Fondo per il sostegno del titolo di cura e di assistenza del Caregiver familiare: passo fondamentale

La Commissione Bilancio del Senato ha approvato all’unanimità l’emendamento che prevede il “Fondo per il sostegno del titolo di cura e di assistenza del Caregiver familiare” ed A.L.I.Ce. Italia Onlus(Associazione per la Lotta all’Ictus Cerebrale), coinvolta attivamente in questo processo, esprime la più grande soddisfazione per questo passo fondamentale che riconosce, finalmente, l’enorme peso di cui si fa carico chi si prende cura a lungo termine di persone disabili e affette da patologie croniche o degenerative, come l’ictus cerebrale.

In Italia le persone che hanno avuto un ictus e sono sopravvissute, con esiti più o meno invalidanti, sono oggi circa 940.000, ma il fenomeno è in costante crescita, a causa dell’invecchiamento della popolazione. Si stima che siano circa 200.000 ogni anno le persone colpite da questa malattia che può alterare profondamente le loro funzioni, limitandone le attività motorie, la comunicazione, le capacità intellettive. L’impatto dell’ictus in Italia, in termini di riduzione dell’autosufficienza e di incidenza dei bisogni assistenziali, risulta particolarmente gravoso, rappresentando la terza causa di morte dopo le malattie cardiovascolari e le neoplasie e la principale causa d’invalidità.

L’incidenza dell’ictus, inoltre, aumenta progressivamente con l’età raggiungendo il valore massimo negli ultra ottantacinquenni. Il 75% degli ictus colpisce soggetti di oltre 65 anni.

Le persone bisognose di aiuto nei prossimi decenni tenderanno ad aumentare di pari passo con l’aumento di malattie cronico-degenerative e della non autosufficienza.

“Desidero ringraziare fortemente la Cooperativa sociale Anziani per aver condotto questa battaglia negli ultimi dieci anni – dichiara la Dottoressa Nicoletta Reale, Presidente di A.L.I.Ce. Italia Onlus. Da sempre riteniamo sia fondamentale, soprattutto per le persone colpite da ictus, organizzare al meglio le reti di supporto. Se nella fase acuta della malattia, infatti, il paziente viene preso in carico dall’ospedale, in quella cronica è per lo più la famiglia che ha la responsabilità di decidere, ad esempio, se utilizzare ancora qualche servizio della sanità pubblica, se presente, o rivolgersi a servizi privati o a personale retribuito. Oltre la metà di chi è sopravvissuto ad un ictus presenta un grado di handicap sostanziale che comporta necessità diassistenza domiciliare e supporto continuativi da parte di una persona, ilcaregiver familiare appunto”.

In senso relativo, la frequenza di ictus è leggermente minore nelle donne rispetto agli uomini di pari età, ma essendo le donne anziane molto più numerose degli uomini, in termini assoluti, si verificano più ictus nelle donne che negli uomini. L‘onere del ‘prendersi cura’ ricade prevalentemente sulle donne: mogli, figlie e talora nuore o nipoti, che all’interno del nucleo si sono sempre fatte carico delle esigenze dei familiari più deboli. Questo ‘welfare invisibile’ è costituito da una rete oramai sottile in quanto risente della fragilità dell’attuale struttura familiare. Uno studio sulla stima dei potenziali caregiver evidenzia come nei prossimi anni questa fonte di sostegno potrebbe subire pesanti riduzioni rendendo la permanenza a domicilio dell’anziano non autosufficiente alquanto difficile senza il ricorso a forme private di cura. Negli ultimi anni si è passati da un tempo medio di riabilitazione in strutture ospedaliere di 6 mesi a circa 45 giorni, facendo gravare così sulle famiglie i costi sociali ed economici del percorso post-acuto.

