Mangiare a pasto sprona a muoversi

Limitare l’assunzione di cibo ai pasti o praticare il digiuno intermittente, può aiutare le persone in sovrappeso a fare esercizio fisico, a perdere peso e ad evitare complicazioni debilitanti come il diabete e le malattie cardiache.

Un nuovo studio fatto su dei topi e pubblicato nel Journal of Endocrinology ha rilevato che limitare l’accesso al cibo aumenta i livelli di grelina, cosa che può anche aumentare la motivazione a praticare esercizio fisico.

La ricerca rivela che un aumento dei livelli dell’ormone che promuove l’appetito, la grelina, dopo un periodo di digiuno, aveva portato i topi dello studio a iniziare a fare esercizio fisico, volontariamente.

In questo studio, il Dr. Yuji Tajiri e i suoi colleghi della Kurume University School of Medicine in Giappone hanno studiato la relazione tra l’esercizio fisico e livelli di grelina nei topi.

E’ emerso che mantenere una dieta sana, con pasti regolari o praticare il digiuno intermittente, può incoraggiare a fare esercizio fisico in chi è in sovrappeso.

Il medico e il suo team hanno ora in programma di condurre altri esperimenti per confermare questi risultati negli esseri umani.

Il digiuno intermittente aiuta a controllare il glucosio nel sangue

Il digiuno intermittente ha dimostrato di essere un metodo efficace per controllare i livelli di glucosio nel sangue, negli uomini a rischio di sviluppare il diabete di tipo 2.

I ricercatori dell’Università di Adelaide e dell’Istituto per la ricerca medica e sanitaria dell’Australia del Sud (SAHMRI) hanno valutato gli effetti del consumo limitato di cibo nel tempo, in 15 uomini per una settimana.

Gli uomini, tutti di età compresa tra i 30 e i 70 anni e un BMI medio di 33,9, hanno indossato un monitor glicemico continuo per sette giorni. Tutti hanno continuato a mangiare normalmente, ma alcuni hanno mangiato solo tra le 8:00 e le 17:00, mentre altri hanno mangiato da mezzogiorno alle 21:00, facendo un digiuno di 15 ore.

La glicemia è stata valutata ogni giorno dello studio.

Gli investigatori hanno scoperto che nei partecipanti era migliorato il controllo del glucosio, indipendentemente da quando gli uomini avessero scelto di mangiare.

C’era stata anche una piccola quantità di perdita di peso, cosa che potrebbe aver contribuito ai risultati.

Il piccolo studio è stato pubblicato sulla rivista Obesity.

Il digiuno intermittente, come quello consistente in 16 ore di digiuno e 8 in cui si può mangiare, è diventato popolare negli ultimi anni, ma pochi studi hanno esplorato i suoi effetti metabolici e l’impatto sui livelli di glucosio e profili di insulina negli esseri umani.

Lo studio australiano ha concluso che una settimana di digiuno intermittente migliora le risposte glicemiche negli uomini a rischio di diabete di tipo 2, indipendentemente dagli orari in cui si era digiunato.

Gli studiosi dicono, tuttavia, che la sperimentazione dovrebbe essere ripetuta in periodi di vita più strettamente controllati per confermare il risultato.Se i primi risultati hanno mostrato risultati promettenti per il controllo della glicemia, è necessario uno studio più ampio per un periodo più lungo per vagliare a fondo l’efficacia del digiuno intermittente.

Il diabete è l’epidemia del 21 ° secolo ed è tra le più grandi sfide che i sistemi sanitari occidentali si trovano ad affrontare.

Il digiuno periodico contrasta il diabete

Il digiuno, che sia intermittente o periodico ha prodotto una varietà di effetti benefici sulla salute delle persone con diabete di tipo 2.

La maggior parte delle ricerche ha esaminato il digiuno 5: 2, che limita l’apporto calorico per due giorni a settimana, consentendo al tempo stesso di mangiare normalmente gli altri cinque. C’è anche una promettente ricerca sulle diete che impongono il digiuno a giorni alterni o il digiuno a tempo limitato (diete che limitano il consumo alimentare giornaliero a una finestra di sei o otto ore).

Ricerche condotte da Benjamin Horne, dell’Intermountain Healthcare in Utah (Usa), hanno dimostrato che il digiuno intermittente ha benefici nella perdita di peso, può ridurre il grasso corporeo e l’infiammazione, può migliorare la resistenza all’insulina e ha effetti benefici sul sistema cardiovascolare riducendo la pressione sanguigna e la frequenza cardiaca a riposo, oltre a ridurre i lipidi nel sangue.

Horne ed i suoi colleghi hanno condotto una revisione sistematica che ha esaminato tre studi clinici randomizzati che hanno valutato gli effetti del digiuno sul peso e il colesterolo e due studi osservazionali che hanno esaminato i risultati clinici sul diabete e la coronaropatia.

Dagli studi osservazionali, è emerso che i pazienti che avevano fatto il digiuno di routine avevano avuto una probabilità inferiore di avere una malattia coronarica o il diabete.

