Per chi suona il Big Ben

A cura di Richard Flax, Chief investment Officer di Moneyfarm

 

  • L’economia britannica è in rallentamento, la sterlina è ai minimi storici: a pesare sembra essere l’incertezza politica che circonda le difficoltà nel negoziare una Brexit che sia vantaggiosa per tutte le parti in causa e meno distruttiva possibile per gli affari. Per gli investitori che scelgono la via della diversificazione globale, non è un momento positivo. Ma nel lungo periodo la diversificazione resta il miglior modo per tenere sotto controllo il rischio e ottenere rendimenti e crescita sostenibile.
  • Dopo il lancio del servizio di gestione patrimoniale, l’accordo strategico con Allianz Digital Venture e ad oltre un anno dall’aumento di capitale di €16 mln, Moneyfarm conferma la sua posizione come consulente finanziario digitale n.1 in Italia. Nel 2016 Moneyfarm ha visto triplicare la base utenti e più che raddoppiare il suo organico (oggi di oltre 80 professionisti suddivisi nelle tre sedi di Milano, Londra e Cagliari).

 A poco più di un anno dal referendum sulla Brexit con dimissioni di governo di David Cameron e a due mesi dalle elezioni che hanno evocato lo spettro dell’ingovernabilità, oltre la manica l’umore non è proprio dei più alti. Ovviamente, come da fiera tradizione Britannica, il business continua “as usual” ma permane la preoccupazione per i dati economici che raccontano di un’economia in rallentamento (nell’ultimo trimestre la crescita congiunturale è stata dello 0.3%, al livello dell’Italia e più lenta di qualsiasi altro stato dell’Eurozona), consumi fermi e salari che non tengono il passo dell’inflazione.

Anche il Big Ben, di fronte a una folla commossa, ha suonato il suo ultimo rintocco per i prossimi quattro anni. La grande campana che scandisce le ore sopra il Parlamento, sarà sottoposta a lavori di restauro, una coincidenza che rintocca come un sinistro presagio. Sicuramente i prossimi quattro anni non saranno semplici per il Regno Unito e ciò sarebbe stato difficilmente prevedibile poco più di dodici mesi fa, quando l’economia cresceva a velocità sostenuta.

Il peso dell’incertezza

Più che i problemi strutturali (i dati delle earning season britanniche sono stati molti positivi, con più dell’80% delle aziende che hanno sovraperformato le aspettative), a pesare sembra essere l’incertezza politica che circonda la grande questione che il Governo di Sua Maestà dovrà risolvere nei prossimi anni: come negoziare e implementare una Brexit che sia vantaggiosa per tutte le parti in causa e meno distruttiva possibile per gli affari. Se si guarda per esempio al dato sull’ammontare degli investimenti delle imprese, che è un buon indicatore del livello di fiducia, si può notare che nel periodo dopo il referendum sulla Brexit , questo dato è al palo, dopo 5 anni di crescita costante.

La questione è che la negoziazione è talmente complessa da rendere difficile perfino approcciarla. La settimana scorsa il Governo ha presentato una proposta riguardo la creazione di un’unione doganale, una proposta che contiene anche una soluzione alla difficile questione del confine tra le due Irlande. Il piano è stato però ricevuto in maniera piuttosto fredda dai negoziatori europei, che vogliono, prima di aprire una discussione sull’argomento, raggiungere un accordo sulle questioni più controverse, come l’ammontare del conto che Londra dovrà pagare per uscire dall’Ue. Quando in un’unica trattativa esistono delle questioni importanti che sono un gioco a somma 0, ovvero nei casi in cui la perdita di una parte comporta il guadagno di un’altra, è difficile raggiungere accordi anche nelle questioni in cui invece il guadagno è reciproco.

Sterlina al minimo storico

Nel frattempo i negoziati sui dettagli delle questioni principali non sono ancora iniziati e la scadenza del 2019 si avvicina. A farne le spese, per il momento, è soprattutto la divisa britannica. La Sterlina è vicina ai suoi minimi storici nei confronti dell’Euro (solo nel 2008, nei giorni successivi al crash finanziario, scese più in basso). Se si considera il cambio reale, quello cioè con cui i viaggiatori hanno a che fare quando cambiano i soldi negli aeroporti, spesso una sterlina non basta per comprare un Euro. Ovviamente i giudizi sul valore delle valute vanno sempre visti in maniera relativa. L’incertezza che pesa sulla Sterlina è coincisa con il ritorno della fiducia intorno all’Euro, avviatosi verso il ritorno alla sua valutazione di medio periodo.

