E se anche le malattie non trasmissibili fossero trasmissibili?

Le malattie non trasmissibili (cardiache, cancro, polmonari), sono oggi le cause più comuni di morte e rappresentano il 70% delle morti in tutto il mondo. Queste malattie sono considerate “non trasmissibili” perché si pensa che siano causate da una combinazione di fattori genetici, di stile di vita e ambientali, che non possono essere trasmesse tra le persone.

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Antibiotico-resistenza: entro il 2050,10 milioni di morti

L’Italia è prima in Europa per numero di morti legato all’antibiotico-resistenza: oltre 10mila i decessi che ogni anno si registrano per infezioni causate da batteri resistenti agli antibiotici. Nei Paesi dell’Unione Europea invece, si contano 33mila casi. L’antibiotico-resistenza costerà all’Italia 13 miliardi di dollari da qui al 2050. In base agli ultimi dati disponibili, desunti dal rapporto AIFA 2019 e relativi al consumo di farmaci antibiotici in Italia fino al 2017, si rileva che il 90% del consumo di antibiotici è in regime di assistenza convenzionata, ovvero in seguito alla prescrizione del Medico di Medicina Generale o del Pediatra di Libera Scelta. E’ quindi soprattutto in questa “area prescrittiva” che si devono concentrare i maggiori sforzi di per rendere l’uso degli antibiotici più assimilabile a quanto avviene nel resto dell’Europa.

“Per quanto attiene il consumo di farmaci antibiotici in ambito ospedaliero – spiega Marcello Tavio, neo eletto presidente Simit e Direttore dell’Unità Operativa di Malattie Infettive degli Ospedali Riuniti di Ancona questo non si scosta dalla media europea. L’analisi per area geografica conferma un maggior consumo al Sud e al Centro rispetto al Nord, pur registrando una confortante e progressiva tendenza a un uso più attento degli antibiotici proprio nelle aree di maggior utilizzo. Luci e ombre, pertanto, che devono aiutarci a capire cosa evitare e dove andare. I dati servono a questo.

L’ANTIBIOTICO-RESISTENZA IN EUROPA – Ogni anno si verificano in Europa più di 670.000 infezioni da batteri resistenti agli antibiotici e ci sono 33.000 decessi come diretta conseguenza di queste infezioni di cui 10.780 persone muoiono ogni anno in Italia. 2,4 milioni di persone potrebbero perdere la vita in Europa, Nord America e Australia nel periodo 2015-2050, a causa della resistenza agli antibiotici. L’impatto economico della resistenza antimicrobica (AMR) potrebbe avere nel 2050, nella peggiore delle ipotesi, ripercussioni più pesanti della crisi finanziaria del 2008-2009.

L’ANTIBIOTICO-RESISTENZA IN ITALIA – Secondo l’Istituto Superiore di Sanità In Italia, nel 2018, le percentuali di resistenza alle principali classi di antibiotici per gli otto patogeni sotto sorveglianza (Staphylococcus aureus, Streptococcus pneumoniae, Enterococcus faecalis, Enterococcus faecium, Escherichia coli, Klebsiella pneumoniae, Pseudomonas aeruginosa e Acinetobacter species), si mantengono dunque più alte rispetto alla media europea, pur nell’ambito di un trend in calo rispetto agli anni precedenti. Le percentuali di resistenza alle cefalosporine di terza generazione (29%) e ai fluorochinoloni (42%) in Escherichia coli si sono confermate molto maggiori rispetto alla media europea, anche se in leggero calo rispetto agli ultimi anni.

“E’ possibile inoltre – spiega il Dott. Tavio – che in alcuni casi si faccia un uso sbagliato o non ottimale degli antibiotici, come nel caso citato delle resistenze dei Coli ai fluorochinoloni, dovuto al fatto che nelle infezioni urinarie si potrebbero prescrivere altri farmaci e per periodi più brevi. Il tema dell’uso appropriato della risorsa riguarda in primis la classe medica, che sta dimostrando però molta più attenzione e sensibilità sulla tematica rispetto al recente passato”.

LA DISPONIBILITA’DEI NUOVI ANTIBIOTICI – Per combattere la battaglia contro le malattie infettive di origine batterica servono gli antibiotici, non ci sono dubbi. Ma per combattere l’insorgenza di germi multiresistenti dovuta all’utilizzo degli antibiotici serve cultura, sensibilità e attenzione da parte di tutti, anche dei pazienti; i quali, infatti, opportunamente istruiti (e non solo dal medico, quando sono malati, ma anche dai media quando sono sani) potrebbero accettare volentieri l’idea di non sprecare (se non serve) l’antibiotico oggi, per non prendere un’infezione più grave e meno curabile domani. Ecco quindi l’importanza dei giornalisti e dei giornali, cartacei o elettronici che siano.

