Conflitti: il virus dell’indifferenza sta distruggendo intere generazioni

Conflitti: Save the Children, il virus dell’indifferenza tra i leader sta distruggendo intere generazioni. Dal 2010 le gravi violazioni contro i bambini sono cresciute del 170%. Sono 415 milioni – uno su cinque – i bambini che vivono in zone di guerra Leggi tutto “Conflitti: il virus dell’indifferenza sta distruggendo intere generazioni”

Violenza nei Testi Sacri, Le Religioni tra Guerra e Pace

L’Associazione Internazionale Reset-Dialogues on Civilizations in partnership con la Fondazione Bruno Kessler e il Berkley Center for Religion, Peace, and World Affairs organizza a Trento dal 10 al 12 ottobre il convegno “Exiting Violence: the Role of Religion. From Texts to Theories” per indagare il legame che esiste tra religione e violenza e interrogarsi sul ruolo che i testi sacri giocano nelle diverse tradizioni religiose in rapporto alla violenza e al conflitto, non soltanto in ambito teologico, ma anche in relazione al contesto politico nazionale ed internazionale, alla sfera pubblica, alle sfide poste dal pluralismo culturale e religioso, prendendo in particolare considerazione le tre grandi religioni monoteiste, il buddismo e l’induismo.
Come la comunità dei credenti legittima la violenza “nel nome di Dio”? Qual è il ruolo della religione nei conflitti violenti, in ambito nazionale e nell’arena politica internazionale? In che modo l’interpretazione dei testi sacri contribuisce a definire contesti politici inclini alla tolleranza e al pluralismo o, al contrario, al radicalismo e alla violenza?
Se alcune scuole di pensiero considerano il testo come dato letterale, alimentando un’interpretazione rigorista ed esclusivista della religione, altre teorie ritengono che le religioni non siano variabili indipendenti e decontestualizzate, ma un fattore legato alla sfera sociologica, politica, storica, economica ed etica, inserite in contesto culturale che risulta essenziale per la loro comprensione.
Il convegno, aperto a tutti, previa registrazione al sito dell’evento, coinvolgerà esperti e studiosi internazionali, tra cui teologi, filosofi, antropologi e scienziati politici, e sarà l’occasione per discutere e rispondere a questi interrogativi.
Parteciperanno: Pasquale Annicchino, Judd Birdsall, Giancarlo Bosetti, Massimo Campanini, Donatella Dolcini, Manlio Graziano Irene Jillson Louis Komjathy, Jude Lal Fernando, Leo Lefebure, Gloria Moran, Gerard Mannion, Luigi Narbone, Ian Reader, Naftali Rothenberg, Vincent Sekhar, Assaf Sharon, Debora Tonelli, Marco Ventura, André Wénin e altri.
Il programma completo è consultabile sul sito: http://exitingviolence.fbk.eu/home

Siria: 1 bambino su 4 soffre ha problemi di salute mentale

Siria: Save the Children, 1 bambino su 4 soffre conseguenze devastanti del conflitto sulla salute mentale. Tre milioni di bambini sono nati e cresciuti in guerra e 5,8 milioni hanno bisogno di aiuto. Molti fanno uso di alcool e droghe e commettono atti di autolesionismo. In aumento i casi di suicidio tra i più giovani. In sei anni sono oltre 470mila le vittime della guerra

A sei anni dall’inizio del conflitto in Siria, sono 5,8 milioni i bambini che vivono ancora sotto i bombardamenti e hanno bisogno di aiuti e un bambino su quattro rischia conseguenze devastanti sulla salute mentale. Sono almeno 3 milioni i bambini che hanno oggi sei anni e non hanno mai conosciuto altro che la guerra: si stima che siano oltre 470.000 le vittime dall’inizio del conflitto. L’85% della popolazione siriana vive in condizioni di povertà e 4,6 milioni di persone vivono in aree assediate o difficilmente raggiungibili. Sono 6,3 milioni gli sfollati all’interno della Siria e 4,9 milioni – tra cui 2,3 milioni di bambini – sono rifugiati e hanno dovuto lasciare il Paese.