Questi riposizionamenti valutari, oltre a rappresentare una croce per i cittadini britannici che optano per vacanze in Europa, pongono serie questioni anche agli investitori, soprattutto coloro che scegliessero la via della diversificazione globale. Il valore degli investimenti denominati in valute straniere andrebbe a diminuire nel caso la propria valuta di casa si rafforzasse. In questo momento, gli investitori europei che avessero optato per la diversificazione stanno pagando qualcosa, mentre i britannici sono al contrario avvantaggiati dalla Sterlina debole in caso avessero investimenti azionari (la maggior parte dei ricavi delle Blue Chips del FTSE 100 sono generati in dollari). Si tratta di un buon argomento contro la diversificazione? La risposta dipende dal lato della manica in cui abiti. I rintracciamenti valutari vanno in una direzione e l’altra, ma per l’investitore concentrato sul lungo periodo, questa strategia resta il miglior modo per tenere sotto controllo il rischio e ottenere rendimenti e crescita sostenibile.

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Torna il protezionismo: l’anno della scimmia e il mondo alla rovescia

A cura di Richard Flax, Chief investment Officer di Moneyfarm

 

 Il Regno Unito ha formalizzato la Brexit, l’amministrazione americana sta preparando dei dazi punitivi su una lista di prodotti che comprende alcuni campioni dell’export europeo. Il protezionismo sembra guadagnare seguaci e una nuova era del commercio internazionale sembra alle porte. Ma è ancora presto per cantare il de profundis del libero commercio. Rispetto al passato i poli decisionali sono più diffusi, e in particolare nella geografia del potere mondiale esiste un nuovo ingombrante attore: la Cina.

Secondo l’oroscopo cinese quello che si è da poco concluso è stato un anno particolare. Il 2016 è stato segnato dall’influenza della scimmia di fuoco Yang, animale bizzarro e impetuoso, non facilmente addomesticabile e, per definizione, dispettoso. Il 2016, come ogni anno della scimmia che si rispetti, non è stato avaro di colpi di scena. Il mondo è cambiato e una nuova era sembra alle porte.

La scorsa settimana il Regno Unito ha formalizzato la Brexit mettendo in pratica quello che è stato definito il “maggior singolo atto protezionistico in tempo di pace nella storia del Regno.” Come se non bastasse pare che l’amministrazione americana stia preparando dei dazi punitivi del 100% su una lista di prodotti che comprende alcuni campioni dell’export europeo, tra cui la Vespa e il formaggio. Mentre il mondo è preoccupato per l’inizio di una nuova guerra commerciale i sostenitori del libero commercio hanno però motivi per sperare.

Possono contare infatti un nuovo e inatteso paladino: Xi Jinping. Pochi mesi fa, il leader del più grande e potente partito comunista del mondo è stato l’oratore più acclamato dalla platea di economisti e banchieri che hanno partecipato all’ultimo World Economic Forum a Davos, in Svizzera. In quell’occasione il presidente cinese decise di stupire tutti con una lunga e sentita apologia dei valori del libero scambio.

La natura erratica della politica commerciale

Ricapitolando: i Paesi che hanno fatto del libero commercio la loro bandiera e la loro fortuna sono diventati di colpo protezionisti, mentre la Cina comunista si trova dall’altra parte della barricata. Come è possibile? A ben vedere, la storia della politica commerciale è costellata da repentini strappi e cambi di direzione radicali. Il caso più clamoroso è certamente la famosa abrogazione della Corn Law operata nel 1846 dal primo ministro britannico Robert Peel. Il provvedimento inaugurò una lunga fase di libero commercio che permise alla Gran Bretagna di svilupparsi come potenza industriale.

Il supporto delle classi operaie, che prosperarono all’ombra di quella rivoluzione, fu fondamentale per permettere che il sentimento liberale sopravvivesse fino al 1914. Poi arrivò la guerra. A scontrarsi furono la Gran Bretagna e la Germania, che dagli anni ’70 del diciottesimo secolo proteggeva la propria economia con pesanti dazi.

Negli anni che precedettero il conflitto, quando il clima in Europa cominciava a diventare teso, gli inglesi cominciarono a temere che la loro sicurezza alimentare sarebbe stata messa in pericolo dal fatto che il loro sostentamento dipendesse in così larga parte dalle importazioni. Al contrario i tedeschi erano convinti che avrebbero preso i propri avversari per fame.

