Catastrofi, oltre 1200 vittime in Africa nel 2019

Almeno 33 milioni di persone in Africa orientale e meridionale[1], tra cui più di 16 milioni di bambini[2], sarebbero vittime dell’insicurezza alimentare causata dalle crisi climatiche, che in alcuni casi possono portare fino a una vera propria emergenza fame. Più di 1200 persone hanno perso la vita a causa di cicloni, inondazioni e frane in Mozambico, Somalia, Kenya, Sudan e Malawi nel 2019[3]; in Africa meridionale, inoltre, negli ultimi 50 anni le temperature si sono alzate del doppio rispetto alla media globale[4], con molti Paesi che sono stati colpiti da crisi multiple, come il Mozambico che quest’anno ha sperimentato due forti cicloni nella stessa stagione per la prima volta nella storia.

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Rapporto ONU sui progressi verso Fame Zero

È stato presentato a New York il nuovo rapporto ONU sLo Stato della Sicurezza Alimentare e della Nutrizione nel Mondo (SOFI), frutto della collaborazione di FAO, IFAD, OMS, UNICEF e WFP. Uno studio che fornisce una stima aggiornata sul numero di persone che soffrono la fame nel mondo, su rachitismo e deperimento nei bambini, nonché sull’obesità.

Si tratta di una stima importante relativa al progresso verso l’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile Fame Zero. Obiettivi che, stando proprio ai dati di questo rapporto, sembrano diventare sempre più difficili da raggiungere, poiché dal 2015 in poi, dopo decenni di costante declino, la tendenza si è invertita e il numero di persone che soffrono la fame è tornato (pur se lentamente) ad aumentare. Più di 820 milioni di persone nel mondo hanno sofferto la fame nel 2018 e, se si considerano anche coloro che sperimentano condizioni di insicurezza alimentare, si stima che oltre 2 miliardi di persone non abbiano accesso regolare a cibo sicuro, nutriente e sufficiente. Numeri che comprendono l’8% della popolazione del Nord America e dell’Europa.

Le cause, secondo l’ONU, sono da ricercare nel sistema economico: la fame è aumentata in molti paesi in cui l’economia ha rallentato, soprattutto nei paesi a medio reddito. Inoltre, le crisi economiche aggravano quelle alimentari causate da guerre e shock climatici.

 

Di fronte a questo quadro allarmante, Carlo Petrini, presidente internazionale di Slow Food e ambasciatore del programma Fame Zero per la FAO, commenta: «Per il quarto anno di seguito il rapporto evidenzia una situazione in peggioramento, il che significa che siamo in presenza di una tendenza. Sembra incredibile che nel 2019 l’homo sapiens sia ancora alla prese con la lotta contro la fame, e ancor più incredibile è constatare che stiamo perdendo! Slow Food ormai da molti anni è impegnata in questa lotta: il quadro che emerge oggi dalla nuova edizione del rapporto ONU ci chiama a un ulteriore impegno, con forza e urgenza. Il rapporto ci dice anche che il problema non è la quantità di cibo globalmente a disposizione, come sostengono le multinazionali dell’agro-industria, ma la sua disponibilità per chi è in condizioni economiche e sociali svantaggiate. È un tema di diritti negati e non di incremento della produzione. Servono quindi politiche coraggiose dei governi di tutto il Pianeta, per il contrasto alla povertà, alle disuguaglianze e all’emarginazione, che adottino e promuovano un modello di produzione alimentare agro-ecologico, inclusivo e socialmente equo».

Riguardo al continente ancora oggi più colpito dalla piaga della fame, l’Africa, Edie Mukiibi, agronomo ugandese e membro del Comitato Esecutivo Internazionale di Slow Food, aggiunge: «I 3207 orti agroecologici che Slow Food ha creato in 35 Paesi africani costituiscono oggi un piccolo ma significativo contributo al problema della malnutrizione, un modello positivo di partecipazione e di organizzazione dal basso. E soprattutto un modello facilmente replicabile: noi, con le nostre forze, (relativamente scarse rispetto a quelle delle istituzioni e dei governi) siamo riusciti a realizzare oltre 3 mila orti. E ognuno di questi orti coinvolge circa 120 persone in maniera continuativa, contribuendo in molti casi a evitare che questi individui vadano a far lievitare le già drammatiche cifre che oggi l’ONU ci ha consegnato».