“Se ragioniamo sul futuro, dobbiamo distinguere fra un futuro con intervento e un futuro senza intervento – conclude il Dott. Tavio – Se non interveniamo in maniera decisa e duratura, coinvolgendo la società civile e le istituzioni al pari del sistema sanitario in tutti i suoi gangli come le aziende farmaceutiche che scoprono e producono nuovi antibiotici, il futuro è nero. In un recente scenario privo di interventi correttivi, elaborato a cura dell’OMS, entro il 2050 la prima causa di morte saranno le infezioni da germi resistenti, con un numero di vite perdute (10 milioni) pari al numero di morti che il cancro causa attualmente. Se invece, per paura o per saggezza, interveniamo (e abbiamo tutto il tempo, le energie e le risorse per farlo) fra 10 anni parleremo d’altro”.

I batteri del corpo possono scatenare l’infarto

I microrganismi presenti nel corpo possono contribuire alla destabilizzazione delle placche coronariche e a un conseguente attacco cardiaco, secondo una nuova ricerca presentata all’ESC 2019, che ha avuto luogo a Parigi insieme al Congresso Mondiale di Cardiologia WCC.

Lo studio ha scoperto che, a differenza dei batteri intestinali, i batteri delle placche coronariche sono pro-infiammatori. Inoltre, i pazienti con sindrome coronarica acuta ( attacco cardiaco ) nello studio presentavano batteri intestinali diversi rispetto ai pazienti con angina stabile.

Dieta, fumo, inquinamento, età e farmaci hanno un impatto importante sulla fisiologia cellulare, sul sistema immunitario e sul metabolismo.

Ricerche precedenti avevano indicato che questi effetti sono mediati dai microrganismi nel tratto intestinale. Questo studio ha analizzato il contributo del microbiota all’instabilità delle placche coronarie.

Gli studiosi hanno arruolato 30 pazienti con sindrome coronarica acuta e dieci pazienti con angina stabile. Hanno isolato i batteri intestinali da alcuni campioni di feci e i batteri della placca coronarica tramite palloncini di angioplastica.

Il confronto tra il microbiota nelle feci e le placche coronariche ha rivelato una diversa composizione nei due siti. Mentre i batteri fecali avevano una composizione eterogenea e una pronunciata presenza di batterioideti e firmicute, le placche coronarie contenevano principalmente microbi con fenotipi pro-infiammatori appartenenti a proteobatteri e actinobatteri.

Il primo autore dello studio, Eugenia Pisano, dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, Roma, ha dichiarato: “Ciò suggerisce una ritenzione selettiva dei batteri pro-infiammatori nelle placche aterosclerotiche , che potrebbe provocare una risposta infiammatoria e la rottura della placca”.

Le analisi hanno anche rivelato differenze nel microbiota intestinale tra i due gruppi di pazienti. Quelli con sindrome coronarica acuta avevano più Firmicutes, Fusobacteria e Actinobacteria, mentre Bacteroidetes e Proteobacteria erano più abbondanti in quelli con angina stabile.

La Pisano ha dichiarato: “Abbiamo trovato un diverso microbioma intestinale nei pazienti acuti e stabili. Le diverse sostanze chimiche emesse da questi batteri potrebbero influenzare la destabilizzazione della placca e il conseguente attacco cardiaco. Sono necessari studi per esaminare se questi metaboliti influenzano l’instabilità della placca “.

Ha osservato che fino ad oggi la ricerca non ha dimostrato in modo convincente che le infezioni e la conseguente infiammazione sono direttamente coinvolte nel processo di instabilità della placca e insorgenza di infarto . Ad esempio, gli antibiotici contro la clamidia pneumoniae non sono riusciti a ridurre il rischio di eventi cardiaci.
Ma ha detto: “Anche se questo è un piccolo studio, i risultati sono importanti perché rigenerano l’idea che, almeno in un sottogruppo di pazienti, i trigger infettivi potrebbero svolgere un ruolo diretto nella destabilizzazione della placca. Ulteriori ricerche ci diranno se gli antibiotici possono prevenire eventi cardiovascolari in alcuni pazienti”.

