Sentirsi giovani fa bene al cervello

Se ti senti più giovane di quanto tu sia veramente, è un buon segno. Secondo uno studio recente pubblicato sulla rivista specializzata “Frontiers in Ageing Neuroscience”, le persone che si percepiscono come più giovani hanno più materia grigia in alcune aree critiche del cervello.

La materia grigia ha numerose funzioni, tra cui la pulizia del cervello dalle sostanze chimiche in eccesso e il trasporto di glucosio.

I risultati del nuovo studio hanno anche mostrato che coloro che si sentivano più giovani avevano risultati migliori nelle prove di memoria e avevano meno probabilità di mostrare segni di depressione.

Al fine di analizzare l’impatto di questa età soggettiva sulla salute, i ricercatori hanno chiesto a 68 persone di età compresa tra i 59 e gli 84 anni quanti anni si sentissero e hanno confrontato queste risposte alle loro scansioni cerebrali.

E’ emerso che coloro che si sentivano più giovani, e quindi adottavano uno stile di vita fisicamente e mentalmente più attivo, avevano un cervello più sano.

Una persona che si sente soggettivamente più vecchia rispetto alla sua età reale può sentirsi così a causa dei cambiamenti biologici o delle scelte di vita.

L’età soggettiva più anziana può anche essere un indicatore di un problema più serio, come le fasi iniziali di demenza, secondo lo studio.

L’impronta metabolica delle cellule staminali cerebrali

Attraverso una sofisticata analisi basata sulla risonanza magnetica nucleare dei metaboliti cellulari (metabolomica) sono state evidenziate le sottili ma specifiche differenze che permettono di caratterizzare le cellule staminali cerebrali differenziandole in funzione dell’età.
La terapia cellulare con staminali richiede che le cellule presentino precisi e specifici biomarcatori per escludere contaminazioni con altre cellule più differenziate capaci di ridurre l’efficacia dell’ intervento terapeutico. Come discusso all’ultimo congresso della Società Internazionale per la Ricerca sulle Cellule Staminali (2017) questi biomarcatori permettono di isolare esclusivamente le staminali e devono essere utilizzati nel processo di produzione per ottenere preparazioni pure e standardizzate.
Il lavoro, pubblicato nella rivista Scientific Reports del gruppo editorialeNature, è stato coordinato dal neurologo Vincenzo Silani – direttore UO di Neurologia-Stroke Unit e Laboratorio di Neuroscienze presso l’IRCCS Istituto Auxologico Italiano – Centro “Dino Ferrari” dell’ Università degli Studi di Milano – e da Andrea Mele e Davide Moscatelli del Dipartimento di Chimica, Materiali e Ingegneria Chimica “Giulio Natta” afferente al Politecnico di Milano. Per la prima volta nella pubblicazione sono state comparate diverse cellule staminali cerebrali dimostrando che il loro corredo di metaboliti è specifico, permettendone quindi  l’identificazione e caratterizzazione differenziale. «Si è inoltre verificato che nelle cellule staminali cerebrali a diverse età – afferma Vincenzo Silani – le peculiarità metaboliche sono correlate alla loro funzionalità, si manifestano precocemente e tali caratteristiche delle cellule staminali permangono anche dopo il loro isolamento dal tessuto cerebrale di origine. I metaboliti rivestono anche un ruolo fondamentale per la proliferazione delle staminali e la rigenerazione neuronale, quindi il loro mantenimento ottimale si riflette sul corretto funzionamento dell’intero organismo».
La conoscenza della composizione metabolica caratterizzante le cellule staminali cerebrali è pertanto fondamentale per definire e comparare i cambiamenti patologici indotti dall’età e/o dalle malattie neurodegenerative, ed avrà un impatto clinico notevole sia sulla ricerca di base che sulla creazione di nuovi famaci/approcci terapeutici.
Il lavoro deriva da una stretta collaborazione tra gruppi di ricerca italiani ed europei, uniti per affrontare lo studio dei sistemi biologici da un punto di vista interdisciplinare.
Per evidenziare le sottili differenze presenti tra le diverse cellule staminali cerebrali, a partire dall’embrione fino alla vita adulta, è stato necessario integrare le specifiche competenze di biologia, chimica-fisica e biostatistica di gruppi afferenti a svariate Istituzioni leader nei rispettivi campi professionali (IRCCS Istituto Auxologico Italiano, Politecnico di Milano, CNR, Università di Genova e Politecnico Federale di Zurigo, ETH).
Come sottolineato da Andrea Mele, responsabile del laboratorio di Risonanza Magnetica Nucleare del Politecnico di Milano, presso il quale sono state fatte le misure sperimentali, «L’approccio metodologico seguito richiede una strumentazione di Risonanza Magnetica senza ulteriori modifiche complesse e una preparazione dei campioni molto semplice, facilmente utilizzabile in diversi Istituti, anche clinici».
«L’idea originale di comparare tramite Risonanza Magnetica diversi tipi di staminali cerebrali non distinguibili con altre metodologie classiche mi è venuta dal confronto con i professori Moscatelli e Mele, ma ha richiesto notevoli sforzi per sviluppare un linguaggio comune a partire dalle nostre diverse formazioni e professionalità» spiega Lidia Cova, esperta in staminali che ha ideato e sviluppato il progetto, appartenente all’IRCCS Auxologico come Patrizia Bossolasco, altra firmataria dello studio.
Fondamentale anche il contributo di Rosalia Pellitteri del CNR di Catania specializzata  in Neurobiologia e Neuroanatomia. L’analisi in Risonanza Magnetica e la successiva analisi bioinformatica sono state sviluppate da Franca Castiglione e Monica Ferro, insieme a Evangelos Mavroudakis del Politecnico di Milano.
Un contributo importante è venuto anche dal confronto con il professor Morbidelli del Politecnico ETH di Zurigo e il professor Zaccheo dell’Università di Genova.
La ricerca è stata supportata dai fondi del Ministero della Salute e dal PRIN 2010–2011 NANOMED prot. 2010 FPTBSH, fondi che hanno permesso di affrontare questa complessa ed interessante progettualità.
«Questo nuovo importante risultato – conclude Vincenzo Silani – conferma l’eccellenza del lavoro dei ricercatori italiani e l’importanza di un approccio multidisciplinare per studiare i complessi fenomeni biologici degli organismi. Lo studio in Risonanza Magnetica dei metaboliti nelle staminali cerebrali apre nuove prospettive terapeutiche per sfruttarne ulteriormente il loro potenziale curativo di contrasto dei processi di invecchiamento e di degenerazione».

