L’esercizio fisico allontana l’Alzheimer negli anziani

L’esercizio fisico regolare non è solo buono per la memoria con l’avanzare dell’età, ma sembra anche aiuti a prevenire lo sviluppo dei segni fisici dell’Alzheimer, in coloro che sono a rischio di malattia, afferma un nuovo lavoro, condotto tramite tre ricerche.

Per giungere a questa conclusione, nella prima ricerca, gli studiosi hanno esaminato 317 partecipanti iscritti nel registro del Wisconsin per la prevenzione dell’Alzheimer.

Nel secondo studio, i ricercatori hanno analizzato 95 persone, sempre iscritte al registro, a cui erano stati assegnati dei punteggi in base al rischio poligenico, ossia relativo al fatto che possedessero determinati geni associati all’Alzheimer.

Allo stesso modo, il terzo studio ha esaminato la risonanza magnetica di 107 individui del registro che erano stati invitati a correre su un tapis roulant per determinare la loro efficienza nell’assorbimento dell’ossigeno, una misura della forma fisica aerobica.

La partecipazione al registro comprendeva una valutazione iniziale dei fattori biologici, di salute e di stile di vita, associati alla malattia di Alzheimer, e valutazioni ogni due o quattro anni.

Tutti i partecipanti avevano completato un questionario sulla loro attività fisica ed erano stati sottoposti a test neuropsicologici e a scansioni a cerebrali per misurare diversi biomarcatori associati alla malattia di Alzheimer.

I ricercatori hanno confrontato i dati degli individui di età inferiore ai 60 anni con gli adulti più anziani e hanno riscontrato una diminuzione delle capacità cognitive e un aumento dei biomarcatori associati alla malattia di Alzheimer, negli individui più anziani.

Tuttavia, gli effetti erano significativamente più deboli negli adulti più anziani che avevano riferito di essersi impegnati in almeno 30 minuti di esercizio fisico moderato, per cinque giorni alla settimana.

Complessivamente, questi studi suggeriscono che l’effetto negativo dell’invecchiamento e del rischio genetico sui biomarcatori e sulla cognizione della malattia di Alzheimer, possono essere ridotti negli adulti fisicamente attivi e più anziani a rischio di malattia, rispetto ai coetanei meno attivi, hanno detto i ricercatori.

Uno stile di vita sano protegge dall’Alzheimer

Uno studio presentato alla Conferenza annuale dell’Associazione sull’Alzheimer a Los Angeles, in California, il 14 luglio, dice che uno stile di vita sano tiene lontano l’Alzheimer.

Gli scienziati guidati dal dott. Klodian Dhana del Rush University Medical Center di Chicago hanno seguito quasi 2.500 persone per quasi un decennio mentre monitoravano i diversi fattori del loro stile di vita (dieta, fumo, attività fisica, alcol bevuto e quantità di attività cognitiva).

I ricercatori hanno scoperto che le persone che avevano stili di vita più sani nel complesso (dieta povera di grassi, astensione dal fumo, esercizio fisico per almeno 150 minuti a settimana, assunzione moderata di alcol, impegno in alcune attività cognitive) avevano avuto livelli più bassi di demenza a causa dell’Alzheimer.

Più erano le attività salutari a cui le persone aderivano, nello studio, minori erano i rischi di demenza. L’associazione rimaneva forte anche dopo che Dhana e il suo team avevano vagliato il possibile effetto di fattori quali età, istruzione e geni capaci di predisporre le persone a un rischio più elevato di Alzheimer.

Quando i ricercatori hanno limitato il set di dati solo a quelle persone con fattori di rischio genetici, come la variante genica ApoE4, hanno scoperto che coloro che avevano adottato uno stile di vita più sano avevano avuto un rischio minore di demenza, rispetto a quelli che non lo avevano fatto.

Farmaco per l’ipertensione rallenta l’Alzheimer

I ricercatori del Radboud University Medical Centre, nei Paesi Bassi, hanno trovato che un trattamento per l’ipertensione potrebbe rallentare lo sviluppo della malattia di Alzheimer.

I risultati dello studio dicono che la nivaldipina aveva ridotto la pressione sanguigna e aumentato il flusso sanguigno cerebrale del 20% nell’ippocampo, un’area del cervello associata alla memoria e all’apprendimento, mentre il flusso in altre regioni cerebrali era rimasto stabile.

Nello studio, che è stato condotto nell’arco di sei mesi, su 58 pazienti, alcuni avevano assunto nivaldipina, un calcio antagonista usato per trattare l’ipertensione, mentre gli altri avevano ricevuto un placebo. Nel lungo periodo, gli scienziati hanno osservato il cervello di ciascun partecipante eseguendo una risonanza magnetica.

I ricercatori hanno affermato nella rivista Hypertension che “i cambiamenti cerebrovascolari, inclusa la riduzione del flusso sanguigno cerebrale, si verificano all’inizio dello sviluppo della malattia di Alzheimer e possono accelerare la progressione della malattia”.