Dati scientifici riportati nelle linee guida nazionali (ISO-Spread, 2016) ed internazionali (American Stroke Association, 2016) indicano che il paziente colpito da ictus, una volta rientrato al proprio domicilio dopo un periodo relativamente breve trascorso in ospedale o in strutture riabilitative, oltre ad una adeguata assistenza alla persona, che ha come obiettivo quello di ridurre le complicanze e le comorbosità, deve continuareun’attività finalizzata al migliore recupero funzionale. A questo processo ilcaregiver può e deve partecipare con risultati quantitativamente e qualitativamente apprezzabili (misurati da studi scientifici internazionali) sul piano personale, sociale ed economico-gestionale. La partecipazione del caregiver (convivente e non convivente) al processo di cura deve quindi essere obbligatoriamente riconosciuta e sostenuta sia organizzativamente che economicamente.

La valorizzazione e promozione di tale ruolo riconosciuto come un valore non solo morale, ma anche giuridico, economico e sociale potrebbe coprire almeno in parte le gravi carenze delle terapie riabilitative istituzionalmente organizzate dai Servizi Sanitari Regionali con effetti deleteri sugli esiti funzionali potenzialmente raggiungibili dal paziente ancorché colpito da un ictus grave, sui costi assistenziali diretti, quindi a carico del Servizio Sanitario nazionale ed indiretti, cioè sostenuti dalle famiglie.

Separazione: tenore di vita sì, ma solo fino al divorzio

“La Cassazione non si contraddice, in regime di separazione vale il principio del vincolo coniugale che lascia intatto il dovere di assistenza”
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso proposto da Berlusconi, confermando  il  principio del diritto del coniuge più debole a mantenere il tenore di vita matrimoniale e lasciando immutata  la sentenza con cui la Corte d’appello di Milano, nel 2014, aveva quantificato l’assegno mensile di mantenimento a favore della Sig.ra Veronica Lario, a due milioni di euro, riducendolo rispetto ai tre milioni stabiliti dalla sentenza di separazione.
“Contrariamente a quanto potrebbe apparire, il Supremo Collegio non si contraddice affatto rispetto a quanto affermato qualche giorno prima nella nota sentenza 11504 dell’11 maggio, sul principio di “autosufficienza” quale parametro per il riconoscimento dell’assegno di divorzio, in luogo di quello tradizionale legato al tenore di vita. – Spiega l’Avvocato Donatella De Caria, che da molti anni si occupa della materia del diritto di famiglia – A differenza del precedente caso, infatti, dove i Supremi giudici erano stati chiamati a decidere sulla domanda di riconoscimento dell’assegno divorzile proposta da un ex coniuge nei confronti dell’altro (un ex ministro), nel secondo caso, riguardante il ricorso proposto da Berlusconi nei confronti della moglie, la Corte affronta una  questione riguardante l’assegno di mantenimento dovuto in costanza di separazione (e non di divorzio). In costanza di separazione, le parti sono ancora marito e moglie, mentre nel divorzio, il matrimonio si scioglie e ciascuno riacquista il proprio stato libero.  In questa seconda sentenza riguardante i celebri coniugi – continua De Caria – viene semplicemente ribadito il principio che il permanere del vincolo coniugale durante la separazione lascia intatto il dovere di assistenza, cui sia il marito, sia la moglie sono obbligati fin dalla celebrazione del matrimonio e pertanto il diritto del coniuge più debole a vedersi riconosciuto il precedente tenore di vita.  Al contrario, nella precedente sentenza la Cassazione evidenzia che il divorzio recide, in modo definitivo, i rapporti tra i coniugi, compresi quelli di carattere economico e patrimoniale. I tempi per godere dell’assegno di mantenimento e quindi del precedente tenore di vita, sono, tuttavia, oggi, dopo le recenti riforme, piuttosto brevi – conclude De Caria – in quanto al divorzio si perviene in tempi brevissimi, cioè di sei mesi (in caso di separazione consensuale) o di un anno (in caso di separazione giudiziale) decorrenti dalla data di comparizione davanti al Presidente del Tribunale”.