Si abbassa l’età di entrata nel mondo del lavoro

CornerJob, l’app leader nel settore della ricerca del lavoro attraverso dispositivi mobili, ha pubblicato oggi i risultati del primo Osservatorio sul Mercato del Lavoro di profilo medio-basso per il terzo trimestre 2016 e le previsioni per il trimestre conclusivo dell’anno in corso.

– L’età di entrata nel mondo del lavoro si abbassa.

Su oltre 100mila candidature pervenute sulla piattaforma nel corso dell’estate 2016, il 38,9% appartiene a ragazzi tra i 18 e i 24 anni. Seguiti dalla fascia 25-34 anni che totalizza il 28,2%. Un risultato importante, da contestualizzare nel quadro stagionale, che dimostra la volontà dei più giovani di avviare un contatto con il mondo del lavoro il più presto possibile. Anche parallelamente al proprio percorso scolastico e anche a costo di sacrificare le vacanze. Non solo: il 54,9% dei candidati tra i 18 e i 24 anni non sono al debutto professionale ma hanno già alle spalle uno o due anni di esperienza e il fatto che il profilo professionale a cui si candidano sia medio-basso non li preoccupa affatto. “I ragazzi di oggi – ci spiega Giovanni Dell’Orto, sociologo e job counselor –  non sono così attratti dagli “status symbol” delle generazioni precedenti. Per loro è importante testare il più presto possibile come inserire il loro percorso professionale all’interno di un progetto di vita complessivo e, soprattutto, conquistare rapidamente l’indipendenza economica”.

– La Campania tra le regioni in cui il mercato è più dinamico.