Gli studi randomizzati hanno invece rilevato che i pazienti nel gruppo a digiuno rispetto al gruppo di controllo avevano avuto con questa pratica miglioramenti nel peso e in altri parametri cardiovascolari e metabolici (trigliceridi, colesterolo LDL, proteina C-reattiva).

Perde 60 chili e cambia vita

Una donna obesa, che era costretta a indossare abiti premaman a causa delle sue dimensioni ha perso metà del suo peso corporeo, in una trasformazione sbalorditiva.

La donna, che si chiama Melissa Mouawad, aveva solo 18 anni, quando pesava 135 chilogrammi.

I medici erano preoccupati per la sua situazione e l’hanno spinta a cambiare stile di vita, perché la sua situazione avrebbe potuto rivelarsi fatale, se non affrontata.

Melissa ha deciso, così, di cambiare vita, soprattutto dopo che i medici le avevano detto che avrebbe potuto avere un attacco di cuore, in qualsiasi momento, ed era in procinto di sviluppare il diabete. Così la ragazza ha perso 65kg in 5 anni.

Ora è completamente irriconoscibile e più sicura di sé e ha anche sposato l’amore della sua vita Edward Mouawad, 30 anni.

Dopo aver sperimentato vari piani alimentari, anche fallimentari, ora Melissa pratica il digiuno intermittente insieme a una sana dieta ricca di proteine, grassi sani, frutta e verdura fresca, e fa esercizio fisico, per un’ora, sei volte a settimana, con un focus principale sul sollevamento pesi, per tonificare il suo fisico, insieme ad alcuni esercizi cardio, per rimanersi in buona salute.

“Ho iniziato a lavorare in palestra e a monitorare la mia dieta, da lì il peso ha cominciato a scendere”, ha raccontato la ragazza, che abita a Sydney ed ora ha 29 anni.

Perdere il peso è stata la decisione migliore che io abbia mai preso e ora mi sento una persona completamente diversa da quella di dieci anni fa, ha aggiunto.