La Pisano ha concluso: “Il microbiota nell’intestino e la placca coronarica potrebbero avere una funzione patogenetica nel processo di destabilizzazione della placca e potrebbero diventare un potenziale bersaglio terapeutico”.

Per la salute è meglio cambiare il letto ogni settimana

Secondo alcuni esperti americani, ci si può ammalare se si dorme a lungo nel letto senza lavare le lenzuola.

Il microbiologo Philip Tierno della New York University dice che la biancheria da letto deve essere cambiata una volta alla settimana.

Un sondaggio pubblicato su The Journal and Allergy and Clinical Immunology, dopo aver testato migliaia di case americane, ha concluso che nel 90 percento delle case ci sono almeno tre allergeni.

Questi allergeni si nascondono nella biancheria da letto, ad esempio, e, tramite naso e bocca. possono provocare starnuti, senza che si sia già allergici.

In un anno produciamo circa 100 litri di sudore a letto, un posto caldo e umido, ideale per i funghi. Un cuscino da solo può ospitare fino a 16 diversi tipi di funghi.

Inoltre, nel letto ci sono dei batteri umani, provenienti da sudorazione, saliva ed escrezioni del retto. La somma di questo può influire sulla salute, nel giro di una settimana.

L’Asthma Allergy Association, invece, raccomanda di cambiare la biancheria da letto ogni 14 giorni.

Naturalmente, ci sono diversi fattori che incidono sullo sporcarsi del letto, incluso il numero di persone che vi dormono e con che frequenza, oltre al clima interno della stanza e all’igiene personale.

 

La barba può essere un covo di batteri

Simbolo di virilità e di fascino, talora anche vero accessorio di moda, la barba degli uomini è più igienica della rasatura? A questa domanda ha cercato di rispondere un laboratorio batterico che ha condotto un piccolo esperimento per una rivista di salute.

Bianca Sclavi, ricercatrice di biofisica batterica, ha preso dei campioni senza preavviso su alcune persone. I campioni della barba sono rimasti 72 ore nella coltura.

Quando la ricercatrice ha paragonato gli esemplari, è emerso che una grande quantità dii batteri era presente sui peli.

Confrontando questi batteri con quelli presenti sulla tavoletta dei water pubblici, è risultato che i batteri nella barba e della tavoletta non erano così diversi.

Trovare gli stessi batteri su una barba, in un bagno, ma anche su un telefono cellulare non è sorprendente, ha detto la Sclavi, perché i batteri sono dappertutto.

Più sorprendente, tuttavia, è che portare la barba, non rende meno suscettibile ai batteri, di quando ci si rade regolarmente. La barba non è sporca in linea di principio. Tutto dipende dall’igiene di chi la porta.

Del resto se le barbe sono piene di batteri, non va meglio agli uomini rasati, che a causa dei “micro-traumi”, causati alla pelle con la rasatura e lo sfregamento, hanno sul volto un territorio favorevole allo sviluppo di infezioni.

Se si ama la barba, è  consigliato lavarla regolarmente e asciugarla bene.

Viaggi: come proteggersi per vivere in sicurezza le vacanze

Le alte temperature, l’aumento del numero di persone che si spostano da un Paese all’altro e i cambiamenti di abitudini ci espongono a nuovi rischi per la salute. L’Istituto Pasteur ricorda che proteggersi è facile e significa non solo poter vivere in totale sicurezza le vacanze ma, nel caso delle malattie infettive, impedire il diffondersi di agenti patogeni su scala globale.

Estate, tempo di viaggi e relax, ma senza mai abbassare la guardia! La stagione estiva è ormai alle porte e la maggior parte degli italiani ha già prenotato le proprie vacanze. È proprio in questi mesi che aumenta l’esposizione ad alcune minacce per la salute, quindi prima di preparare i bagagli è importante informarsi bene sui rischi infettivi che possono essere presenti nei luoghi di destinazione. A questo proposito l’Istituto Pasteur Italia ricorda che proteggersi è facile e fornisce dei consigli utili a tutti i viaggiatori per vivere in totale sicurezza le vacanze e, nel caso delle malattie infettive, limitare il diffondersi di agenti patogeni.