Questa la fotografia della Siria a pochi giorni dal sesto anniversario dall’inizio del conflitto nelle pagine del nuovo rapporto “Ferite invisibili”, presentato oggi da Save the Children, l’Organizzazione internazionale indipendente dedicata dal 1919 a salvare i bambini in pericolo e tutelarne i diritti, che per la prima volta indaga – attraverso interviste e testimonianze raccolte tra adulti e minori all’interno del Paese – l’impatto psicologico sui bambini coinvolti nel conflitto siriano, facendone emergere un quadro angosciante.

Due bambini su tre dicono di aver perso qualcuno che amavano, la loro casa è stata bombardata o sono rimasti feriti a causa del conflitto. Il 50% degli adulti denuncia che gli adolescenti ormai fanno uso di droghe per affrontare lo stress, le violenze domestiche sono aumentate e il 59% degli intervistati conosce bambini e ragazzi reclutati nei gruppi armati, alcuni anche sotto i 7 anni. Secondo l’81% degli adulti intervistati, i bambini sono diventati più aggressivi, sia nei confronti dei genitori e dei familiari che degli amici. Sono tantissimi i bambini che soffrono di minzione involontaria e di frequente enuresi notturna (lo riferisce il 71% degli adulti) e quelli che la notte non riescono a dormire per gli incubi, la paura del buio, dei bombardamenti, della perdita della famiglia. La metà degli adulti intervistati denuncia che i bambini che non riescono più a parlare e sono molti anche quelli che commettono atti di autolesionismo, che sfociano spesso in tentativi di suicidio.

“Questa ricerca dimostra che le conseguenze del conflitto sui bambini siriani sono devastanti. Bambini che sognano di morire per poter andare in Paradiso e avere così un posto dove poter mangiare e stare al caldo o che sperano di essere colpiti dai cecchini per arrivare in ospedale e magari poter scappare dalle città assediate. Genitori che preferiscono dare in spose le proprie figlie ancora bambine perché non possono occuparsi di loro, generandone la disperazione che in alcuni casi le porta addirittura al suicidio. Bambini lasciati orfani della guerra che pur di avere qualcosa da mangiare si uniscono ai gruppi armati” denuncia Valerio Neri, Direttore Generale di Save the Children Italia. “Non possiamo rimanere a guardare mentre si consuma questa tragedia sulla pelle dei bambini. Devono immediatamente smettere i bombardamenti sui civili e gli aiuti devono raggiungere le popolazioni con particolare attenzione al sostegno psicologico per i più piccoli e vulnerabili”.

La paura delle bombe

Una delle più grandi paure dei bambini che vivono ancora in Siria è proprio quella delle bombe: basta il rumore di un aereo che passa o delle grida per generare terrore nei bambini, anche una porta sbattuta dal vento può provocare reazioni di panico.

“Odio gli aerei, perché hanno ucciso mio padre”, dice continuamente Marwan, un bambino di circa 6 anni di Aleppo che non è più capace di parlare ma sa soltanto gridare.

Sono 3,7 milioni i bambini che sono nati durante il conflitto e quelli che hanno meno di 12 hanno passato già la metà della loro vita in una condizione di continuo imminente pericolo.Molti di loro soffrono di incubi notturni e hanno difficoltà ad addormentarsi per il terrore di non svegliarsi più. La mancanza di sonno e di riposo è estremamente pericolosa per la salute fisica e mentale dei bambini e può portare a gravi conseguenze di natura psichiatrica nonché a malattie a volte mortali.

Sono tantissimi i bambini che smettono di parlare, che soffrono di tremendi mal di testa, difficoltà a respirare e paralisi temporanee degli arti. E tanti i bambini e gli adolescenti che per combattere la paura si rifugiano nelle droghe, nell’alcool o compiono atti di autolesionismo.

In soli due mesi nella città assediata di Madaya, lo staff medico ha segnalato a Save the Children almeno 6 casi di bambini che hanno tentato il suicidio, il più giovane aveva 12 anni.

Una delle principali paure dei bambini è quella di essere strappati alle famiglie e ai loro cari con violenza. Due bambini su tre dicono di aver perso uno dei loro cari. Molti hanno visto uccidere i propri genitori, familiari, amici o li hanno persi perché sono spariti o sono stati arrestati.

Nel febbraio 2017 erano ancora 650.000 le persone all’interno delle 13 aree assediate, tra cui molti bambini rimasti soli. È qui che i bambini vivono il dramma dell’assedio, della mancanza di aiuti, medicine, carburante per scaldarsi e quello della fame.