Alimentazione, frenare le malattie e allungare la vita

Esiste un modo (oltre alle buone regole del mangiar sano) per frenare l’invecchiamento e allungare la vita tramite l’alimentazione? Sì, hanno detto gli esperti internazionali riuniti oggi al Campus IFOM-IEO di Milano dalla Fondazione IBSA di Lugano, per il Forum intitolato “La nuova era della nutrizione: dai meccanismi molecolari alla salute umana”. Partner dell’incontro, l’Istituto Europeo di Oncologia, il Progetto SmartFood e la Food Bank in Oncology.
I ricercatori hanno presentato gli studi più avanzati in un settore – quello dell’alimentazione – che è afflitto, purtroppo, da una grande quantità di fake news. Quali sono questi studi? Quelli che ruotano intorno alla capacità, dimostrata da certi cibi, o da certe “tecniche” (restrizione calorica controllata, alimentazione legata ai cicli circadiani, e altre), di frenare i geni dell’invecchiamento e di stimolare, nello stesso tempo, quelli della longevità, attraverso complessi meccanismi biochimici. Ma non basta: altre ricerche hanno anche rivelato che specifiche “azioni” sul modo di assumere il cibo (per esempio, alcuni schemi di digiuno eseguiti sotto controllo medico) possono attenuare i sintomi di malattie non facili da domare, come il diabete o patologie autoimmuni.
LA DIETA TRE (time-restricted eating) – «Alcuni studi, per la maggior parte sugli animali, dimostrano che mangiare solo in determinati momenti della giornata, seguendo i ritmi naturali veglia-sonno, aiuta l’organismo in diversi modi: riducendo, per esempio, le infiammazioni croniche e la tendenza all’obesità, ma anche certi disturbi cardiaci» – ha spiegato Satchidananda Panda, professore presso il Salk Institute-Regulatory Biology Laboratory di La Jolla (California) e relatore al Forum.
Come mai i ritmi circadiani sono collegati anche alla “gestione” del cibo? «L’alternanza veglia-sonno – ha risposto Panda – condiziona la produzione di ormoni importanti (insulina, glucagone, grelina, e altri) che sono coinvolti nel metabolismo». Quando è meglio mangiare, allora? «Le nostre ricerche e quelle di altri gruppi – ha concluso Panda – suggeriscono di non assumere il cibo 3 o 4 ore prima di andare a dormire e 1-2 ore dopo il risveglio. Questo significa avere una finestra di 10-12 ore al giorno entro cui mangiare (se consideriamo che una persona dorme in media 7 ore), escludendo le altre fasce. In sigla, questo regime alimentare viene chiamato TRE (time-restricted eating)».
IL DIGIUNO INTERMITTENTE – Anche digiunare in modo intermittente, cioè alternando giorni di digiuno assoluto ad altri in cui ci si alimenta in modo normale, può aiutare l’organismo a placare i sintomi delle malattie infiammatorie, ma anche di altre patologie, purché l’astensione dal cibo venga programmata e seguita da uno staff medico esperto. A questa conclusione è arrivato Andreas Michalsen, professore di medicina clinica complementare al Charité University Medical Center di Berlino, e relatore al Forum. «Nel nostro ospedale – ha detto – abbiamo seguito più di 20.000 pazienti, finora, che si sono sottoposti a diverse forme di digiuno sotto controllo medico. Ebbene, i risultati sono stati ottimi, per quanto riguarda il diabete, l’ipertensione, l’emicrania, la fibromialgia, l’artrite reumatoide».
Ma quanti giorni bisogna rimanere lontani dal cibo? «Esistono diversi schemi di digiuno intermittente – ha risposto Michalsen. Un giorno di digiuno alla settimana fornisce, probabilmente, risultati modesti, a breve termine. Altri schemi più efficaci, invece, prevedono, ad esempio, 5 giorni di digiuno nell’arco di due settimane, o 16 nell’arco di 8 settimane, sempre sotto stretto controllo medico».
ALGORITMI PER “MISURARE” I BATTERI DELL’INTESTINO – Quanto ci condizionano i batteri e gli altri microrganismi che abbiamo nell’intestino (e che pesano, nel loro complesso, più di un chilo, formando quello che gli esperti chiamano microbioma)? Numerosi studi dimostrano che questa “presenza” può influire molto, positivamente o negativamente, nell’insorgenza di malattie come il diabete, l’obesità, ma anche disturbi circolatori. Al Forum sulla nutrizione, il ricercatore Eran Segal, professore presso il Dipartimento di Computer Science e Matematica applicata al Weizmann Institute of Science (Rehovot, Israele), ha portato i risultati di un recente studio, condotto dalla sua équipe, sul ruolo del microbioma nel rapido recupero di peso che spesso affligge le persone obese dopo una dieta. «Abbiamo scoperto che, in alcuni casi, nell’intestino delle persone obese sono presenti batteri in grado di rendere più difficile il dimagrimento – spiega Segal. Come agiscono? Se il paziente si sottopone a una dieta, quei batteri “ricordano” il livello di peso precedente e si danno da fare perché venga ripristinato…».
Segal è un esperto di informatica (si è laureato in computer science all’Università di Tel Aviv), ma ha anche un dottorato di ricerca in genetica, conseguito alla prestigiosa Università di Stanford (Stati Uniti). Grazie a questo mix di conoscenze, applica i sistemi di calcolo più avanzati (una sorta di “matematica intestinale”) per studiare la composizione del microbioma e gli effetti sull’organismo. «Abbiamo scoperto, per esempio, che la risposta individuale al glucosio è assolutamente diversa da un organismo all’altro – continua Segal – e dipende anche dalla composizione del microbioma. Così abbiamo sviluppato un algoritmo in grado di prevedere la risposta glicemica di ogni singola persona, sulla base dei dati clinici e della composizione dei batteri presenti nell’intestino. Questo è particolarmente importante per chi è a rischio di diabete».
LA NUTRIGENOMICA (nuove ipotesi sulle piante che contengono molecole anti-invecchiamento, e che arrivano a offrire caffeina agli insetti impollinatori, come ricompensa) – Secondo un’ipotesi (affascinante), le piante hanno prodotto, nel corso dell’Evoluzione, una serie di sostanze in grado di allungare la vita agli animali con cui venivano in contatto, per “aiutarli” a evolversi insieme a loro (nell’ambito di quella che gli esperti chiamano co-evoluzione: una complessa serie di equilibri e di condizionamenti reciproci, nel corso di milioni di anni di selezione naturale). Di tutto questo ora possiamo approfittare anche noi, che ritroviamo quelle preziose sostanze allunga-vita nei vegetali. Ma alcune piante sono andate anche oltre, producendo sostanze come la caffeina, per fare in modo che gli insetti impollinatori venissero maggiormente attirati (in un certo senso, hanno offerto il caffè a questi insetti…). Oppure inserendo nel polline molecole anti-stress per le api, come l’acido cumarico.
È un’ipotesi, dicevamo. «In realtà – ha spiegato Marco Giorgio, ricercatore senior presso il Dipartimento di Oncologia Sperimentale dell’Istituto Europeo di Oncologia a Milano e relatore al Forum sulla nutrizione – è difficile capire empiricamente se le sostanze che prevengono l’invecchiamento e aumentano la longevità negli animali siano presenti per caso negli alimenti vegetali, o siano state incentivate dalle piante stesse per modulare il mutualismo piante-animali». Comunque sia, alcune di queste sostanze allunga-vita sono state identificate dai ricercatori dello IEO, nell’ambito del Progetto SmartFood. «Finora ne abbiamo trovate e descritte sette – dice Lucilla Titta, coordinatrice del Progetto e organizzatrice scientifica del Forum. Sono queste: quercetina, resveratrolo, curcumina, antocianine, epigallocatechingallato, fisetina, capsaicina, presenti in diversi tipi di vegetali. Agiscono modulando direttamente, e positivamente, l’espressione del Dna delle cellule».