Menopausa: anche le balene beluga e i narvali ci vanno

La maggior parte degli animali mantiene la sua capacità riproduttiva per tutta la vita e fino ad ora si sapeva che solo tre specie vanno in menopausa. Un gruppo di scienziati ha recentemente scoperto che anche le balene beluga e i narvali vivono questa fase della vita.

Il nuovo studio, pubblicato su Scientific Reports, dice che c’è solo una piccola lista di specie che vanno in menopausa ed è formato in maggioranza da Odontoceti, o balene dentate, un sottordine dei cetacei che hanno i denti: la balena beluga , il narval, l’orca e la balena pilota tropicale.

Gli scienziati si chiedono perché l’evoluzione di alcune specie ha portato le loro femmine ad avere la menopausa.

La risposta che si sono dati è perché la menopausa ha un senso in termini evolutivi. Nel caso delle orche, per esempio, la ragione per smettere di riprodursi è che, sia il maschio che la femmina, rimangono con le loro madri per tutta la vita. Con il passare del tempo il gruppo cresce con figli e nipoti. Se aumenta la prole, si dovrà competere per le risorse, come hanno spiegato gli autori dello studio, fatto nell’Università britannica di Exeter, nella York canadese e nel centro di ricerca americano Whale.

L’esistenza della menopausa nelle orche è documentata da 40 anni di studi, ma non così per i beluga e i narvali. Gli esperti ritengono che questi ultimi abbiano strutture sociali simili a quelle delle orche.

La ricerca suggerisce anche, che ragioni evolutive e di competizione per le risorse, abbiano condizionato i nostri antenati , in combinazione con i benefici che le donne anziane avevano per il gruppo sociale.

Strana creatura marina trovata dopo l’uragano Harvey

Una giovane donna ha fatto una strana scoperta sulla spiaggia di Texas City, dopo l’uragano Harvey.

La donna, Preeti Desai, ha chiesto agli utenti di Twitter, il 6 settembre scorso, di identificare i resti dello strano animale che non sembra abbia occhi, ha una testa lunga e una bocca allungata con diversi denti affilati.

“Okay biologi di Twitter, che diavolo è questo?” Ha scritto sul social network Preeti Desai.

Okay, biology twitter, what the heck is this?? Found on a beach in Texas City, TX. #wildlifeid pic.twitter.com/9IUuuL65qh
    — Preeti Desai? (@preetalina) 6 septembre 2017

I biologi che hanno risposto alla donna, hanno supposto che si trattasse di un’anguilla, un esemplare di “aplatophis chauliodus” o “anguilla con le zanne”, specie migratoria che vive nel Golfo del Messico.

Gli “aplatophis chauliodus” sono animali difficili da osservare poiché stanno la maggior parte del loro tempo nelle acque profonde.

Questi serpenti marini hanno anche occhi, ma sono molto piccoli.

Gli occhi dell’anguilla trovata da Desai probabilmente si sono decomposti prima della sua scoperta.

L’identificazione della creatura marina non è formale e resta il mistero sulla carcassa di questo strano animale.

Andrew Thaler, scienziato marino, ha risposto a Desai che è difficile stabilirle di quale animale si tratti, vista la posizione e lo stato di decomposizione della creatura marina.

“La forma del corpo e la dentatura mi inducono a pensare che si tratti di una specie di anguilla”, ha scritto l’esperto.

La frutta ha permesso lo sviluppo del cervello

La frutta è stata fondamentale nell’evoluzione del cervello umano, secondo un’indagine condotta da Alex DeCasien, della New York University.

Per il suo lavoro, lo studioso americano ha analizzato 140 tipi di primati, trovando che gli animali, i quali erano stati alimentati con frutta, avevano il cervello che era il 25% circa più grande di quello di coloro che avevano mangiato solo verdura.

Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica ‘Nature Ecology & Evolution’, ha sottolineato che un’alimentazione a base di frutta potrebbe aver contribuito a a determinare le dimensioni e la forma del cervello dei primati.

Questo alimento, dice lo studio, contiene più energia delle verdure e ciò contribuisce a creare il combustibile supplementare richiesto per sviluppare un cervello più grande.