La storia andò diversamente e la macchina produttiva inglese, più dinamica grazie ad anni di competizione internazionale, fu più efficace nell’adattarsi allo stato di necessità imposto dall’economia di guerra.

Oltre 100 anni e due guerre mondiali più tardi, il protezionismo sembra guadagnare seguaci e una nuova era del commercio internazionale sembra alle porte. Cosa vuol dire questo per i risparmiatori e gli investitori? È pacifico che il libero commercio sia un fattore positivo per l’economia globale: il Pil del pianeta è più grande grazie al libero scambio. Ma dietro i grandi numeri si nascondono miliardi di addizioni e sottrazioni che rendono questa evidenza meno lineare.

Vincitori e vinti nell’anno del gallo

Il commercio internazionale ha i suoi vincitori e suoi sconfitti. I benefici sono in genere diffusi e a volte vengono dati per scontati (sono quelli di cui hai esperienza ogni giorno come consumatore, per il fatto che puoi acquistare beni e merci più economiche), mentre il conto per gli sconfitti può essere pesante: interi settori dell’economia e intere regioni possono essere schiacciate dalla globalizzazione.

Dopo la crisi del 2008, per via dell’ineguaglianza crescente e del peggioramento delle condizioni lavorative, i benefici sono diventati meno evidenti e la voce di coloro che hanno perso il treno della globalizzazione è diventata più forte.

Il settore manifatturiero occidentale, che all’inizio del 1900 rappresentava l’apice del progresso tecnologico e difendeva il libero scambio, oggi si trova in molte aree del mondo a reclamare più protezione. Le aziende digitali della Silicon Valley, che proprio in virtù della loro innovazione ricevono i maggiori vantaggi dal commercio, sono invece i nuovi paladini del libero scambio. Il punto è che queste nuove industrie ad alto tasso tecnologico non hanno la capacità di coinvolgere nei loro processi produttivi le masse. Di conseguenza il loro potere di blocco nel sistema democratico è ridotto

Chi è preoccupato per le sorti dell’economia globale e ha paura degli effetti che una nuova guerra commerciale potrebbe avere sui propri risparmi non deve però disperare. È ancora presto per cantare il de profundis del libero commercio. Rispetto al passato i poli decisionali sono più diffusi. In particolare nella geografia del potere mondiale esiste un nuovo ingombrante attore: la Cina. I toni protezionistici del presidente americano, quando si riferisce al suo pari cinese, non sono gli stessi della campagna elettorale. L’irriverenza con cui ancora si rivolge ai partner europei lascia spazio al linguaggio più conciliante della diplomazia. La prossima settimana ci aspetta un incontro tutto da gustare. Arrivederci anno della scimmia, ci siamo svegliati nell’anno del gallo.

 

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Cresce l’interesse per il vino italiano, nonostante Brexit

Nonostante le incertezze sul futuro commerciale, cresce l’interesse per il vino italiano, con 400 nuovi buyer mai venuti a Vinitaly in arrivo dal Regno Unito. Di Brexit si parla con il direttore di Berkmann Wine Cellars, Alex Canneti, nel convegno su Vino e Gdo, lunedì 10 aprile.

 

«Seguiamo con attenzione le vicende della Brexit e il suo impatto sul commercio, in particolare del nostro vino. A oggi però sembra stia sortendo l’effetto contrario: a Vinitaly infatti si sono già stati registrati 400 nuovi buyer del Regno Unito mai venuti a Vinitaly, che si aggiungono agli oltre 500 presenti ogni anno». Lo ha detto, oggi in occasione dell’avvio ufficiale del processo di uscita di Londra dall’Unione Europea, il direttore generale di Veronafiere, Giovanni Mantovani. «Ovviamente – ha proseguito – è presto per prevedere cosa sarà del nostro vino nel secondo Paese importatore al mondo, ma ritengo che i freni commerciali non convengano a nessuno. Il Regno Unito esporta verso l’Ue l’equivalente annuo di 2,1mld di euro in liquori e distillati e importa dal Continente 1mld di bottiglie di vino per 2,6mld di euro. Un business, quello del vino Ue, che per la Wine and Spirit Trade Association (Wsta) britannica vale nel Regno Unito il 55% di un settore da quasi 20mld complessivi di euro. Confidiamo – ha concluso Mantovaninella negoziazione da parte della filiera europea del vino, un prodotto che ha visto incrementare notevolmente i suoi consumi a scapito della birra».