Il virus dell’herpes accelera lo sviluppo dell’Alzheimer

Un nuovo interessante studio fatto dai ricercatori dell’Università di Stoccolma e del Karolinska Institutet ha descritto un meccanismo mediante il quale le particelle virali possono interagire con le proteine ​​nei fluidi biologici e diventare più infettive, accelerando la formazione delle placche spesso associate alle malattie neurodegenerative come l’Alzheimer.

Negli anni ’80 una serie di studi aveva trovato una strana associazione tra il virus dell’herpes simplex e l’insorgenza del morbo di Alzheimer. La malattia neurodegenerativa, secondo questi studi, potrebbe avere un’origine virale.

In seguito a una serie di studi clinici falliti e a test di farmaci progettati per attaccare direttamente l’accumulo di placche amiloidi, alcuni ricercatori stanno riconsiderando queste ipotesi virali alternative.

Il nuovo studio svedese ha studiato i modi in cui i virus possono interagire con le proteine e, per la prima volta, ha dimostrato che determinati virus potrebbero essere in grado di accelerare la progressione della malattia di Alzheimer.

“Immagina una palla da tennis che cade in una ciotola di latte e cereali”, dice Kariem Ezzat, autore principale del nuovo studio. “La palla viene immediatamente coperta dalle particelle appiccicose nel mix e rimangono sulla palla quando la estrai dalla ciotola, la stessa cosa accade quando un virus entra in contatto con sangue o fluidi polmonari che contengono migliaia di proteine: queste proteine ​​si attaccano immediatamente alla superficie virale formando la cosiddetta corona proteica”.

La nuova ricerca ha rivelato che il virus herpes simplex di tipo 1 (HSV-1) ha la capacità di catalizzare le proteine ​​amiloidi nella sua corona e indurre l’aggregazione di tali proteine.

In sostanza, le cellule virali accelerano la formazione delle proteine ​​amiloidi in accumuli di placca più grandi.

Per verificare il meccanismo negli organismi viventi, i ricercatori hanno esaminato un modello murino progettato per sviluppare rapidamente la patologia dell’amiloide di Alzheimer.

Alcuni degli animali erano stati infettati intracranicamente con HSV-1 e i risultati sono stati netti. Gli animali infettati hanno sviluppato notevoli segni patologici di Alzheimer in 48 ore, mentre i topi non infetti normalmente impiegano diversi mesi per raggiungere lo stesso punto degenerativo.

I ricercatori hanno specificato che lo studio non dimostra la causalità tra il virus e la malattia di Alzheimer, ma offre invece una convincente spiegazione meccanicistica del motivo per cui molti studi associativi hanno trovato certe correlazioni.

A causa della natura profondamente comune delle infezioni da HSV-1 negli esseri umani, è improbabile che il virus sia il solo responsabile dell’insorgere dell’Alzheimer. Tuttavia, può accelerare la progressione della malattia negli individui con altri fattori di rischio ancora da scoprire.

Il nuovo studio è stato pubblicato sulla rivista Nature Communications.

Farmaco per il diabete potrebbe curare l’Alzheimer

Un farmaco usato per trattare il diabete può essere la chiave per il trattamento delle malattie neurodegenerative. La scoperta è stata fatta da un gruppo di scienziati, che stavano provando il farmaco su dei ratti.

Negli animali, il prodotto potenziava un meccanismo neurale che combatte l’accumulo di proteine ​​tau, correlato a malattie come l’Alzheimer.

I risultati del nuovo lavoro, pubblicati su Science Translational Medicine, secondo gli autori dello studio, possono aiutare in futuro a sviluppare farmaci che curano malattie ancora non trattate.

Una delle principali caratteristiche di malattie come la demenza frontotemporale (DFT) e l’Alzheimer è l’accumulo di proteine ​​neurali tau. Non ci sono trattamenti che interferiscono con i meccanismi responsabili di questo problema, cosa che ha spinto gli scienziati americani a capire meglio come questa molecola si sviluppi nel cervello.

Il team di scienziati dell’Università della California, USA, ha identificato un nuovo percorso cellulare che promuove la degradazione delle proteine ​​tau attraverso l’azione dei lisosomi. Ha anche scoperto che il percorso pulisce queste proteine ​​inibendo l’enzima farnesil transferasi e impedendo così alla proteina chiamata ras di interagire con i neuroni.

Con la scoperta di questo meccanismo, i ricercatori hanno deciso di testare una molecola in grado di potenziare questo processo.

Il team ha deciso di studiare il potenziale terapeutico di un inibitore della farnesil transferasi che è stato ampiamente studiato per il trattamento dell’epatite D, la progeria e le terapie contro il diabete.

La stimolazione visiva e uditiva che potrebbe sconfiggere il morbo di Alzheimer

L’esposizione di un’ora ogni giorno a una luce tremolante e a un ronzio appositamente calibrato può aiutare a liberare il cervello dalle proteine ​​tossiche che causano la malattia di Alzheimer, almeno nei topi.

Un nuovo studio del MIT ha trovato che c’erano stati negli animali notevoli miglioramenti neurologici attraverso una semplice stimolazione visiva e uditiva.