 

Attraverso il progetto degli orti Slow Food in Africa sono stati realizzati finora 1585 progetti nelle scuole e 1622 progetti nelle comunità, per un totale di 3207 orti attivi. Essi coinvolgono circa 305.000 studenti (la metà sono donne) e oltre 40.000 adulti (in questo caso le donne sono il 72%). Questi orti sono un chiaro segno che gli africani sono impegnati ad affrontare in prima persona i problemi di fame e malnutrizione.

 

Ancora Edie Mukiibi: «Gli orti Slow Food non sono solo fonti di cibo per le comunità, ma anche strumenti educativi e culturali per tutti i soggetti coinvolti. Aumentano la quantità e la varietà di cibo fresco disponibile per l’autoconsumo, diminuendo la dipendenza dal mercato per i semi e le integrazioni della dieta. La riscoperta degli ecotipi vegetali locali e la reintroduzione della loro coltivazione – più adattabile all’ecosistema locale – può inoltre essere fondamentale per assicurare la resilienza delle comunità che devono affrontare gli effetti negativi dei cambiamenti climatici. Un sistema alimentare che si basa su un’ampia varietà di piante coltivate infatti è più forte, non solo perché permette di superare i problemi che in ogni stagione possono colpire alcune piante, ma garantisce anche maggiore salubrità della dieta e del contesto ambientale in cui l’orto è realizzato».

 

Avventure e safari in treno con Shongololo

Shongololo è la parola Zulu che indica il grande millepiedi marrone. Il treno prende il nome dal millepiedi per via dei movimenti sinuosi con cui si muove e dalla somiglianza fra i due quando si vede il treno attraversare le pianure dell’Africa del sud. Unico nel suo genere, Shongololo Express offre una vera esperienza di safari, su rotaia.

Basato alla stazione di Pretoria di proprietà di Rovos Rail, Shongololo Express ha iniziato le operazioni nel 1995 e da allora garantisce ai propri ospiti un’esperienza di viaggio davvero speciale. Rovos Rail che gode di una reputazione invidiabile nel fornire un servizio eccellente con particolare attenzione ai dettagli offre, grazie ai treni Shongololo Express, degli itinerari esperienziali da 12 o 15 giorni che attraversano il Sudafrica, la Namibia, lo Swaziland, il Mozambico e lo Zimbabwe.

Il treno, di proprietà del governo, è stato revisionato e ristrutturato mantenendo lo stile coloniale. Commercializzato come “tre stelle”, rispetto al prodotto a cinque stelle di Rovos, è più informale sia nell’arredamento che nell’abbigliamento richiesto a bordo nonché nel menù della cena in cui sono comprese tre portate. Un viaggio di 12 giorni costa poco più di €3.500 a persona.

Viaggiando comodamente durante la notte, i treni Shongololo Express consentono agli ospiti di non perdere preziose ore di vacanza, giungendo ad ogni alba in una nuova, favolosa destinazione. Guide professionali multilingue (inglese, francese e tedesco) sono pronte per accompagnare gli ospiti nelle escursioni. La loro esperienza, entusiasmo e conoscenza garantiscono ai passeggeri di vivere al massimo il programma di ogni giornata.

Dall’accoglienza calorosa all’eccitante e vario programma, dall’ottima cucina alla selezione di vini sudafricani, tutto si combina per creare un’esperienza indimenticabile.
72 ospiti sono accomodati in due categorie di confortevoli suite: la suite Emerald è la più spaziosa, seguita dalla Gold. Entrambe le categorie di suite, arredate con gusto, sono dotate di un’area salotto e un bagno privato con doccia. Shongololo Express offre ai propri ospiti l’opzione “Pre-Night” ovvero la possibilità di passare a bordo del treno la notte precedente la partenza del tour.

