Le tracce della memoria sono profonde

Le tracce lasciate nel cervello dalla paura si possono formare nell’ipotalamo, secondo un nuovo studio pubblicato su Neuron.

Il lavoro potrebbe aprire delle prospettive per curare alcune paure patologiche.

Questo nuovo studio è il risultato del lavoro di un team internazionale coordinato da Alexandre Charlet dell’Istituto di neuroscienze cellulari e integrative di Strasburgo e da Valery Grinevich dell’Università di Heidelberg (Germania).

Gli autori dimostrano che gli engrammi (impronte cerebrali), insiemi di cellule che formano la base della traccia di memoria registrata dal cervello, possono formarsi nell’ipotalamo.

Gli engrammi sono ben noti ma solo in strutture corticali superiori. Il nuovo studio dice che possono esistere anche in vecchie strutture, come l’ipotalamo.

Grazie ad un nuovo metodo di targeting genetico, che permette di toccare specificamente i neuroni attivi durante una reazione di paura, i ricercatori hanno scoperto la formazione di engrammi ipotalamici la cui manipolazione altera drasticamente l’espressione e il ricordo di una paura.

Gli studiosi sono riusciti a cancellare o a far persistere l’espressione della paura intervenendo sui neuroni che producono l’ossitocina, il cosiddetto “ormone dell’amore”, fortemente coinvolto nella regolazione delle emozioni.

Lo studio ha mostrato che può esserci una comunicazione tra l’ipotalamo, i neuroni che producono l’ossitocina e l’amigdala (parte del cervello che gestisce le emozioni come la paura e lo stress).

Queste scoperte potrebbero consentire l’emergere di nuove strategie terapeutiche, soprattutto quando la paura diventa patologica, come nel caso del disturbo da stress post-traumatico.

Il 2017 è stato caratterizzato da un’ampia epidemia di epatite A. Lo hanno fatto presente
Alcuni ricercatori hanno scoperto che l'isolamento cronico a lungo termine può provocare l'accumulo di una
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Quando il sesso fa paura: epatite A, gonorrea, sifilide in aumento

Il 2017 è stato caratterizzato da un’ampia epidemia di epatite A. Lo hanno fatto presente gli esperti di ICAR (Italian Conference on AIDS and Antiviral Research), riuniti a Roma per il X Congresso. La malattia ha colpito gran parte dell’Europa e in Italia ha raggiunto le proporzioni maggiori con un’incidenza pari a 6,9 casi per 100.000 abitanti: nel 2017 sono stati segnalati 3426 casi di epatite A. Le regioni che hanno segnalato più casi sono state Lombardia (778) e Lazio (562). La maggior parte dei casi ha riguardato maschi adulti tra i 25 e i 54 anni, in particolare esposti a rapporti con persone dello stesso sesso (MSM, circa il 62%). Quindi questi dati hanno indotto a considerare l’epatite A come una vera malattia a trasmissione sessuale.

“Oltre alla trasmissione tra MSM, maschi che fanno sesso con maschi, il contagio può avvenire tramite il consumo di molluschi crudi o poco cotti contaminati dal virus – spiega il Prof. Claudio M. Mastroianni, Direttore UOC Malattie Infettive, Latina – Sapienza Università di Roma, Polo Pontino, nonché Segretario Nazionale di SIMIT – e meno frequentemente attraverso il consumo di acqua non controllata o a seguito di viaggio in aree endemiche. Recentemente è stata segnalato anche un cluster epidemico in Australia relativa al consumo di melograno surgelato. La diffusione di una adeguata campagna di informazione sulle misure precauzionali soprattutto nella popolazione giovane adulta è fondamentale per contrastare la diffusione dell’infezione da HAV ed evitare la ripresa dell’epidemia; in tal senso la vaccinazione rappresenta lo strumento più efficace che va raccomandato in popolazioni target ad alto rischio sulla base di indicazioni comportamentali”.

Tra le altre malattie sessualmente trasmissibili, oltre ad HIV e sifilide, desta un certo allarme la gonorrea che rappresenta la seconda più comune malattia a trasmissione sessuale batterica in Europa (oltre 75.000 casi confermati nel 2016). L’allarme è dovuto per la diffusione di ceppi di gonococco resistenti agli antibiotici. Negli ultimi decenni, il gonococco ha sviluppato resistenza a diverse classi antimicrobiche come sulfonamidi, penicilline, tetracicline, macrolidi, fluorochinoloni e, più recentemente, cefalosporine di terza generazione. A febbraio e marzo del 2018 sono stati riportati nel Regno Unito e in Australia i primi tre casi di infezione da Neisseria gonorrhoeae ampiamente resistente a tutti i farmaci (XDR). Questi primi casi evidenziano la crescente minaccia rappresentata dalla gonorrea multi-resistente (MDR) e largamente resistente ai farmaci (XDR); la diffusione di tale malattia sessualmente trasmissibile desta notevole preoccupazione per le pochissime alternative terapeutiche, mancanza di un vaccino e scarsa capacità di sorveglianza a livello nazionale e internazionale.

