Come l’intelligenza artificiale migliora la produttività

L’intelligenza artificiale è molto più di un gadget da salotto e LIFEdata, startup innovativa che velocizza il business con l’intelligenza artificiale conversazionale, lo ha dimostrato realizzando per Janssen-Cilag, società del Gruppo Johnson & Johnson, un’applicazione pratica che, grazie all’utilizzo della voce per ottenere informazioni, permette di migliorare l’efficienza operativa e ridurre i rischi di errore, dimostrando che l’AI è utile per le aziende anche in settori considerati delicati come quelli dell’healthcare e della finanza o impermeabili all’uso della tecnologia come accade in diversi ambiti del travel e del retail.

Leggi tutto “Come l’intelligenza artificiale migliora la produttività”

È davvero possibile aumentare la produttività dei dipendenti? Tutte le aziende sognano una produttività alle
Sonos ha presentato i risultati di un sondaggio mondiale che rivela il potere della musica
5 ragioni per cui il sonno è amico della produttività È finito il tempo in

Guerre commerciali ed elezioni europee fattori di instabilità

di Roberto Rossignoli, Portfolio Manager di Moneyfarm

Le guerre commerciali tra Stati Uniti e Cina sono da tempo al centro del focus dei mercati finanziari. Dopo un inizio 2019 di tregua, a maggio abbiamo assistito a una nuova escalation. Il colosso cinese Huawei, già boicottata per le forniture di tecnologie legate al 5G, è stato inserito dal Governo Americano in una black list che rende complesso all’azienda reperimento di componentistica hardware e software da società, tra cui Google che a Huawei offre l’utilizzo del sistema operativo Android.

La sfida commerciale sembra dunque aver raggiunto un livello inedito, andando a sovrapporsi al contesto della lotta per la leadership tecnologica tra le due economie più importanti del pianeta.

Le aziende cinesi non saranno le uniche a essere penalizzate. Le tensioni commerciali, se non troveranno una soluzione, andranno a penalizzare anche le aziende americane in tre modi: attraverso i dazi cinesi sui prodotti americani; con un aumento dei costi di produzione che impatteranno la catena del valore delle imprese Usa; e infine attraverso il rischio reputazionale delle società americane in Cina.

 

Lo sviluppo di questa situazione rappresenta il principale fattore da monitorare nei prossimi mesi, anche per le Banche Centrali.

La Banca Centrale americana, infatti, potrebbe trovarsi nella situazione di dover gestire una condizione di minor crescita economicacaratterizzata da inflazione crescente, con l’occhio dei mercati e della Casa Bianca puntati addosso. Negli scorsi mesi abbiamo parlato di un graduale cambiamento delle prospettive di politica monetaria. Ad oggi, le probabilità di uno scenario opposto, ossia il taglio dei tassi d’interesse, ammontano al 100%, si pensi che fino a 6 mesi fa le probabilità di rialzo dei tassi Fed entro fine anno ammontavano a circa il 90%.

 

 L’inflazione nell’Eurozona

Nonostante gli sforzi degli ultimi anni (quantitative easing e tassi negativi), l’inflazione nell’Eurozona non riesce a raggiungere i target. A causa dell’escalation delle tensioni commerciali globali e della frammentazione politica europea, e nonostante le dichiarazioni di Draghi, un ulteriore abbassamento dei tassi resta una possibilità. La notizia che renderebbe felici i debitori di mutui a tasso variabile, ma è il sintomo di un’economia Europea che da troppi anni continua a faticare.

Elezioni europee

I risultati delle elezioni europee di maggio hanno grossomodo rispettato le aspettative e, come previsto, un po’ tutti hanno avuto modo di reclamare la propria porzione di vittoria.

 

I sovranisti e gli euroscettici hanno ottenuto un ottimo risultato, anche se non travolgente. I popolari e i socialdemocratici hanno perso voti, ma nel complesso non sono affondati: saranno in grado di partecipare ancora alla maggioranza nel Parlamento, ma i loro voti non saranno sufficienti. Nella maggioranza dovranno essere inclusi alcuni dei gruppi protagonisti dell’ultima tornata elettorale come i verdi e i liberali. I partiti euroscettici hanno comunque trionfato in molte nazioni chiave da un punto di vista economico, politico e demografico (incluse l’Italia, la Francia, il Regno Unito e la Polonia).