La Campania si piazza al terzo posto sia per quanto riguarda l’offerta di lavoro (9,3% del totale nazionale) sia per quanto riguarda il numero dei candidati (11%).  Al secondo posto si piazza il Lazio con il 19,1% delle offerte e il 17,3% dei candidati, mentre al primo posto c’è la Lombardia con il 20,1% dell’offerta e il 17,7% dei candidati. La regione del Sud, quindi, sta mostrando un forte segnale di dinamismo, superando sorprendentemente, seppur di pochi punti percentuali, anche regioni considerate motori pulsanti dell’economia come il Veneto e l’Emilia Romagna.

– Il settore immobiliare è quello più attivo.

Il calo dei prezzi degli immobili, soprattutto nei grandi agglomerati urbani (Milano, Roma, Firenze, Torino e Bologna in testa), ha fatto in modo che il mercato abbia cominciato a dare segni sensibili, seppur non eclatanti, di ripresa. Per questo, anche le ricerche di lavoro di medio-basso profilo e ad alta rotazione hanno visto questo settore in testa alla classifica, sia per quanto riguarda le offerte di lavoro, il 40% del totale, sia per quanto riguarda i candidati, che rappresentano il 35, 6% del totale. Subito dopo vengono il settore HoReCa (con l’8,7% dell’offerta e il 16,8% della domanda), il supporto al commercio e l’edilizia (a distanza di quasi 10 punti percentuali sul fronte delle candidature). “Anche questo boom degli agenti immobiliari è un segnale sorprendente”, commenta Dell’Orto. “Provato dal fatto che i giovani sono meno interessati al classico ‘lavoro stagionale’ o temporaneo per arrotondare i loro bilanci, ma cercano comunque posizioni che abbiano già un profilo di competenze definito. Da utilizzare come prova sul campo per indirizzare la propria carriera futura”.

– Cresce il part-time.

Secondo le rilevazioni di CornerJob, nel trimestre estivo i contratti part time originati dalla piattaforma sono stati 1.841. Quelli full-time 41. In questo caso si potrebbero individuare i primi segni di una svolta culturale, sul versante dei millennials e delle donne, circa la ricerca di un lavoro che sia in linea con i propri progetti e necessità di work-life balance.             

– Focus sul quarto trimestre

I dati rilevati nel corso dell’estate, soprattutto in termini assoluti (oltre 100mila candidati e oltre 11mila offerte) ci permettono di affermare che l’estate 2016, per quanto riguarda il mercato del lavoro di profilo medio-basso e ad alta rotazione, è stata decisamente dinamica e che il fattore ‘vacanze’ ha avuto un’influenza relativa. Questo ci consente di prevedere che i segnali pervenuti nel terzo trimestre corrispondono a un trend che probabilmente proseguirà anche nel trimestre successivo e con un ritmo lievemente crescente. Possiamo quindi essere ottimisti? “Non ancora” afferma Mauro Maltagliati, co-fondatore e country manager per l’Italia di CornerJob. “Comparando i risultati italiani con quelli rilevati negli altri Paesi europei in cui siamo presenti, l’Italia ha ancora molte ‘rigidità’ per quanto riguarda il mercato del lavoro che nemmeno una crisi decennale è riuscita ad abbattere. L’eccezione che conferma la regola sono i millennials, cresciuti grazie alla rete con una cultura globale, e che quindi hanno imparato a mirare in modo migliore e più pragmatico i loro progetti professionali e di vita. Ma l’Italia, come sappiamo, non è un Paese di giovani. E quindi altre categorie come gli over 45 o le donne, fanno ancora fatica. Non voglio entrare nelle polemiche sul Jobs Act e annessi in quanto credo che i risultati reali si potranno valutare solo sul medio termine. Ma sicuramente manca ancora una logica di sistema, che incoraggi le aziende a percepire sé stesse come organizzazioni la cui efficienza deriva dal contratto sociale, e non solo formale, che riescono a concordare con i loro dipendenti. Al tempo stesso, i lavoratori hanno bisogno di riformulare su altri parametri la consapevolezza della loro posizione nella mappa del lavoro. Che in molti casi corrisponde a un punto di rottura con il passato, ma che non è necessariamente negativa. Chiaramente questo cambio culturale deve essere agevolato da politiche centrali che tengano in evidenza non solo gli aspetti economici e contrattuali, ma anche il contatto con la realtà sociale del Paese”. 