 

Con oltre un terzo della popolazione in vacanza, è proprio nella stagione estiva che si concentra il 41,3 % dei viaggi degli italiani. Se lo scorso anno solo il 19% dei nostri connazionali ha scelto una meta estera, per l’estate 2018 sembra crescere la voglia di scoprire mete poco conosciute, come il Sudafrica e la Russia centrale e orientale, ma anche di aree già care ai turisti del Bel Paese come il sud-est asiatico, dove primeggiano Indonesia, Vietnam, Thailandia e i Caraibi. Sembra infatti che gli italiani prediligano esperienze autentiche, a contatto con la natura e la cultura dei luoghi, con un interesse spiccato per le tradizioni culinarie.

Presi dai preparativi, si è ingenuamente soliti pensare che i malanni appartengano solo alla stagione invernale, ma in realtà anche la tanto agognata estate porta con sé numerose insidie. Le alte temperature, l’aumento del numero di persone che si spostano da un Paese all’altro e i cambiamenti di abitudini sono fattori che favoriscono la diffusione di agenti patogeni e viaggiare impreparati, in particolar modo in Paesi con condizioni igienico-sanitarie profondamente diverse dalle nostre, significa mettere a rischio non solo la propria salute, ma anche quella degli altri. Una minaccia concreta per la “Health for all” (salute per tutti), campagna dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per la promozione della copertura sanitaria universale per tutti e dovunque e “missione” condivisa dalla Rete Internazionale dei 33 Istituti Pasteur in tutto il mondo. I viaggiatori hanno dunque delle importanti responsabilità edovrebbero pianificare un viaggio sicuro e sano, per essere in grado di prevenire o, tutt’al più, essere preparati a gestire e trattare possibili malattie contratte durante il viaggio.

 

Prima di mettersi in viaggio è di massima importanza conoscere le caratteristiche del Paese ospitante e rivolgersi al proprio medico o alle strutture sanitarie preposte alla prevenzione delle malattie dei viaggiatori, che forniranno tutte le indicazioni e proporranno un piano di vaccinazione e/o profilassi personalizzatotenendo conto di destinazione, programma di viaggio, stato di salute e trascorso vaccinale di ogni persona. Bisogna innanzitutto assicurarsi che il nostro sistema immunitario sia pronto ad affrontare eventuali incontri indesiderati con agenti infettivi patogeni. Oltre alle vaccinazioni di routine richieste o consigliate dal nostro Servizio Sanitario Nazionale (difterite, tetano, pertosse, polio, meningite ed epatite B), potremmo avere bisogno di vaccinazioni specifiche e/o di una profilassi farmacologica preventiva in base alla meta scelta” – ha dichiarato Angela Santoni, Direttore Scientifico dell’Istituto Pasteur Italia.

A tutti i viaggiatori del Bel Paese l’Istituto Pasteur Italia ricorda l’importanza della vaccinazione, il più efficace metodo preventivo, che protegge da rischi infettivi gravi e potenzialmente mortali, solitamente trasmessi da cibo, bevande e punture d’insetto e fornisce un valido aiuto nel conoscere meglio le malattie presenti nelle principali mete turistiche.

 

 

PAESE IN CUI VAI, MICROBO CHE TROVI

 

LE MALATTIE TRASMESSE DA CIBO E BEVANDE

Per chi ha scelto i paesaggi mozzafiato e le tradizioni culturali dell’Africa, del sud-est asiatico, del Centro e del Sud America e non vuole rinunciare ad assaporare i deliziosi “cibi di strada”, tra le vaccinazioni consigliate ci sono quelle contro malattie infettive che possono essere trasmesse da acqua o cibo contaminato, prime fra tutte l’epatite A ed il tifo. Le vaccinazioni contro queste infezioni possono essere effettuate anche in forma combinata.

L’epatite A è un’infezione virale diffusa in tutto il mondo, con una percentuale di rischio più alta nei Paesi in via di sviluppo e con condizioni igienico sanitarie non ottimali. Si trasmette per via oro-fecale, frequente è l’acquisizione da frutti di mare crudi o non adeguatamente cotti. In alcuni casi l’infezione può compromettere gravemente le funzioni epatiche e provocare la morte (circa 10.000 decessi all’anno nel mondo).

La febbre tifoide è un’infezione causata dal batterio Salmonella Typhi e, se non trattata, ha un tasso di mortalità superiore al 10%. Anche in questo caso la trasmissione avviene per lo più tramite l’ingestione di cibi e/o bevande maneggiate da persone infette, oppure tramite la contaminazione, attraverso gli scarichi fognari, dell’acqua usata per bere o per lavare il cibo. Particolarmente a rischio sono i Paesi dell’Africa settentrionale, il Perù e l’Asia meridionale. In generale la febbre tifoide continua a rappresentare un pericolo per la salute nella maggior parte dei Paesi tropicali, tra i quali l’Indonesia (più di 1000 casi ogni 100.000 abitanti). Assieme alla vaccinazione, la prevenzione della febbre tifoide deve essere accompagnata attraverso un’attenta igiene personale, in particolare il lavaggio delle mani dopo l’uso del bagno e prima del contatto col cibo.