A parte le proprietà dei frutti stessi, lo studio della New York University ha suggerito che questi alimenti avrebbero anche aiutato a sviluppare le abilità cognitive, dato che i primati per precurarseli erano costretti a ricordare la posizione dei frutti e quindi sviluppare tecniche di astrazione.

Cibarsi con frutta richiede di investire molto tempo alla ricerca di essa e di ricordare dove si trovi. I frutti inoltre sono stagionali e non sempre disponibili al momento della maturazione.

Al contrario, la dieta a base di verdura non pone queste sfide, dato che questo alimento è più abbondante ed è sempre disponibile.

Fonte: http://www.nature.com/articles/s41559-017-0112

La forma del naso si è adattata all’ambiente

La forma e le dimensioni del naso si sono evoluti per adattarsi ai diversi tipi di clima sulla terra, secondo un nuovo studio pubblicato sulla rivista scientifica PLOS Genetics.

I risultati di questo nuovo lavoro, come dicono gli autori di esso, rinforzano quelli che avevano trovato studi precedenti, secondo cui le persone i cui antenati avevano vissuto in un clima caldo e umido avevano narici più larghe dei discendenti di persone vissute in zone fredde e secche.

Il freddo e l’aria secca non fanno bene al sistema respiratorio, hanno detto gli studiosi della Pennsylvania State University, osservando che “non c’è nessuna forma di naso universalmente migliore” e che “i nostri antenati si sono adattati al loro ambiente”.

Riconoscendo che la storia dell’evoluzione del naso è stata complessa, hanno suggerito che altri fattori, tra cui le preferenze culturali nella scelta del partner sessuale, hanno potuto anche svolgere un ruolo, oltre all’adattamento al clima, sulla forma del naso.

Il nuovo studio è stato fatto da un team scientifico internazionale, che ha utilizzato immagini 3D per misurare la forma del naso di 476 volontari, i cui antenati avevano vissuto nel Sud e nell’Est dell’Asia, in Africa occidentale e in Nord Europa.

Ora, gli studiosi dicono che è opportuno approfondire l’argomento, per sapere se la forma del naso e la dimensione della cavità nasale siano correlati al rischio di contrarre una malattia respiratoria, quando si vive in un clima diverso rispetto a dove hanno vissuto gli antenati.

L’uccello che vola ininterrottamente per 10 mesi

Un uccello piccolo, dalle piume scure, conosciuto come rondone (Apus apus) vola per dieci mesi senza mai atterrare. E’ il più lungo tempo trascorso in volo da un qualsiasi uccello conosciuto, hanno detto i ricercatori pubblicando i risultati di un loro lavoro sulla rivista ‘Current Biology‘ e confermando un’ipotesi, fatta decenni fa, sul fatto che questi uccelli trascorressero la maggior parte della loro vita nell’aria.

Un team di ricercatori della Svezia hanno montato dei piccolissimi zaini di un solo grammo su 13 di questi uccelli, registrando dei microdati sul luogo in cui gli uccelli fossero e sulla loro accelerazione. Hanno trovato che essi restano quasi sempre in aria.

“Quando i rondoni lasciano il loro sito di riproduzione nel mese di agosto per una migrazione dalle foreste africane non toccano mai terra finché non tornano per la successiva stagione di nidificazione, dieci mesi più tardi”, ha detto il ricercatore Anders Hedenström dell’Università Lund in Svezia.

“Alcuni esemplari possono appollaiarsi per brevi periodi o anche intere notti in pieno inverno, ma gli altri letteralmente non si fermano mai durante questo periodo”, ha aggiunto lo scienziato, spiegando che anche gli uccelli che nello studio avevano fatto piccole pause avevano passato il 99,5% dei dieci mesi nell’aria.

Gli uccelli trovano il cibo mentre sono in volo, secondo lo studio, e continuano a volare anche mentre avviene in loro la muta delle penne, un momento particolarmente delicato per tutti i volatili.