Già nel 2016, Li-Huei Tsai e i colleghi dell’Istituto Picower per l’apprendimento e la memoria del MIT avevano studiato la correlazione tra le oscillazioni gamma alterate nel cervello e il morbo di Alzheimer. Queste oscillazioni gamma possono variare da 25 a 100 Hertz, ma da molto tempo gli studiosi ipotizzano che 40 Hz sia la frequenza magica per un funzionamento ottimale del cervello.

Utilizzando la tecnologia optogenetica, i ricercatori hanno specificamente stimolato i singoli neuroni nell’ippocampo degli animali, utilizzati nel nuovo studio, scoprendo in essi riduzioni sia delle proteine ​​amiloidi che di quelle tau, dopo solo un’ora di stimolazione a 40 Hz.

I ricercatori hanno poi scoperto che effetti simili potrebbero essere generati nel cervello del topo attraverso una semplice esposizione esterna a uno sfarfallio della luce a 40 Hz.

Nello studio appena pubblicato sulla rivista Cell, il team del MIT ha esplorato gli effetti dell’aggiunta di stimoli sonori al trattamento. I risultati hanno rivelato effetti simili, con un’ora di esposizione a 40 Hz di toni al giorno, che riduceva significativamente l’accumulo di amiloide sia nella corteccia uditiva che nell’ippocampo del cervello di un topo.

Il doppio trattamento visivo e uditivo si è rivelato, inoltre, molto più efficace di ogni stimolazione da sola. Gli effetti neurologici più ampi di questo trattamento combinato hanno dimostrato un aumento dell’attività della microglia nella corteccia prefrontale.

Tuttavia, una grande quantità degli effetti benefici del trattamento si era notevolmente attenuata una settimana dopo l’interruzione della cura, il che significa che potrebbero non esserci benefici a lungo termine dalla stimolazione. Inoltre, non è chiaro esattamente il motivo per cui 40 Hz è la frequenza perfetta per generare questi effetti. Sono perciò necessari ulteriori studi per scoprire i meccanismi molecolari che sono alla base di questo particolare fenomeno.

La ricerca, inoltre, finora è stata fatta solo nei modelli murini. L’intero campo della ricerca di Alzheimer è pieno di studi che si sono dimostrati promettenti nei modelli animali, ma non potrebbero mai essere replicati negli esseri umani.

Il team di ricerca ora ha già condotto dei test di sicurezza nell’uomo per il trattamento visivo e uditivo combinato, con iscrizioni in corso per una sperimentazione più grande rivolta ai pazienti con Alzheimer, in fase iniziale.

Ci vorranno anni per accertare quanto sia efficace questa tecnica nel rallentare o invertire i sintomi dell’Alzheimer nell’uomo, dicono gli studiosi.

La dieta MIND fa perdere peso e protegge il cervello

La dieta MIND fa perdere peso e protegge il cervello dall’Alzheimer.

Lo ha trovato un nuovo studio che ha seguito 1.220 adulti australiani di età pari o superiore a 60 anni, per un periodo di 12 anni.

In quel periodo, gli scienziati hanno analizzato come i diversi piani alimentari influenzassero la salute del cervello dei loro pazienti.

E hanno scoperto che seguire la dieta MIND era legato a una riduzione del 19% delle probabilità di sviluppare la demenza clinicamente diagnosticata.

La dieta riduceva il rischio di Alzheimer fino al 53% nelle persone che meticolosamente aderivano al piano alimentare e fino al 35% in coloro che lo seguivano solo moderatamente.

“Questo studio ha mostrato per la prima volta, al di fuori degli Stati Uniti, che la dieta MIND riduce il rischio di demenza”, ha detto Kaarin Anstey, ricercatrice dell’UNSW di Sydney.

Per lo studio, gli scienziati hanno chiesto ai partecipanti di rispondere a domande sulla loro dieta, mentre la loro funzione cerebrale è stata monitorata nel tempo.

Non è la prima volta che la dieta MIND dimostra di ridurre le possibilità di sviluppo della demenza. Il piano alimentare era stato messo a punto dal Rush Medical Center di Chicago (Usa).

La dieta, chiamata MIND, è un insieme della dieta mediterranea e della dieta DASH (contro l’ipertensione).

Consiglia di consumare dieci alimenti ogni giorno e di evitare cinque tipi di cibo. Si devono consumare tre porzioni di cereali integrali, una porzione di verdura a foglia verde e un altro vegetale ogni giorno, insieme a un bicchiere di vino, degli snack quasi tutti i giorni a base di noci. Bisogna mangiare fagioli ogni due giorni, circa, pollame e frutti di bosco almeno due volte a settimana e pesce almeno una volta alla settimana. Come condimento è consigliato l’olio d’oliva e meno di un cucchiaio di burro al giorno. Sono da evitare i cibi fritti e i fast food, la carne rossa, il formaggio, il burro e la margarina, i pasticcini e i dolci. E’ concessa solo una porzione di cibo malsano, una volta a settimana.