Il colera, causato dal batterio Vibrio cholerae, rappresenta un’altra pericolosa infezione causata da acqua o cibi contaminati.  Molto diffuso in Asia, specialmente in IndiaThailandia e Vietnam, il colera miete ancora molte vittime soprattutto nei Paesi colpiti da disastri e guerre (tristemente nota l’epidemia di colera e di tifo che nel 2010 ha colpito Haiti).  Contro il colera è disponibile un vaccino che si assume per via orale.

Anche gli appassionati della cultura underground delle metropoli e amanti del sushi e delle crudités di mare devono prestare molta attenzione. Non tutti sanno, infatti, che il pesce crudo può contenere dei parassiti che causano malattie nell’uomo, come per esempio Anisakis – ritenuto dalla European Food Safety Authority (EFSA) il rischio biologico più serio legato al consumo di pesce. Anisakis è un verme (nematode) ubiquitario in tutti i mari del mondo, le cui larve si localizzano prevalentemente nella cavità viscerale (e talvolta anche nella muscolatura adiacente) di pesci e molluschi. Le specie maggiormente infestate sono anche di interesse economico-commerciale (alice, sardina, nasello, sgombro o lanzardo, pesce sciabola, sugherello, totani). L’uomo è un ospite accidentale nel ciclo biologico di Anisakis e acquisisce l’infezione (anisakiasi gastrica o intestinale) attraverso il consumo di pesce crudo non preventivamente abbattuto, o poco cotto. La temperatura rappresenta un parametro importante per la sopravvivenza della larva anche post mortem del pesce; è perciò importante seguire la legislazione del Ministero della Salute, che impone l’abbattimento (congelamento a -20°C per 24h; oppure a -18°C per 96h) del pesce che si vuole consumare crudo. La cottura ad alte temperature (al di sopra dei 50°C), che arrivi al cuore del prodotto ittico, è altresì efficace a provocare la morte del parassita.

LE MALATTIE TRASMESSE DALLE ZANZARE

Ben più che un semplice fastidio estivo, le zanzare possono trasmettere molte malattie e provocare centinaia di migliaia di morti in tutto il mondo. Purtroppo, per la maggior parte di queste malattie non esistono dei vaccini ed in alcuni casi neanche terapie specifiche. L’unica arma per affrontare il problema risiede nella prevenzione, che si basa sulla riduzione delle densità delle zanzare vettrici e sull’interruzione del contatto tra uomo e zanzara. Non a caso questi insetti vengono considerati “nemico pubblico numero uno” e la Rete degli Istituti Pasteur dedica numerosi progetti e collaborazioni per comprenderne la biologia, il comportamento e la capacità adattativa. Nello specifico, l’Istituto Pasteur Italia ha di recente avviato una collaborazione con i colleghi degli Istituti Pasteur del Senegal e della Costa D’Avorio, per comprendere meglio come la stretta relazione tra le specie di zanzare vettrici di malaria e l’uomo consenta il differenziamento genetico di alcune popolazioni e la formazione di nuove specie, al fine di chiarire l’importanza di questi fenomeni nell’epidemiologia della malaria[3].

 

Le zanzare non sono però tutte uguali, così come non sono uguali i patogeni da esse trasmesse e bisogna sempre ricordare che questi insetti possono agire sia di notte che di giorno. Chi è esperto di viaggi tropicali sa bene, infatti, che i momenti principali in cui si corre il rischio di essere punti dalle zanzare Anopheles, responsabili della trasmissione della malaria, sono il crepuscolo e la notte. Per limitare il rischio di infezione è necessario adottare misure precauzionali per evitare di essere punti (ad esempio abbigliamenti idonei, repellenti cutanei) e dormire sempre protetti da zanzariere, da repellenti spaziali (piastrine elettriche o zampironi) o dall’aria condizionata. Inoltre, prima della partenza, è sempre opportuno rivolgersi al proprio medico che prescriverà una profilassi farmacologica personalizzata in base alla meta del viaggio e quindi al tipo di resistenza ai farmaci acquisita dal parassita responsabile della malaria in quella specifica destinazione.

