La dieta mediterranea contrasta il fegato grasso

Le persone che curano la loro dieta hanno meno grasso nei loro fegati e un minor rischio di sviluppare malattie epatiche, rispetto alle persone che hanno abitudini alimentari malsane. Lo ha trovato uno studio statunitense pubblicato su Gastroenterology.

I ricercatori per il nuovo lavoro si sono concentrati sulla malattia epatica non alcolica (NAFDL) detta anche fegato grasso, che di solito è associata con l’obesità e con alcune abitudini alimentari.

Per lo studio, i ricercatori hanno esaminato i dati di  1.521 persone.

Dal lavoro, è emerso che le persone che avevano condotto una sana dieta mediterranea, ricca di cereali integrali, pesce, proteine magre, verdure e olio d’oliva, avevano avuto almeno il 26 per cento meno probabilità di sviluppare il fegato grasso, degli altri.

Anche le persone con un alto rischio genetico per il fegato grasso non avevano avuto un ulteriore  accumulo di grasso, quando la gente aveva mantenuto una dieta sana, come ha riferito l’autore capo dello studio Daniel Levy, ricercatore in Bethesda, Maryland.

I partecipanti che avevano migliorato la qualità della dieta avevano consumato più frutta, verdura e cereali integrali, avevano anche limitato l’assunzione di carne rossa e consumato alimenti come le noci, che possono  contribuire a ridurre l’accumulo di grasso epatico.

Alcuni ricercatori spagnoli hanno identificato una proteina che protegge dal fegato grasso non alcolico. Circa
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Fertilità maschile dimezzata: l’inquinamento è la prima causa

Fertilità maschile dimezzata: l’inquinamento prima causa per gli uomini (-60%).  A rischio chef e operai, attenzione a farmaci e a fertilizzanti

La dieta mediterranea associata alle tecniche di concepimento assistito, può aumentare la probabilità di  ottenere una gravidanza”, dichiara Luca Gianaroli, Presidente SISMeR, Bologna

GLI ULTIMI DATI – Le cause di infertilità non sono legate solo afattori genetici o all’età, ma hanno grande rilevanza anche quelle di natura esterna: parliamo di alimentazione e inquinamento, di alcol e fumo. Ma i rischi sono molto alti anche a causa di particolari posizioni geografiche e di stili di vita e mestieri o attività esercitate.

Basti pensare che il numero degli spermatozoi presenti nel liquido seminale, negli ultimi 30 anni, si è dimezzato: questo pericoloso trend, destinato a peggiorare ulteriormente, è, nel 60% dei casi, causato dall’esposizione ad agenti inquinanti. Gli uomini vengono colpiti soprattutto delle polveri sottili, le cosiddette pm10. Le donne invece sono maggiormente soggette ad un abuso o ad un uso poco attento di alcuni farmaci, come l’ibuprofene, un noto antinfiammatorio. Ma ci sono anche elementi di tossicità, che interessano entrambi i sessi: ad esempio negli alimenti o nelle bevande possono essere presenti sostanze altrettanto dannose, apartire dalla stessa plastica che quotidianamente viene usata nel confezionamento.

L’APPUNTAMENTO – Molti di questi temi saranno trattati venerdì 23 e sabato 24 febbraio, presso la Leopolda a Firenze, in occasione del 1° Congresso Nazionale sulla Procreazione Medicalmente Assistita, organizzato dal Prof. Luca Mencaglia, Medico Specialista in Ginecologia e Ostetricia e Direttore Unità Operativa Complessa Centro PMA USL sud-est Toscana e Presidente della Fondazione PMA.Italia.  Tra i focus in programma, le regole italiane ed europee per la donazione di gameti e la diagnosi genetica preimpianto

INQUINAMENTO E TEMPERATURE – Anche l’inquinamento gioca un ruolo fondamentale in termini di fertilità. La plastica delle bottiglie di acqua minerale, ad esempio, se lasciata al sole nei magazzini, rilascia sostanze che sono a base di estrogeni sintetici, minacciando quindi la fertilità maschile. Ci sono poi altri fattori già conosciuti, come fumo e alcol. 

Alcuni ambienti particolarmente sottoposti a inquinanti, come l’area di Pescia, dove sono presenti strutture che fanno uso di concimi e fertilizzanti, possono mettere a rischio la fertilità maschile – spiega il Prof. Luca Mencaglia, Medico Specialista in Ginecologia e Ostetricia e Direttore Unità Operativa Complessa Centro PMA USL sud-est Toscana – Qui è stato riscontrato che gli uomini hanno seri problemi legati alla fertilità”. 

Anche la geografia può condizionare la fertilità – aggiunge il Dr. Luca Gianaroli, Direttore Scientifico di S.I.S.Me.R. –  Società Italiana Studi di Medicina della Riproduzione, con sede principale a Bologna – e non solo da un punto di vista di inquinamento. Ad esempio l’alta temperatura influisce negativamente, soprattutto nell’uomo, come accade nei Paesi Arabi. Per quanto riguarda l’Italia, invece, non ci sono aree geografiche più a rischio, ma emergono attività, stili di vita e professioni maggiormente interessati da queste problematiche. Tra i lavoratori più esposti ci sono per esempio i cuochi, spesso a contatto con fonti di calore, ma anche tutti quegli operai che lavorano presso le fonderie o quelli esposti a radiazioni”.