Nelle cabine gli ospiti dispongono di ampio spazio in cui riporre i propri effetti personali e di tutto il necessario per trascorrere una vacanza a bordo del treno.

Il treno dispone di diverse aree comuni ad esempio la Lounge Car, dove ci si può rilassare, leggere o semplicemente guardare il panorama sorseggiando un drink.

La Dining Car, l’elegante carrozza ristorante, storicamente arredata, dove ogni sera si cena con piatti della cucina africana moderna o tradizionale per un’autentica esperienza di viaggio.

Particolarmente suggestiva, l’Observation Car: posta in coda al treno, è un terrazzino che permette ai passeggeri di trascorrere del tempo all’aria aperta e, in parte, al riparo dal sole. Da qui si può godere la vera esperienza di viaggio in treno attraverso i magnifici paesaggi che il sud dell’Africa offre.

Sul sito www.shongololo.com, è possibile scoprire tutti gli itinerari di Shongololo Express che raggiungono anche altri paesi dell’Africa meridionale: Good Hope Golf South Africa- Northbound Itinerary, Dune Express Namibia – Westbound Itinerary, Dune Express Namibia – Eastbound Itinerary, Southern Cross Zimbabwe – Northbound Itinerary, Southern Cross Zimbabwe – Southbound Itinerary.

Apri una manina: per dare una possibilità ai bambini meno fortunati

I chirurghi plastici di AicpeOnlus lanciano il progetto “Apri una manina” per salvare i bimbi meno fortunati da una grave menomazione.

«In Africa molti bimbi hanno le mani chiuse per una patologia, la sindattilia, o per esito di ustione: un intervento di chirurgia plastica può aprirle».

A Faenza (Ra) sabato 1° ottobre una cena solidale per sostenere l’iniziativa.

Una cena per dare la possibilità ai bambini meno fortunati di aprire le proprie manine. È il senso dell’iniziativa organizzata da AicpeOnlus, sodalizio no profit che si dedica alla chirurgia plastica umanitaria, che dà appuntamento ai propri soci e simpatizzanti sabato 1° ottobre a Faenza per una serata da trascorrere alla Locanda Spadoni.

«È il secondo anno che organizziamo la cena “Togo… Together” per raccogliere fondi per AicpeOnlus. Oltre al Togo, le missioni si svolgono in Paraguay, Guatemala e, dal prossimo anno per la prima volta, anche in Benin» dice il chirurgo plastico Adriana Pozzi, promotrice dell’evento e vice presidente di AicpeOnlus.

In particolare, i soldi raccolti durante la serata del 1° ottobre saranno destinati a sostenere gli interventi per guarire le mani dei bambini da malformazioni. «Abbiamo voluto dedicare la serata al progetto “Apri una manina” – spiega Pozzi -. Con questa iniziativa vogliamo rivolgere l’attenzione verso una problematica molto diffusa soprattutto in Africa, quella delle “mani chiuse”. Si tratta di una problematica legata a due cause principali: una patologia chiamata sindattilia e le ustioni non curate».
La sindattilia è una patologia che ha un’incidenza di uno ogni 2500 nati e consiste nella della fusione parziale (solo cutanea) o completa (anche ossea) delle dita delle mani e dei piedi. Nel 50% dei casi ha cause ereditarie cromosomiche e spesso è associata a polidattilia, ovvero dita soprannumerarie, anche solo abbozzate. Può essere associata ad altre malformazioni dello scheletro facciale e della colonna vertebrale, esofago, cardiovascolari e reni.

«La sindattilia è un difetto che si risolve operando i bimbi già da piccoli, a partire dai 18 mesi: dopo l’intervento utilizzano presto le dita, in quanto nel bambino la ripresa funzionale è veloce. Mentre in Italia i bambini sono tutti curati tempestivamente, nei paesi del Terzo Mondo spesso questi casi restano irrisolti. Quest’anno sono stata in missione all’ospedale Saint Jean de Dieu di Afagnan in Togo e abbiamo visto diversi casi in poche settimane» dice Pozzi.