Sempre di notte sono attive le zanzare del genere Culex, responsabili della trasmissione di molti virus “encefalitogeni”, quali il virus dell’encefalite giapponese, la principale causa di encefalite virale in molti paesi dell’Asia (e contro la quale è possibile vaccinarsi).

Di giorno bisogna invece stare molto attenti alle zanzare Aedes, responsabili della trasmissione di numerosi virus, come quelli della febbre gialla e deldengue. Nel caso della febbre gialla esiste in commercio già da anni un vaccino estremamente efficacie che conferisce una copertura di 10 anni. Ciononostante, nei primi mesi del 2018 in Brasile è scoppiato un focolaio epidemico che ha portato alla raccomandazione della vaccinazione non solo per chi si dirige in Africa e Asia, ma anche per coloro che sono diretti nel Paese dell’America Latina. Nel caso del virus del dengue, invece, non esiste un vaccino, né alcuna terapia specifica, pertanto l’unica difesa consiste nella protezione dalle punture delle zanzare diurne, indossando quindi calze, pantaloni lunghi, camice o magliette a maniche lunghe e proteggendo le aree scoperte del corpo con repellenti cutanei. Le zanzare del genere Aedes possono inoltre trasmettere anche altri virus meno patogeni, ma che possono avere importanti effetti collaterali, come ad esempio Chikungunya e Zika.

Le zanzare che pungono una persona infetta, consentono la moltiplicazione del patogeno all’interno del proprio organismo e dopo alcuni giorni diventano in grado di trasmetterlo ad una persona sana attraverso una successiva puntura. Questi cicli di trasmissione avvengono solitamente in regioni tropicali dove si riscontra una massiccia presenza di zanzare vettrici. Tuttavia, negli ultimi 20 anni la globalizzazione ha favorito la colonizzazione di regioni temperate, Italia inclusa, da parte di Aedes albopictus, la famosa “zanzara tigre”, originariamente presente solo nel sud-est asiatico. La presenza stabile di questa specie nel nostro Paese, aumenta il rischio di trasmissione di virus che possono essere importati in Italia nel sangue dei viaggiatori provenienti da aree endemiche. A conferma di ciò, basti pensare all’epidemia di Chikungunya registrata nel Lazio ed in Calabria nel 2017 (prima di allora l’unica altra epidemia europea era stata registrata in Emilia Romagna nel 2007), con quasi 500 casi umani confermati, molti dei quali affetti da sintomi influenzali, aggravati da rush cutanei e forti dolori articolari che, in alcuni casi, perduravano anche mesi dopo la puntura.

Il gruppo di ricerca di Entomologia Medica del Dipartimento di Sanità Pubblica e Malattie Infettive della Sapienza di Roma, coordinato dalla Prof.ssaAlessandra della Torrericercatrice dell’Istituto Pasteur Italia, è in prima fila nello studio degli adattamenti della zanzara tigre alle condizioni eco-climatiche dell’Italia e nello sviluppo di nuove strategie per il monitoraggio e il controllo della specie. Ad esempio il gruppo ha creato, in sinergia con la start-up GT, ZanzaMapp, un’app gratuita che permette ai cittadini di segnalare in tempo reale quali sono le zone a più alta densità di zanzare e aiutare così gli esperti a tenere sotto controllo la situazione.

Gli asciugamani elettrici riempiono le mani di batteri

Gli asciugamani elettrici ad aria calda, molto in uso nei bagni pubblici, sono pieni di batteri. Lo ha trovato uno studio condotto dai ricercatori dell’Università del Connecticut.

Secondo la ricerca, questi dispositivi aspirano i batteri pericolosi che provengono dai bagni e li rigettano nelle mani dell’utente.

In breve, il sistema di asciugatura riempie le mani appena lavate con i batteri delle feci, tra cui lo Stafilococco aureo e il Clostridium difficile.

Quando si svuota il WC, i batteri si disperdono nell’aria e si diffondono in tutta la stanza, aspirati e convogliati dall’essiccatore nelle mani di chi lo utilizza.

La ricerca, pubblicata su Applied And Environmental Microbiology,  è stata condotta nei bagni dell’Università del Connecticut.

Lo studio completa le analisi precedenti, che già avevano mostrato come i batteri vengano diffusi nell’aria dagli asciugamani elettrici.

I risultati della ricerca potrebbero essere un segnale di allarme per gli ospedali, dove ci sono tali dispositivi, che possono essere una minaccia per la trasmissione dei germi.