perché le persone tendono a utilizzare basse dosi di aspirina al giorno d’oggi.

Il legame tra paracetamolo e perdita dell’udito è stato trovato solo quando le donne avevano preso l’antidolorifico per sei anni o più. E le donne che avevano utilizzato il medicinale due volte a settimana per un anno o più avevano avuto un più alto rischio di perdita dell’udito rispetto a chi non aveva usato questo farmaco regolarmente.

È importante, dice lo studio, prendere antidolorifici solo quando è necessario o se consigliati dal medico, tenendo presente che non si deve superare la dose raccomandata.

Lo studio è stato effettuato dai ricercatori del Massachusetts Eye and Ear Infirmary, dell’Harvard Medical School, dell’Harvard TH Chan School of Public Health, del Vanderbilt University, and Brigham and Women’s Hospital, tutti negli Stati Uniti.

I risultati della ricerca sono stati descritti sull’American Journal of Epidemiology.

Per giungere alle loro conclusioni, i ricercatori hanno preso i dati di 55.850 donne coinvolte in uno studio iniziato nel 1976. Alle donne, di 44-69 all’inizio dello studio, è stato chiesto l’uso dell’antidolorifico ogni due anni.

Nel 2012, alle donne sono stati controllati eventuali problemi di udito e, in caso affermativo, è stato annotato il tempo dell’insorgenza dei problemi.

Delle 55.850 donne dello studio, 18.663 (il 33%) aveva registrato un certo livello di perdita dell’udito.

L’uso regolare di paracetamolo per sei anni è risultato legato a una maggiore probabilità del 9% di perdita dell’udito rispetto all’uso regolare del farmaco per meno di un anno.

Maggior rischio di sanguinamento con antidepressivi e antidolorifici insieme

L’assunzione di farmaci per la depressione associata con i comuni antidolorifici può incrementare il rischio di sanguinamento nel cervello, secondo la britannica BMJ.

L’analisi dei dati relativi a 4 milioni persone ha mostrato che coloro che stavano prendendo entrambe le medicine avevano avuto più probabilità del 60% di sviluppare un sanguinamento, rispetto a coloro che stavano prendendo gli antidepressivi da soli.

Coloro che sono più a rischio in questa interazione sono gli uomini.

Il nuovo studio preparato dagli scienziati dell’Università di Seul in Corea, si è sviluppato su un periodo di cinque anni.

E’ emerso che troppi antidolorifici, come l’acido acetilsalicilico, l’ibuprofene, il diclofenac, l’indometacina, il naprossene, il nimesulide, l’acido mefenamico e molti altri, assunti insieme agli antidepressivi, come gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI) o altri, sono associati a un rischio aumentato di sanguinamento del cervello.

Il nuovo studio si è focalizzato sui primi 30 giorni di assunzione di entrambe le medicine dall’inizio del trattamento, ora gli esperti vogliono studiare i risultati a lungo termine di questa combinazione per vedere se l’aumento del rischio è limitato all’inizio della terapia o persiste nel tempo.