I ricercatori hanno detto che non sanno ancora se o come gli uccelli dormano durante questo tempo, ma pensano che possano appisolarsi quando volano ad alta quota ogni giorno all’alba e al tramonto per poi scendere lentamente e riposarsi un po’. Durante il giorno, essi probabilmente risparmiano energia scivolando nelle correnti ascensionali di aria calda.

La scoperta fatta in questo studio “amplia in maniera significativa i limiti di ciò che sappiamo sulla fisiologia animale. Un periodo di volo di dieci mesi è il più lungo conosciuto per qualsiasi specie di uccelli”, ha detto Hedenström.

Brasile: scoperto un dinosauro di di 25 metri

Gli scienziati brasiliani mercoledì scorso hanno annunciato la scoperta di un dinosauro, il più grande mai trovato nel più grande paese del Sudamerica.

Diogenes Campos, direttore del Museo di Scienze della terra di Rio de Janeiro, ha detto che il dinosauro di 25 metri di lunghezza è stato chiamato “Austroposeidon magnificus”.

Era appartenuto al gruppo dei Titanosauro erbivori, che avevano grandi corpi, collo lungo e coda, con relativamente piccoli teschi.

Il Titanosauro era di circa 6 – 8 metri di altezza ed era vissuto nelle terre che ora formano il Brasile 70 milioni di anni fa.

I fossili del dinosauro con collo e vertebre spinali erano stati trovati vicino alla città di Presidente Prudente, nello stato di Sao Paulo, nel 1950 dal paleontologo Llewellyn Ivor Price, morto nel 1980.

Le ossa non erano state studiate fino agli anni recenti, perché c’erano troppi esemplare da identificare e nel Museo c’era mancanza di personale .

Secondo Campos, in Brasile anche la mancanza di denaro ha frenato molti sforzi.

I fossili del Titanosauro recentemente hanno avuto una nuova attenzione quando Kamila Bandeira, uno studente di Campos, ha fatto una tesi di dottorato e ha fatto una ricerca su di esso per quattro anni.

I Titanosauri vissero durante il Cretaceo nelle zone che oggi sono del Sudamerica, dell’Africa, dell’Antartide e dell’Australia.

Fonte Ap

Perché le mani hanno cinque dita

Perché le nostre mani hanno cinque dita e non tre o sette? E’ questa la domanda che si è posta la genetista Marie Kmita, che con il suo team dell’Istituto di ricerca clinica di Montreal, in Canada, ha fatto dei lavori i cui risultati sono stati pubblicati sulla prestigiosa rivista ‘Nature’.

Le prime specie terrestri, a metà tra i pesci e i rettili, avevano di solito sei, sette o otto dita alle estremità dei loro arti e non cinque come la maggior parte degli animali di oggi.

La studiosa si è chiesta come si è passati da sette o otto dita… a cinque.

Un team presso l’Università di Chicago un paio di settimane fa aveva pubblicato una scoperta, secondo cui i geni coinvolti nella formazione delle pinne dei pesci sono molto simili a quelli che governano lo sviluppo della mano umana. Non solo i geni che determinano la formazione delle pinne dei pesci, le ali di pipistrello, gli zoccoli dei cavalli e le mani umane sono molto più simili di quanto si pensasse.

Kmita e il suo team hanno dimostrato che ci sono “interruttori” che attivano o disattivano questi geni in diverse parti del corpo e nelle diverse fasi dello sviluppo embrionale, a seconda della specie.

Kmita e il suo team, manipolando gli interruttori nel codice genetico di alcuni topi sono riusciti a creare degli animali con sei, sette e anche otto dita.

Con la creazione di animali con più di cinque dita come gli antenati degli esseri umani, la signora Kmita in qualche modo è tornata indietro nel tempo.

Resta da capire quale vantaggio evolutivo per gli animali domestici e per l’uomo abbia costituito l’avere cinque dita.

Lo studio potrebbe anche aiutare a capire l’origine delle deformità che a volte si verificano durante lo sviluppo dell’embrione. La ricerca, infatti, suggerisce che le malformazioni provengono non solo dalle mutazioni dei geni, ma anche dagli interruttori che non attivano o disattivano i geni al momento giusto o nel posto giusto.