Il risultato elettorale, in realtà, è meno netto di quanto la conformazione del Parlamento lasci presagire. La geografia politica del continente sembra cambiata rispetto a cinque anni fa. Il partito popolare (la formazione di centro-destra a cui fanno riferimento i partiti cristiano sociali, il centrodestra francese e Forza Italia) sembra ormai sparito dall’Europa Occidentale (fatta eccezione per la Germania). Resta il partito di maggioranza relativa, ma costruisce il suo consenso nell’Europa dell’Est e del Nord e non nei Paesi dove storicamente ha trovato il suo bacino d’utenza. All’interno del suo gruppo sono incluse forze politiche, come il partito dell’ungherese Orban, che nonostante abbiano deciso di adottare una strategia conciliante e di cooperazione non sembrano avere una prospettiva europeista in linea con la tradizione della famiglia politica popolare. Anche i socialdemocratici hanno perso moltissimi voti ed evitato il collasso completo solo grazie agli ottimi risultati in Spagna e in Portogallo.

In generale sembra che per la prima volta nella storia potrebbe rompersi l’unità politica che da sempre ha legato la maggioranza del Parlamento Europeo, la Commissione e il Governo degli stati membri con maggior potere decisionale. Questa divisione si farà sentire nei prossimi anni, quando l’Unione si troverà a prendere importanti scelte strategiche e già si riflette nella partite delle nomine per la formazione della nuova Commissione. Sebbene sembri che quasi tutti riconoscano i meriti di una riforma progressiva dell’Unione, l’idea che il processo di integrazione – su aspetti importanti come l’economia, la sicurezza, la politica estera – debba proseguire senza ripensamenti è sicuramente sempre meno condivisa (dagli elettori e dalle classi dirigenti stesse).

Tutti questi fattori sollevano più di qualche dubbio sulla capacità dell’Ue di far fronte alle sfide economiche e internazionali. In passato, l’Unione Europea ha saputo trovare degli spunti per far progredire il processo d’integrazione proprio quando è stata messa alle strette da cambiamenti repentini del contesto globale, anche se oggi il contesto politico e la volontà popolare sono forse meno favorevoli di quanto lo siano mai stati. La politica europea continuerà probabilmente a rimanere un fattore di instabilità sia per i limiti della sua architettura sia per la sua vulnerabilità alle crisi politiche locali.

cura di Paolo Galvani L’Italia avrà finalmente la sua strategia per l’educazione finanziaria, assicurativa e
Se chiedi a un giovane italiano perché non investe, la maggior parte ti risponde: “E

Educazione finanziaria, se la politica non fa abbastanza

cura di Paolo Galvani

L’Italia avrà finalmente la sua strategia per l’educazione finanziaria, assicurativa e previdenziale. Il vulnus di essere l’unico Paese senza nessuna regolamentazione in materia è finalmente sanato. A febbraio il cosiddetto “Decreto salva-risparmio” ha, tra le altre cose, istituito un comitato che dovrà elaborare una strategia nazionale per far fronte all’emergenza culturale dell’analfabetismo finanziario.

Nota dolente è la quantità di risorse destinate al programma. Il Senato ha deciso di dedicare al lavoro del comitato solo un milione di euro all’anno (a partire dall’anno in corso) a fronte dei 20 miliardi destinati a garantire la stabilità del sistema bancario. Se si pensa che l’industria del risparmio gestisce asset che si misurano nell’ordine dei trilioni, non si può non notare la macroscopica sproporzione. Nell’educazione, che significa tutela del risparmiatore, viene investito meno dello 0,001% di quanto gli italiani affidano all’industria finanziaria.

Fanno bene i proponenti dell’emendamento che ha introdotto la norma a felicitarsi e parlare di risultato storico. La politica aveva sempre ignorato il tema e il solo fatto di aver posto le basi per un’auspicabile inversione di tendenza è motivo di sollievo. Si spera che questo milione sia solo il primo passo a cui ne seguiranno molti altri una volta che, possibilmente in tempi celeri (si parla di giugno), la strategia sarà elaborata.

Bisogna però rilevare che, ancora una volta, dopo che le vicende cha hanno coinvolto parte del sistema bancario hanno evidenziato drammaticamente la necessità di aumentare la scolarizzazione finanziaria, la montagna ha partorito un topolino. Ancora una volta non sono state destinate risorse da utilizzare operativamente in interventi concreti, lasciando il tema alla benevolenza dei legislatori di domani.

Le coperture previste dalla legge sono infatti talmente esigue che non si capisce come questo intervento da solo, al netto di tutta la buona volontà che si confida le persone e le istituzioni coinvolte nel comitato ci impiegheranno, possa fare la differenza rispetto alle tante piccole e meritevoli iniziative messe in campo da privati, associazioni di categoria, aziende, istituzioni pubbliche e del terzo settore.