ALIMENTAZIONE E DIETA MEDITERRANEA – Occorre prestare attenzione all’alimentazione: una dieta sana può comportare un miglioramento in termini di fertilità, soprattutto nell’uomo. Anche nella donna la dieta ha un ruolo importante, ma non così rilevante rispetto all’età e ad alcune malattie. Occorre sottolineare che, nonostante quello che si legge spesso sul web, non ci sono alimenti “miracolosi” che stimolano la fertilità. Tuttavia, un’attenzione nei confronti del mangiar bene può comunque influenzarla positivamente.

La famosa dieta mediterranea è sempre il regime alimentare migliore, se seguito in maniera equilibrata e bilanciata – spiega Luca Gianaroli – Secondo un recente studio le donne sottoposte a tecniche di concepimento assistito che seguono questa dieta, hanno maggiori possibilità di avere una gravidanza.. Ci sono alimenti che, in via indiretta, possono migliorare le performance della fertilità: dalle verdure ai broccoli, tutto ciò che è antiossidante permette migliori risultati in questo senso”.

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La dieta mediterranea aiuta a combattere le malattie croniche

L’unione della dieta di tipo mediterraneo, l’unica che abbia permesso ad oggi risultati scientifici positivi e comprovati, e la nutraceutica, disciplina nata dalla fusione dei termini “nutrizione” e “farmaceutica”, può essere un valido aiuto per i terapisti del dolore e per chi soffre di malattie croniche. I principali alimenti di tale regime alimentare, infatti, contribuiscono positivamente non solo a combattere le principali patologie, ma anche a prevenirle.

Se ne parla a Firenze in occasione del Congresso Internazionale di Anestesiologia SIMPAR-ISURA, organizzato e presieduto dal Prof. Massimo Allegri, ricercatore presso l’Università di Parma e specialista in anestesia rianimazione e terapia del dolore. Al congresso, che si chiude oggi, sono presenti 1200 medici e ricercatori, metà italiani e metà provenienti dall’estero, per confrontarsi sulle nuove scoperte scientifiche e tecnologiche e su tutte le tematiche relative allo studio e alla gestione del dolore cronico.

COS’E’ LA TERAPIA DEL DOLORE – Il dolore è generalmente sintomo di qualcosa che non va bene: un effetto di una patologia in corso. Quando invece non c’è una causa scatenante, e quindi il dolore diventa cronico, occorre parlare di terapia del dolore. Con tale termine si intendono tutti quegli atti farmacologici, interventistici, chirurgici e cognitivo-comportamentali mirati a ridurre il dolore inutile, cioè quella sofferenza che non ha nessuna utilità nell’esserci. In altre parole, si parla di terapia del dolore quando dobbiamo trattare sia il dolore come sintomo che come malattia.

Il problema più ricorrente in fatto di malattie croniche è l’osteoartrosi, che coinvolge più di 4 milioni di italiani, e che costa 3,5 miliardi di euro all’anno, tra costi diretti e indiretti. Il 70% dei problemi osteoartrosici è legato alla lombalgia. Poi ci sono la cefalea, che affligge 2 milioni di italiani, e i dolori neuropatici periferici, come il diabete.

L’IMPORTANZA DELLA DIETA MEDITERRANEA – La dieta mediterranea offre un ottimo bilanciamento di proteine, lipidi e carboidrati. Avere un giusto rapporto di questi tre macroelementi tutto il giorno nei due pasti principali e in quelli secondari va ad aggiungere un fattore importante nel combattere l’infiammazione e il dolore stesso.

 

“Questa dieta – spiega la Dr.ssa Manuela De Gregori, biologa nutrizionista del Policlinico San Matteo di Paviapuò essere utilizzata sia per le terapie cronico oncologiche che per quelle benigne, ma anche per i pazienti che  devono sottoporsi ad un intervento chirurgico o per chi ha già subito un intervento. Gli sbagli alimentari dovuti alla mancanza di un’educazione alimentare influiscono tantissimo sulla gestione del dolore stesso”.

“La dieta mediterranea – aggiunge il Dr Maurizio Marchesini, anestesista e terapista del dolore presso l’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parmaha le caratteristiche di escludere o di ridurre degli alimenti che hanno caratteristiche pro-infiammatorie. La tendenza attuale per chi non rispetta un piano nutrizionale programmato e attento è quello di incorrere in un accumulo di calorie e grassi. Questi hanno una correlazione con l’infiammazione e con lo sviluppo del dolore. Quindi il dolore nelle ginocchia non è causato solo dal sovrappeso, ma dalla quota di sostanze infiammatorie causata dalla cattiva alimentazione, che danneggia le articolazioni stesse. Lo dimostra il fatto che persone in sovrappeso hanno dolori anche alle piccole articolazioni, come le mani, in cui il peso non ha nessun ruolo”.