Giovanni Dell’Orto conclude: “Sicuramente questi dati identificano un trend che crescerà nei prossimi mesi. A trainarlo saranno soprattutto i giovani. I millennials, infatti, sono sempre più emancipati dalle introiezioni ricevute dalle generazioni precedenti. Il tempo indeterminato è sempre meno una variabile cruciale nel percorso professionale. Anzi, preferiscono esplorare più territori possibili prima di indirizzare il proprio percorso. Non solo, anche la scelta del progetto formativo è sempre meno legata alla previsione – ormai imprevedibile – dello sbocco professionale e sempre più aderente alla propria vocazione culturale. Sono e saranno sempre di più quindi i giovani che sceglieranno una certa facoltà universitaria, ma faranno un lavoro diverso da quello a cui tale scelta li porterebbe naturalmente. Un punto di prova importante sono gli startupper, che scelgono di misurarsi da subito con l’avventura imprenditoriale. Lo fanno con un pragmatismo diverso dalla generazione, ad esempio, della new economy di inizio millennio. Sono infatti altrettanto creativi e talentuosi, ma hanno la capacità del “fare”, ovvero di tradurre l’idea creativa in idea di business attirando pertanto investimenti decisamente importanti. CornerJob ne è un esempio. Anche la flessibilità sarà sempre più importante. Questo vale per i giovani, ma ancora di più per le donne, dove l’equilibrio tra vita professionale e vita privata non è un’opzione ma una cogente necessità. Naturalmente, sono convinto e d’accordo con Mauro Maltagliati nel prevedere che tutto questo processo, a differenza di altri Paesi, non sarà né facile, né immediato. L’Italia va avanti a piccoli passi e non certo attraverso rivoluzioni. In ogni caso il percorso è avviato e non si fermerà”.

Il gene che fa sembrare più giovani

Sembrare più vecchi rispetto alla propria età potrebbe essere spiegato in parte da una variazione genetica, secondo uno studio che per la prima volta ha stabilito un collegamento tra la percezione dell’invecchiamento e un gene specifico.

“Per la prima volta, abbiamo scoperto un gene che spiega in parte perché alcune persone sembrano più grandi, mentre altre appaiono più giovani della loro età”, ha detto Manfred Kayser, dell’Università Erasmus di Rotterdam, nei Paesi Bassi.

Questo gene, chiamato “MC1R”, già ben noto per la produzione dei capelli rossi e di una carnagione chiara, a volte, ha una variazione che fa sembrare una persona più giovane di due anni, in media, secondo lo studio i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista scientifica ‘Current Biology’.

Studi precedenti avevano dimostrato che la percezione dell’età è influenzata da una combinazione di fattori genetici e ambientali, hanno detto i ricercatori. Inoltre, l’età apparente di qualcuno può anche riflettere la salute e l’aspettativa di vita.

Per questo studio, i ricercatori hanno analizzato il genoma di oltre 2.700 olandesi.

Hanno concluso che il gene MC1R è più fortemente legato alla percezione dell’età della faccia. La cosa è stata confermata da altri due studi europei.

Il collegamento tra la variante genetica e l’età percepita non è influenzato dal sesso, dalla carnagione o dai danni da esposizione al sole, hanno specificato gli scienziati.

Oltre al ruolo giocato nel colore dei capelli e nella carnagione, il gene MC1R è anche conosciuto perché svolge un ruolo in altri processi biologici come l’infiammazione e la riparazione del DNA.

La variazione di questo gene, comunque, è un fattore tra i tanti che hanno un’influenza sull’età apparente di una persona.

Il cuore può essere può vecchio della sua età reale

Una ricerca condotta dall’U. S. centers for Disease Control and Prevention (CDC) ha rivelato che tre americani su cinque hanno un cuore più vecchio della loro età anagrafica.