La Consob ha recentemente censito 206 iniziative nel corso del triennio 2012-2014 di cui la maggior parte hanno coinvolto meno di 20 persone. Si tratta di un impulso, per quanto ancora inadeguato, certamente positivo che dovrebbe essere guidato e supportato dal Governo con fondi adeguati, come peraltro avviene per altre categorie di attività didattico-preventive come l’educazione alimentare o l’educazione sessuale.

Il livello di scolarizzazione finanziaria nel nostro paese è basso, soprattutto se confrontato con quello di altri paesi europei. L’Italia occupa il penultimo posto nella graduatoria dei paesi Ocse per quanto riguarda la scolarizzazione finanziaria. Uno studio recentemente pubblicato da Allianz mostra come un italiano su due abbia problemi a valutare la differenza di rischio tra l’investimento in un singolo titolo piuttosto che su un paniere diversificato, mentre uno su tre non è in grado di calcolare il tasso di interesse su una base di 100.

Figuriamoci come queste persone possano comprendere un prospetto informativo o addirittura confrontare liberamente i vari prodotti offerti dai gestori. La situazione non migliora se prendiamo in considerazione le nuove generazioni: anche in questa categoria l’Italia si trova in fondo alle graduatorie Ocse.

Di fronte a questo scenario ci si stupisce come non si riescano a prendere misure decise. L’educazione finanziaria è un bene pubblico che lo Stato dovrebbe tutelare a beneficio di tutti, oltre che per garantire la protezione del singolo consumatore. Senza una precisa scelta politica la disponibilità e l’accessibilità delle competenze finanziarie di base sarà sempre meno che ottimale. Solo lo Stato può inoltre avere la visione d’insieme, l’autorità e l’imparzialità necessaria per farsi carico di questo compito.

Ci sono poi i costi economici. I milioni che lo stato ha dovuto pagare per dare il giusto risarcimento ai risparmiatori che erano stati spinti dalle banche finite in risoluzione lo scorso anno – il conto supererà i cento milioni di euro – a scegliere soluzioni di investimento irragionevoli sono solo la punta di un iceberg fatto di inefficienze e sprechi.

Un livello basso di educazione finanziaria è un rischio anche per la solidità del sistema finanziario perché spinge i capitali verso soluzioni inefficienti e contribuisce a incrementare il rischio sistemico. L’ordine senza piano diventa così l’anarchia senza rete dove opacità e raggiri possono trovare albergo. La situazione che ha preceduto il 2008, quando i mutui venivano offerti e comprati da persone che non se li potevano permettere, è molto istruttiva in questo senso.

L’educazione finanziaria è poi un requisito fondamentale di una democrazia moderna. Nell’epoca in cui le leggi dell’economia diventano sempre più dirimenti per il futuro degli stati un’educazione finanziaria dovrebbe far parte del bagaglio di ogni cittadino.

Infine, l’educazione finanziaria è importante per l’industria finanziaria stessa: per vincere la diffidenza del pubblico e creare un mercato veramente concorrenziale, dove clienti consapevoli valutano e scelgono i prodotti più adatti alle loro esigenze.

Per questo anche gli operatori del settore hanno grandi responsabilità. Noi come Moneyfarm, e non siamo fortunatamente gli unici, impegniamo molte risorse in questo senso, organizzando seminari e accompagnando i nostri clienti che ne hanno bisogno in un percorso di comprensione. Soprattutto cerchiamo di offrire soluzioni trasparenti e semplici da capire.

In un mercato dove esiste ancora chi propone ai risparmiatori di investire tutto il proprio patrimonio su unico titolo, i tanti operatori seri hanno la possibilità di fare la differenza investendo nell’educazione. Aspettando che la politica entri finalmente in campo.

L’intelligenza artificiale è molto più di un gadget da salotto e LIFEdata, startup innovativa che
di Roberto Rossignoli, Portfolio Manager di Moneyfarm Le guerre commerciali tra Stati Uniti e Cina sono da
Se chiedi a un giovane italiano perché non investe, la maggior parte ti risponde: “E

Millennials e finanza: le ragioni dietro a un rapporto difficile

Se chiedi a un giovane italiano perché non investe, la maggior parte ti risponde: “E come faccio? A malapena riesco ad arrivare a fine mese!” Quanto c’è di vero in questa diffusa lamentela? E più in generale: cosa ne pensano i giovani italiani della finanza?