La fine dell’infanzia, tra piccoli soldati e spose bambine

Bambini che non hanno più punti di riferimento, che hanno perso i propri cari, che non possono andare a scuola e che devono trovare il modo per sopravvivere diventando improvvisamente adulti per sfuggire alla povertà. Tantissimi vanno a lavorare nei mercati, come ambulanti per la strada, per aiutare i familiari che spesso sono rimasti feriti dalle bombe e non possono più procurarsi una fonte di reddito. In violazione delle leggi internazionali sui diritti umani, molti bambini – in particolare i maschi – vengono reclutati da gruppi armati per cucinare e pulire per i soldati nei checkpoint, prima di intraprendere loro stessi la carriera militare.

“La guerra è un business e spesso i gruppi armati sono gli unici che hanno il denaro per pagare”, spiega un ragazzino. I salari sono abbastanza alti e i bambini possono avere pasti e cibo supplementare. Più della metà degli adulti intervistati ha dichiarato di conoscere bambini che utilizzano pistole e molte sono le testimonianze di bambini anche sotto i sette anni reclutati per combattere.

Questi bambini sono i più vulnerabili dal punto di vista delle conseguenze psicologiche e con loro anche le bambine, spesso costrette a matrimoni precoci, un fenomeno ormai in crescita in molte aree del paese. I genitori, non potendo curarsi di queste bambine, le obbligano a sposarsi con uomini di famiglie più ricche che si possano occupare di loro, pensando di tenerle così lontane anche dal rischio di abusi e violenze sessuali. Alcune tentano il suicidio pur di evitare di finire in spose a uomini che non vogliono. “Nelle nostre strutture abbiamo ricevuto molte giovani ragazze che avevano tentato il suicidio a causa della pressione delle famiglie a sposarsi, perché non volevano farlo o non volevano il partner che era stato scelto per loro. Sono tantissimi anche i casi di abusi sessuali e stupri su ragazze giovanissime”, spiega una psicologa che opera nel sud della Siria.

La perdita del “senso di futuro”

La mancanza di educazione è una delle più grandi paure dei bambini e l’impossibilità di andare a scuola crea loro grandi problemi oltre che nell’apprendimento, anche nella socializzazione: dall’inizio del conflitto sono più di 4.000 le scuole che sono state attaccate, circa due al giorno. Una scuola su tre è danneggiata da bombe o è stata trasformata in rifugio per sfollati e circa 150.000 tra insegnanti e personale educativo, hanno lasciato il Paese. Le scuole che rimangono in piedi continuano ad essere obiettivi di attacchi indiscriminati e la maggior parte dei bambini e degli adolescenti non può frequentarle. Il 50% dei bambini che frequentano ancora la scuola dicono di avere paura ad andarci perché non si sentono al sicuro e la maggior parte dice di aver perso “il senso del futuro” senza la possibilità di studiare.

“Ci sono bambini come mio fratello che hanno dimenticato tutto quello che avevano imparato a scuola. Lui non sa più fare neanche due più due. Tanti non sanno riconoscere più neanche le lettere dell’alfabeto. Non vado più a scuola da due anni e ho paura del mio futuro. Gli anni passano e io non so cosa farò senza un’istruzione”, racconta Zainab, 11 anni, da un campo di sfollati interno alla Siria.

La mancanza di aiuto e di supporto psicologico

Anche prima dell’inizio della guerra, in Siria non c’erano molti psicologi infantili e solo due ospedali pubblici psichiatrici per 21 milioni di persone. Lo stigma sociale radicato nella cultura del paese nei confronti dei problemi di natura mentale, è un’altra barriera molto forte che ha impedito lo sviluppo di questo ambito di supporto medico per i bambini. La guerra ha esacerbato questo gap, in un momento in cui è invece cresciuta la necessità di intervento. Solo il 20% delle strutture sanitarie attualmente funzionanti offrono servizi di salute mentale di base e la richiesta di posti eccede quelli disponibili. Dopo il conflitto restano pochi specialisti in questa materia e anche loro sono sopraffatti e necessitano di supporto, per aver vissuto eventi traumatici. La mancanza di fondi dedicati a questo tipo di attività è inoltre uno dei problemi fondamentali per consentire agli interventi di supporto psicologico ancora in essere, di non doversi interrompere.