I ricercatori, basandosi su dei dati raccolti tramite lo studio fatto col programma Framingham su milioni di americani, sono giunti a questa conclusione.

Secondo questo studio, quasi 69 milioni di americani adulti hanno un’età del cuore più vecchia dell’età reale. Il 49% degli uomini e il 39% delle donne hanno un’età cardiaca superiore di circa 5 anni rispetto a quella effettiva.

Per essere più precisi, il cuore degli uomini è più vecchio di 7-8 anni rispetto alla realtà, mentre quello delle donne lo è di 4-5 anni.

In questo contesto, secondo l’American Heart Association, l’età media del primo attacco di cuore è di 64 anni, per i maschi, e di 72 per le femmine.

Ma cosa si può fare per ringiovanire il proprio cuore?

Un’alimentazione sana, un peso forma, unito al movimento fisico e all’abbandono del fumo possono fare la differenza.

E tu vuoi conoscere l’età del tuo cuore? Se sì, fai questo test:

A ogni età le sue ore di riposo, dormire troppo, o troppo poco, fa male

La mancanza di sonno nuoce gravemente alla salute, na anche dormire troppo non sempre è salutare. Gli esperti del National Sleep Foundation, negli Usa, ha elaborato uno studio, pubblicato sulla rivista Sleep Healt, in cui ha indicato le ore di sonno necessarie in ogni fascia di età. Eccole:

4-11 mesi – raccomandate dalle 12 alle 15 ore di sonno, è necessario dormire almeno 10-11 ore o 16-18. Non va bene dormire meno di 10 o più di 18 ore

1-2 anni – raccomandato 11-14 ore di sonno, con varianti di 9-10 e 15-16 ore. Non va bene un sonno che dura meno di 9 o più di 16 ore

3-5 anni – raccomandate 10-13 ore di sonno, con varianti di 8-9 e 14 ore. Non vanno bene meno di 8 o più di 14 ore di sonno

6-13 anni – occorrono 9-11 ore di sonno, va bene dormire anche 7-8 ore e 12 ore. Non è raccomandato dormire meno di 7 e più di 12 ore

14-17 anni – è raccomandato dormire 8-10 ore, con varianti di 7 ore e fino a 11. Non va bene dormire meno di 7 e più di 11 ore

18-25 anni – raccomandate 7-9 ore di sonno, sono appropriate 6 e 10-11. Non è consigliabile dormire meno di 6 e più di 11 ore

26-64 anni – il sonno deve durare 7-9 ore, con varianti di 6 e 10. Non va bene dormire meno di 6 o più di 10 ore

65 anni e oltre – bisogna dormire 7-8 ore, con varianti di 5-6 e 9 ore. Non va bene riposare per meno di 5 e più di 9 ore.

Perché sbadigliare è contagioso

Molto spesso, quando una persona inizia a sbadigliare, lo fa anche l’altra. Non si tratta solo di empatia, secondo un nuovo studio pubblicato sulla rivista scientifica PLOS One, che ha condotto dei test su 328 partecipanti.

La ricerca ha affermato che il contagio sarebbe collegato con l’età, anche se ci sono altri motivi che non si conoscono.

Per lo studio, alcune persone sono state disposte davanti a un video in cui la gente sbadigliava per più di tre minuti. Guardando il video, 222 partecipanti hanno sbadigliato da una a quindici volte, l’80% dei partecipanti che avevano sbadigliato aveva meno di 25 anni, il 60% aveva dai 25 ai 49 anni, mentre aveva sbadigliato uno su quattro tra quelli che avevano più di 50 anni.

E’ emerso che col crescere dell’età lo sbadiglio è meno contagioso.

Le prove hanno tenuto conto della conoscenza, dell’emozione e della stanchezza dei partecipanti.

Per i ricercatori, lo sbadiglio è contagioso sia negli esseri umani che negli scimpanzé.

Per stanchezza, noia o fame lo sbadiglio si verifica già nel bambino quando è nel grembo di sua madre.

Le persone con schizofrenia o autismo, invece, sono meno inclini a farsi contagiare dagli sbadigli.