I giovani italiani sono poveri?

Secondo le ultime statistiche Istat, nel 2015 è aumentata l’incidenza della povertà assoluta tra i giovani italiani di 18-34 anni: dall’8,3% del 2014 al 10,2% del 2015. In salita anche la povertà relativa, passata dal 14,7% al 16,6%. In entrambi i casi, l’incidenza dei diversi tipi di povertà è maggiore tra i 18-34enni rispetto alle altre fasce di età. L’indagine del Centro Studi Einaudi e di Intesa Sanpaolo 2015 rivela che sotto i 25 anni più della metà degli intervistati erano completamente indipendenti economicamente nel 2014, ma si sono ridotti a meno di un quarto nel 2015. Per la fascia d’età compresa tra i 25 e i 34 anni, nel 2014 il 78% era totalmente indipendente e solo il 5% non lo era per niente, nel 2015 si assiste al triplicarsi di questa condizione e al corrispondente ridursi della prima. Per questo, i giovani Millennials sono molto supportati economicamente dai genitori. Lo attesta lo UBS Investor Watch del secondo trimestre 2016, dedicato alla relazione tra denaro, Generazione Y o Millennials (i nati dagli anni Ottanta al 2000) e Generazione X (la generazione dei loro genitori). Secondo lo studio, il 74% dei Millennials ha ricevuto supporto finanziario dai genitori, contro il 35% degli appartenenti alla Generazione X.

Insomma, quando si dice che paradossalmente i Millennials stanno peggio dei loro padri, appartenenti alla Generazione X, non si pecca certo di disfattismo. Ma i giovani di oggi non hanno solo alle spalle una situazione finanziaria ben diversa da quella dei loro genitori. Hanno anche un’opinione diversa della finanza.

Cosa ne pensano i giovani italiani della finanza

Un recente studio di Deloitte ha identificato le nuove esigenze dei risparmiatori della generazione dei Millennials: piacciono la tecnologia, il digitale e i prodotti personalizzati. I Millennials ono inoltre scettici verso le autorità e credono più nella “saggezza della tribù,” per cui sono più propensi ad “ascoltare diverse campane” che ad affidarsi ciecamente a un solo e unico consulente finanziario. Il passaparola e le raccomandazioni influenzano le decisioni di acquisto di circa la metà dei Millennials.

Per quanto riguarda le scelte di investimento, essendo rimasti “scottati” dalla crisi finanziaria, ora sono molto prudenti e conservativi. Inoltre, il loro desiderio di cambiare il mondo e di fare la differenza li spinge a preferire gli investimenti socialmente responsabili.

Secondo un’altra ricerca della filiale lussemburghese di Deloitte e Alfi, l’associazione che rappresenta i fondi comuni lussemburghesi, più della metà dei giovani intervistati dice di non fidarsi dei consulenti finanziari e pensa che gli investimenti fai da te possano avere risultati migliori. Fattori che potrebbero segnare un boom per i robo-advisor e un abbassamento delle commissioni dei fondi comuni, acquistati sempre meno dai giovani italiani. Secondo un’indagine di Assogestioni, la quota di giovani tra i 26 e i 35 anni che investono in fondi comuni è scesa dall’11% al 6,7% tra il 2007 e il 2015. Una disaffezione che il settore non dovrebbe sottovalutare, dato che nel 2015 il 40% della popolazione mondiale avrà meno di 35 anni.

Come la finanza può approcciare i giovani

Secondo Deloitte, il servizio di consulenza finanziaria adatto ai giovani deve essere disponibile su diversi canali online e molto focalizzato sugli obiettivi del giovane cliente. Inoltre, deve “parlare chiaro,” perché i Millennials, soprattutto quelli italiani, ne sanno poco di finanza e ancora meno del linguaggio da addetti ai lavori che è solita utilizzare anche quando parla con i risparmiatori. Sempre in un’ottica di chiarezza, e anche di riacquisto della fiducia perduta, i wealth manager dovrebbero focalizzarsi maggiormente su semplicità e trasparenza e su costi più bassi, oltre che su aspetti sociali e ambientali legati agli investimenti.

Il 73 % dei Millennials preferisce chiedere consigli sulla salute on-line prima di andare al
Il “workaholism”, sindrome da dipendenza dal lavoro colpisce il 66% dei millennials: il 32% dei
Sondaggio di Radioimmaginaria in apertura di Teen Parade, il festival del lavoro spiegato dagli adolescenti
La Edge-Generation cinese: I millennials del Paese del Dragone viaggiano oltre le loro frontiere e