In Africa, oltre alla sindattilia, i bimbi hanno le manine chiuse anche a causa delle cicatrici da ustione che, spiega Pozzi, «in mancanza di intervento rapido, si retraggono e conducono alla fusione delle dita con il palmo. Le ustioni alle mani sono molto diffuse in quanto i piccoli stanno vicini alle mamme che cucinano su fuochi liberi».

La cena “Togo…together” si svolgerà sabato 1° ottobre in una location suggestiva, Locanda Spadoni a Faenza (Ra). «Ci è piaciuto questo posto perché è molto accogliente. Mentre si mangiano i piatti tipici, realizzati con materie prime di ottima qualità, le donne dette “le sfogline” fanno le piadine e tirano le sfoglie per la pasta “a vista” dietro una vetrina» aggiunge Pozzi.

I cambiamenti climatici e l’inquinamento minacciano la salute pubblica

I cambiamenti climatici e l’aria inquinata sono le due più grandi minacce per la salute pubblica in Europa e nell’Asia centrale, secondo la sesta relazione dalla Commissione economica dell’ONU per l’Europa (UNECE) e del programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP).

Il rapporto, pubblicato in occasione della conferenza sul clima, che dall’8 e fino a 10 giugno si è svolta nella città georgiana di Batumiju, include raccomandazioni ai governi e agli altri attori globali, tra cui quella di aumentare la produzione di energia proveniente da fonti rinnovabili, riducendo l’uso dei fertilizzanti e delle sostanze chimiche inquinanti, anche migliorando la regolamentazione legislativa sulla protezione del suolo.

La relazione mette in guardia sulla continua degradazione dell’ecosistema e sulla perdita della biodiversità nella regione eurasiatica e sull’uso dei veicoli a motore in alcuni paesi dell’UE, che portano a livelli elevati di inquinamento da impianti industriali.

L’aria inquinata è una delle principali cause di morte prematura, a cui è esposto il 95% della popolazione urbana nei paesi dell’UE, ha detto la relazione.

Gli autori della relazione hanno anche avvertito sul pericolo crescente proveniente dai cambiamenti climatici e dalle loro conseguenze per l’ambiente e la salute umana.

Inondazioni, temperature estreme, riduzione della produzione agricola e aumento delle malattie causate da acqua contaminata e cibo sono preoccupanti.

La riduzione della biodiversità e il degrado degli ecosistemi a causa della rapida urbanizzazione è particolarmente pronunciata nell’Europa orientale e occidentale, mentre lo è leggermente meno nelle parti centrali dei paesi del continente.

Gli stati membri dell’UE a causa di un uso eccessivo di prodotti chimici ogni giorno stanno perdendo 275 ettari di terreno coltivabile, cosa che incide negativamente sulla salute della popolazione, secondo il rapporto.

Il mal d’Africa passa con dei capi unici

211 MARRONE HD-1princess-handle-with-careSoffrite del mal d’Africa. Se sì, oggi potete alleviarlo indossando un capo che ricorda il Continente, in abiti di qualità.

Ci sono tessuti khanga, stampe astratte e ricami preziosi da abbinare e sovrapporre, per creare uno stile etnico colorato e molto originale, con inedite incursioni gipsy, nello stile Princess Handle With Care.

La casa di moda ha presentato il suo stile etno-boho fatto di contaminazioni folk e nomadismi sartoriali. A pieno colore.

Princess Handle With Care è una marca di abbigliamento femminile di lusso, artigianale e sartoriale in edizione limitata, creata dalla stilista romana Laura Azzariti.

La produzione contrappone al fast fashion e al Made in China (facile guadagno con prodotto qualitativamente pessimo) la “lentezza” e i “tempi” della confezione artigianale e sartoriale, del “savoir faire” del MADE IN ITALY.

Nasce così una linea in edizione limitata che si rivolge ad una clientela esclusiva, che ama avere capi unici, anche personalizzati, che ama i capi di lusso ma spesso non può accedervi per i costi troppo alti. Molte creazioni sono realizzate in un unico esemplare, riproducibili per le clienti su ordinazione, su misura.