La condizione psicologica dei bambini rifugiati.

Sono 2,3 milioni i bambini che hanno abbandonato il paese in cerca di sicurezza e aiuto, fuggendo per la maggior parte nei paesi limitrofi, Turchia, Giordania, Libano e Iraq. Questi bambini hanno subito forti traumi e la maggior parte di loro sono stati testimoni di violenze estreme che li hanno costretti a fuggire. La prima causa di stress è rappresentata dalle difficilissime condizioni economiche in cui si trovano le famiglie sfollate: molti adulti non riesco a fare lavori legali in conseguenza del loro status di rifugiati, che impedisce loro anche di accedere a scuole e strutture sanitarie e li fa vivere in una sorta di limbo. Uno studio condotto tra i rifugiati in Turchia, ad esempio, mostra come il 45% dei bambini sfollati in questo paese soffrano di disturbi traumatici da stress (un dato dieci volte più alto rispetto alla media mondiale) e il 44% di loro soffre di depressione.

I bambini rifugiati sono al sicuro da bombardamenti e combattimenti, per cui vivono una condizione difficile ma che può essere alleviata grazie ad un intervento di supporto psicosociale che con il tempo è in grado di ricondurre i bambini ad una condizione di infanzia più serena. Una delle paure più grandi, anche per loro, resta quella dei bombardamenti – spiegano gli operatori psicosociali che li supportano nei campi di sfollati – ma man mano che passa il tempo i bambini riescono a convincersi di essere al sicuro e ricominciano a dormire la notte e a non svegliarsi più ogni volta che sentono un rumore, con la paura di morire. Per i bambini che vivono ancora in Siria, invece, la paura non va mai via.

“La continua esposizione ad eventi traumatici e a esperienze negative ha portato la maggior parte dei bambini siriani a vivere una condizione di stress tossico, con conseguenze sul loro stato di salute mentale e fisica, che può interrompere il loro sviluppo. Nonostante la condizione psicologica di questi bambini sia drammatica, sono comunque estremamente resilienti. Non sono ancora desensibilizzati alla violenza e provano ancora emozioni importanti. Non siamo al punto di non ritorno e per questo è fondamentale intervenire subito e restituire loro quella speranza di futuro di cui hanno bisogno. La comunità internazionale deve muoversi subito per mettere fine al conflitto e per supportare questi bambini anche dal punto di vista psicologico, perché è in gioco non solo il presente ma il futuro di un paese e della generazione che sarà chiamata a ricostruirlo”, conclude Valerio Neri.

 

Giornata Internazionale dell’Orgasmo: il mistero è donna

Fare l’amore e non la guerra, si potrebbe dire, rispolverando uno slogan tanto di moda decenni fa. Il 21 dicembre è stata la Giornata Internazionale dell’Orgasmo. L’associazione Global Orgasm for Peace ha invitato milioni di persone a fare l’amore.

Lanciata, nel 2006, la Giornata Internazionale dell’Orgasmo, auspica che un orgasmo globale di milioni di persone, che fanno l’amore nello stesso tempo, possa modificare il campo di energia della terra e di conseguenza ridurre il livello di aggressività e di violenza.

Secondo il Global Orgasm, ogni giorno sulla terra ci sono quasi 2,5 miliardi di orgasmi, che corrispondono a quasi 100 milioni orgasmi ogni ora o a 1,5 milioni di orgasmi al minuto. I greci avrebbero la maggior parte dei rapporti sessuali all’anno, seguiti dai brasiliani. All’ultimo posto di questa classifica ci sarebbero i giapponesi.

Per questa giornata dedicata all’orgasmo, è stato scelto il 21 dicembre, perché questo giorno è anche il giorno del solstizio d’inverno con la notte più lunga dell’anno.

Dal punto di vista linguistico, il termine orgasmo viene dal greco “orga” e significa semplicemente “essere pieno di ardore”. Dal punto di vista fisico, l’orgasmo si verifica improvvisamente dopo un periodo di intensa eccitazione causata dall’attività sessuale, dalla stimolazione sensoriale e non solo. A livello fisiologico, l’orgasmo provoca contrazioni vaginali, nelle donne, e l’eiaculazione nei maschi. A livello biologico, l’orgasmo permette al cervello di secernere la dopamina e le endorfine, gli ormoni del piacere.