I RISCHI DI UNA ERRATA ALIMENTAZIONE – Non avere la giusta attenzione a tavola può causare un peggioramento di una condizione geneticamente predeterminata di dolore cronico o peggiorare quelli che possono essere degli insulti esterni come un intervento chirurgico, una patologia neoplastica e/o benigna. In questo modo non si può avere una risposta naturale di autoconservazione come l’evoluzione vuole, ma si avvia una deriva verso una cronicizzazione di questi stati.

“Oltre al dolore di cui parliamo in questa sede, e quindi le patologie infiammatorie croniche, non solo osteoarticolari ma anche intestinali e ulcerose, ci sono tante altre patologie che sono più note – precisa il Dr Maurizio MarchesiniParliamo di problemi cardiologici, sviluppo del diabete, problemi metabolici e respiratori. Si sa che una persona che ha subito un infarto deve essere attento alla dieta, ma non si sa che la stessa attenzione è necessaria in uno stato di dolore”.

COSA MANGIARE E COME – Gli specialisti consigliano una dieta più variegata possibile, senza escludere determinati alimenti, ma cercando di abbinarli correttamente agli altri e soprattutto di cucinarli in modo corretto. “Sicuramente – chiosa la Dr.ssa De Gregorio – una dieta ricca di frutta e di verdura è una dieta antinfiammatoria, ma questo non significa che bisogna escludere carne e pesce. Serve scegliere ponderatamente tutti gli alimenti presenti in natura. Una cosa fondamentale è bilanciarli ogni giorno con tutto quello che viene acquisito dal paziente. Non è solo una questione di quantità, ma anche di qualità”.

COSA EVITARE – Sconsigliati alimenti pro-infiammatori quali quelli con le farine raffinate, meglio quelle integrali. Evitare le carni conservate, come salumi e insaccati, soprattutto quelli di derivazione suina. E’ bene ponderare anche l’utilizzo dello zucchero raffinato e quello del sale. Meglio sostituire questi aromatizzanti a delle spezie che hanno anche proprietà antinfiammatorie.

Esiste un legame anche tra alimentazione e malattie psicologiche: bisogna quindi stare attenti a ciò che si mangia anche in caso di malattie neurodegenerative. “La componente di patologia del sistema nervoso – spiega il Dr Maurizio Marchesinipossono essere influenzate dal trattamento alimentare. Basti pensare che un paziente che ha un dolore è anche un paziente che è depresso. Anche in questo caso ridurre la quota di introito calorico, quella di zuccheri e di acidi grassi aiuta a limitare qualche degenerazione dell’età, sia in senso fisico che per lo sviluppo di malattie neuro-generative”.

LE SOSTANZE SPECIALI CHE AIUTANO –  In merito alle singole sostanze, uno studio dimostra come l’assunzione di un derivato della curcuma da parte di un paziente con osteoartrosi dia un risultato riconducibile all’assunzione di paracetamolo. Ne esiste uno anche sugli acidi grassi Omega3, con risultati analoghi. Risultati positivi anche per il ginger, zenzero, frutta e verdure.

“Attenzione – allertano gli specialisti – però a non cadere nella medicina non convenzionale, nell’esoterismo, nella naturopatia a tutti i costi. La terapia medica non va sostituita con l’integrazione di un alimento. Questo può provocare un miglioramento, più energie, meno insonnia, più benessere, ma non deve essere assolutamente l’unica via per risolvere il problema. Il fai da te in alcune patologie può fare più danno che altro”.

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L’Italia è il paese “più sano” al mondo, secondo una classifica stilata da Bloomberg, che ha paragonato la situazione di 163 Paesi. Con un punteggio di 93/100, il Bel Paese è in cima alla classifica nell’indice di salute globale (Bloomberg Global Health Index), prima dell’Islanda, della Svizzera, di Singapore e dell’Australia.

Con la popolazione maggiormente in salute e sana a livello mondiale, il nostro Paese ha guadagnato il primo posto della classifica, soprattutto per il suo sistema sanitario, combinato con la dieta mediterranea.

L’Italia ha molti medici a cui i residenti hanno accesso facile, mentre una dieta ricca di olio d’oliva, pesce, pasta e verdure fresche, protegge i suoi abitanti dal troppo colesterolo e dalle malattie cardiovascolari.

Stati Uniti e Regno Unito, classificati al 34esimo e 23esimo posto, rispettivamente, usano molto il cibo spazzatura e in questi paesi l’obesità ha raggiunto una fase epidemica.

Nell’indice di Bloomberg, Singapore e Cipro sono i soli Paesi non Ocse a classificarsi nei primi 20 posti; Israele è il Paese al posto più alto per il Medio Oriente, il Cile per l’America Latina e la Slovenia per l’Europa dell’Est. Tra i paesi peggiori, il Sierra Leone, in cui l’aspettativa di vita è di circa 52 anni.

Per la sua classifica, Bloomberg si è basato sulla speranza di vita, sulle cause di morte, sul rischio di sviluppare o contrarre malattie, sulla prevalenza dell’obesità, ma anche sull’accesso all’acqua potabile o il consumo di tabacco.

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