Di Brexit si parla a Vinitaly (9-12 aprile, www.vinitaly.com), nel corso della tradizionale tavola rotonda su Vino e Gdo, con focus proprio sulle prospettive per il vino italiano nel canale della Grande Distribuzione in Gran Bretagna dopo l’uscita dall’Ue (lunedì 10 aprile, ore 10.30).

Sotto la lente i possibili effetti negativi, che per il direttore della potente Berkmann Wine Cellars, Alex Canneti – presente al convegno – possono rivelarsi non banali. «La Brexit – ha detto – è una sfida per le vendite dei vini europei poiché Australia, Sud Africa e Nuova Zelanda saranno i primi Paesi al mondo a istituire trattati bilaterali con il Governo inglese. L’unica soluzione a questa minaccia è consentire al Regno Unito un periodo di 10 anni per condividere le stesse condizioni commerciali e gli stessi oneri doganali dell’Unione Europea, oltre a negoziare un trattato di libero scambio. Ma certamente – ha concluso Canneti – i formaggi e il vino sono più esposti ai rischi rispetto ad altre forniture come le auto, le medicine e i prodotti finanziari, e quindi più oggetto di provocazioni politiche, come quella del segretario di Stato per gli Affari Esteri, Boris Johnson, che ha minacciato di alzare i dazi sul Prosecco».

Nel 2016, secondo l’Istat, le esportazioni di vino italiano hanno superato la cifra record di 763,8mln di euro (+2,3% sul 2015) grazie proprio alla performance del Prosecco. Scesi a 311,5mln di euro invece i volumi (-6,8%) ma in crescita il prezzo medio, a 2,45 euro/litro (+9,9%).

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Le possibili conseguenze dell’uscita della Gran Bretagna dall’Ue

Sono in molti a chiedersi che cosa succederà dopo l’uscita della Gran Bretagna dell’Ue: le riflessioni degli esperti di Pictet.

L’evento principale di questo mese è stato il referendum inglese del 23 giugno: la Gran Bretagna, a dispetto delle previsioni della vigilia, ha scelto di uscire dall’Unione Europea (Leave ha vinto con un 52%). La reazione immediata degli asset di rischio è stata fortemente negativa (Eurostoxx -10%, Sterlina -10%, rendimento Bund -0.15%). I titoli obbligazionari e l’oro hanno guadagnato. Tuttavia, è positivo notare il movimento privo di panico sui mercati soprattutto nella componente creditizia/spread BTP che si è allargato moderatamente (da 150 a 160bp dopo aver toccato 200bp in apertura). Il voto inglese evidenzia le fratture geografiche, anagrafiche e politiche UK e crea grande instabilità finanziaria, con la costituzione di un premio per il rischio destinato a durare a lungo.

Non mancano le ripercussioni a livello europeo: dall’area Euro, è richiesto un veloce passo in avanti sui temi dell’Unione Bancaria. La settimana successiva al voto inglese è stata migliore del previsto con spread BTP e creditizi di nuovo su livelli pre-Brexit e S&P500 di nuovo vicino ai massimi. Più preoccupante invece il comparto azionario europeo (soprattutto banche italiane).

Lo scudo delle Banche Centrali ha permesso di reggere l’urto e lo stato di calma sui mercati potrebbe durare anche nelle prossime settimane, tuttavia è importante non sottostimare le conseguenze di lungo termine del voto. Difficilmente ci saranno sviluppi significativi fino alla fine dell’estate; le negoziazioni ufficiali (2 anni di tempo per gestire l’uscita dall’EU, una volta invocato l’art.50 della Trattato di Lisbona) inizieranno (forse?) una volta nominato il nuovo PM.

Appare chiaro che le banche Centrali possono ormai avere solo un ruolo di garanzia al buon funzionamento della liquidità dei mercati, ma fatichino a fornire ulteriore stimolo. Le mosse della FED avranno un impatto decisivo sui mercati: le attese di mercato pre-referendum erano di un rialzo entro la fine del 2016, aspettative che sono drasticamente cambiate dopo il 24 giugno e che adesso vedono il mercato incorporare nessun rialzo fino al 2018.

da Gruppo Pictet

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