Quest’anno, l’appuntamento è stato anche un momento per riflettere sui misteri dell’orgasmo femminile e sulle sue difficoltà.

Sull’anorgasmia, ad esempio, ossia sulla mancanza di orgasmo nelle donne. Secondo un sondaggio condotto nel 2006, quasi tutte le donne che hanno mancanza di orgasmo, durante il rapporto sessuale, non hanno alcuna difficoltà a sperimentarlo, praticando la masturbazione.

Un’inchiesta svolta nel 2014 ha trovato che un terzo delle donne non ha provato piacere durante l’ultimo rapporto sessuale, rispetto ai quasi 9 su 10 uomini. E il 7% delle donne ha ammesso di non aver mai raggiunto un orgasmo nella vita.

Un protocollo per punire gli stupri nelle zone di guerra

Si è concluso il summit di quattro giorni, aperto a Londra dall’attrice Angelina Jolie e dal ministro britannico degli esteri, William Hague, in cui si sono confrontati i rappresentanti di oltre 100 paesi, intorno allo stupro nelle zone di guerra.

Il capo della diplomazia britannica William Hague ha presentato mercoledì a Londra un protocollo internazionale per porre “fine all’impunità” della violenza sessuale.

Nel documento di 146 pagine, presentato mercoledì, disponibile sul sito Web del Ministero degli esteri, che sarà tradotto in diverse lingue e distribuito in tutto il mondo, sono stati stabiliti dei criteri internazionali per qualificare la violenza sessuale come un crimine, mirando inoltre ad armonizzare il modo di indagare e di raccogliere informazioni sul territorio.

Presentato nel secondo giorno di una conferenza “senza precedenti” sulla violenza sessuale durante i conflitti, il documento specifica le modalità per proteggere le vittime e i testimoni.

William Hague ha detto che questo protocollo, il primo del suo genere, è “un documento estremamente importante” e ha “un ruolo chiave per rompere la cultura dell’impunità”.

Angelina Jolie, ambasciatrice di buona volontà per l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, ha detto mercoledì che le vittime di stupro nella zone di guerra, che ha incontrato in tutto il mondo, tutte hanno chiesto ‘giustizia’.

“Il numero di condanne per stupro nelle zona di guerra è ridicolo”, ha deplorato l’attrice, qualificando gli stupri come dei “crimini contro l’umanità”.

Giovedì Hague ha presieduto un incontro ministeriale sulla sicurezza nel nord della Nigeria, dove gli islamisti di Boko Haram hanno sequestrato, lo scorso aprile, oltre 200 studentesse, che sono ancora nelle loro mani.

Venerdì c’è stato un videomessaggio del segretario generale dell’Onu, Ban Ki Moon, e l’intervento di chiusura del segretario di Stato Usa, John Kerry.

Per Kerry lo stupro come strumento di guerra è inaccettabile.

Il segretario di Stato Usa, ha detto che Bosnia, Congo, Ruanda e Siria sono i luoghi in cui la violenza sessuale è stata usata sistematicamente per terrorizzare, controllare o guidare la popolazione.

Secondo il ministro britannico William Hague, “fino a 50.000 donne” sono state vittime di violenza sessuale durante la guerra in Bosnia.

Apple non utilizza i minerali dei fornitori che finanziano i conflitti armati

Il gruppo elettronico americano Apple vuole che i minerali utilizzati nella fabbricazione dei suoi dispositivi non siano utilizzati per finanziare i conflitti armati, in particolare nella Repubblica democratica del Congo.

“Nel gennaio 2014, abbiamo avuto la conferma che tutte le attività e i siti di produzione del tantalio della nostra catena di fornitura non sono legati ai conflitti conto terzi”, ha annunciato il gruppo in un rapporto pubblicato giovedì.

“Stiamo facendo pressione sui fornitori di latta, tungsteno e oro che devono verificare le fonti”, ha spiegato.

Il gruppo ha anche pubblicato l’elenco dei suoi fornitori, specificando l’origine dei metalli che sono utilizzati nella fabbricazione di iPhone e iPad.