“Tra le infezioni a trasmissione sessuale prevenibili con il vaccino – conclude il Prof. Mastroianni – va considerata l’infezione da papilloma virus (HPV), agente responsabile del cancro della cervice uterina, della vulva, della vagina di tumori dell’ano, del pene e del cavo orale. La campagna di vaccinazione contro l’HPV è indirizzata agli adolescenti di entrambi i sessi, preferibilmente intorno agli 11 e i 12 anni di età. In Italia la media nazionale di adesione alla vaccinazione anti-HPV è pari a circa il 70% delle ragazze tra 11 e 12 anni. L’efficacia e la sicurezza del vaccino anti-HPV è stata recentemente confermata da una revisione della Cochrane che ha analizzato 26 studi 26 studi riguardanti un totale dei 73.428 ragazze adolescenti e donne. In Australia dopo una estesa campagna di vaccinazione nel decennio, tra il 2005 e il 2015, il tasso di HPV tra le donne di 18-24 anni è passato dal 22,7% all’1,1%. Tali risultati lasciano prevedere che nei prossimi 40 anno il cancro della cervice uterina non sarà più un problema di salute pubblica in Australia”.

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L’isolamento cronico provoca stress e paura

Alcuni ricercatori hanno scoperto che l’isolamento cronico a lungo termine può provocare l’accumulo di una sostanza chimica nel cervello che aumenta lo stress, l’aggressività e la paura.

In uno studio pubblicato sulla rivista Cell, gli studiosi del California Institute of Technology, negli Stati Uniti, hanno rivelato che l’isolamento sociale prolungato porta ad una vasta gamma di cambiamenti comportamentali nei topi, i quali sviluppano una maggiore aggressività verso i topi sconosciuti, una paura persistente e una ipersensibilità verso gli stimoli minacciosi.

Dallo studio è emerso che quando gli animali incontrano uno stimolo minaccioso, gli esemplari socialmente isolati rimangono immobili in un luogo, per molto tempo, anche dopo che la minaccia è passata, mentre i topi normali smettono di stare immobili, subito dopo la rimozione della minaccia.

Questi effetti, nello studio, si sono verificati quando i topi erano stati sottoposti a due settimane di isolamento sociale, ma non a breve termine, con l’isolamento sociale ad esempio di 24 ore, suggerendo che i cambiamenti aggressivi e le paure richiedono l’isolamento cronico.

Anche se lo studio è stato fatto su dei topi, esso può aiutare a capire come lo stress cronico colpisca anche gli esseri umani e può portare a potenziali applicazioni per il trattamento dei disturbi di salute mentale, ha detto l’autore principale dello studio Moriel Zelikowsky, del California Institute of Technology.

Con il nuovo studio, pubblicato sulla rivista Cell, il team ha scoperto pure che l’isolamento cronico porta ad un aumento dell’espressione genica Tac2 e alla produzione di un neuropeptide chiamato neurokinin B (NkB) in tutto il cervello.

La somministrazione di un farmaco che blocca chimicamente i recettori NkB-specifici ha permesso ai topi stressati di comportarsi normalmente, eliminando gli effetti negativi dell’isolamento sociale.

D’altra parte, aumentando artificialmente i livelli di Tac2 e attivando i neuroni corrispondenti nei topi normali, gli animali normali, nello studio, si sono comportati come quelli isolati.

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Adele ha ancora paura della scena

Adele completerà il suo tour mondiale quest’estate al Wembley Stadium di Londra, dal 28 giugno al 2 luglio (28 e 29 giugno e il 1 e 2 luglio), ma potrebbe essere l’ultima volta che vedremo l’artista sul palco.

Ad Auckland, in Nuova Zelanda, al pubblico che l’applaudiva, ha detto di non essere fatta per questi tour e di essere un po’ vulnerabile.

“Non sono a mio agio sulla scena. L’applauso mi fa sentire un po ‘vulnerabile. Non so se risalirò sul palco un giorno. L’unica ragione per cui sono in tour è per voi, il mio pubblico. Non sono sicura che i tour siano il mio forte “, ha detto sul palco. “Divento così nervosa con le esibizioni dal vivo che ho troppa paura di provare cose nuove”, ha aggiunto.

Adele è in tour da 13 mesi, in questo momento. E’ stata in Europa, Nord America e Australia prima di arrivare in Nuova Zelanda.

L'”Adele Live 2016″ si concluderà questa estate in Inghilterra, allo stadio di Wembley di Londra.

A causa di questa paura della scena, l’artista, in passato aveva anche rifiutato diverse opportunità.

“Ho attacchi di ansia, vado in panico costantemente sul palco, sento come se il mio cuore stesse per esplodere”, aveva rivelato cinque anni fa.

Il 2017 è stato caratterizzato da un’ampia epidemia di epatite A. Lo hanno fatto presente
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