Il desiderio di cibi dolci si può annullare

Un nuovo studio, pubblicato su Nature, dice che il nostro desiderio di gusti dolci può essere annullato manipolando i neuroni. Questo potrebbe aiutare a progettare nuove strategie per il trattamento dei disturbi alimentari.

Il cervello associa uno spettro di pensieri, sensazioni e memorie ai diversi gusti, che esistono separatamente all’interno del cervello e possono essere modificati singolarmente o anche “cancellati”.

In una ricerca precedente, gli autori dello studio attuale avevano tentato di mappare il sistema del gusto nel cervello.

Avevano trovato che le cellule specializzate che sono sulla lingua trasmettono i segnali a regioni differenti del cervello quando incontrano ciascuno dei cinque gusti: dolce, amaro, salato, acido e umami. Queste risposte permettono al cervello di identificare il gusto e di innescare comportamenti rilevanti.

“Quando il nostro cervello percepisce un gusto, non solo ne identifica la qualità, ma mette in scena una meravigliosa sinfonia di segnali neuronali che collegano quell’esperienza al suo contesto, al valore edonico, alle memorie, alle emozioni e gli altri sensi, per produrre una risposta coerente, ha detto Charles S. Zuker, autore senior dello studio.

Per lo studio più recente, Zuker e colleghi, si sono concentrati sull’amigdala; la parte del cervello coinvolta nelle informazioni sensoriali, tra cui quelle sul gusto.

Nello studio, il team ha attivato artificialmente le connessioni del cervello dolce e amaro nei topi.

Ha scoperto che quando le connessioni cerebrali per il gusto dolce erano accese, i topi reagivano all’acqua come se fosse zucchero. Hanno anche scoperto che era possibile manipolare le connessioni cerebrali in un modo che i topi interpretassero i cibi dolci come se fossero amari e viceversa.

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Meditare fa bene: lo dice anche la scienza

Meditare fa bene, allevia ansia e stress, potenzia le capacità cerebrali. Quello che gli antichi saggi sapevano da sempre ora è stato anche dimostrato dalla scienza.

Degli studi condotti presso il Massachusetts General Hospital,  fin dal gennaio 2011, hanno mostrato che un programma di meditazione mindfulness di otto settimane ha dato luogo a cambiamenti misurabili nelle regioni del cervello connesse con la memoria, il senso di sé, l’empatia e lo stress.

Solo di recente stiamo cominciando a capire perchè la meditazione produce tali risultati. Precedenti studi avevano trovato differenze strutturali tra cervelli dei meditatori esperti e quelli delle altre persone, dice lo studio.

Gli scienziati hanno trovato, tramite la risonanza magnetica, che c’era un ispessimento della corteccia cerebrale nelle aree connesse con l’attenzione e l’integrazione emotiva delle persone abituate a meditare.

Lo studio ha riguardato la struttura del cervello di 16 partecipanti che sono stati sottoposti a risonanza magnetica due settimane prima e due settimane dopo che avevano preso parte a un programma di meditazione nel centro dell’Università del Massachusetts.

Un insieme di immagini del cervello con risonanza sono state anche prese in un gruppo di controllo di non meditanti, in un intervallo di tempo simile.

I ricercatori hanno trovato che la densità della materia grigia era aumentata nell’ippocampo, conosciuto per essere una importante zona per l’apprendimento e la memoria, e nelle strutture associate con la consapevolezza di sé, la compostezza e l’introspezione.

I partecipanti hanno avuto anche cambiamenti collegati con la densità della materia grigia in un’altra zona del cervello chiamata amigdala, che è conosciuta per svolgere un ruolo importante nell’ansia e nello stress.

Nessuno di questi cambiamenti è stato registrato nel gruppo di controllo.

Mindfulness è una tecnica di meditazione che si incentra sull’essere semplicemente concentrati su ciò che sta accadendo dentro la propria mente senza giudizio, analisi o discussioni.

Per Jon Kabat-Zinn significa “prestare attenzione, ma in un modo particolare, con intenzione, al momento presente, in modo non giudicante.

Probabilmente i cambiamenti cerebrali avvengono anche con altri tipi di meditazione.

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Se non si dorme il comportamento emotivo diventa instabile

Un nuovo studio ha rivelato che la mancanza di sonno può portare a un instabile comportamento emotivo.

I ricercatori dell’università di Tel Aviv, in Israele, hanno identificato il meccanismo neurologico responsabile delle emozioni disturbate e dell’aumento di ansia, causata dalla mancanza di sonno.

Per lo studio, i ricercatori hanno tenuto svegli per tutta la notte 18 adulti mappando due volte il cervello dei partecipanti, dopo una buona dormita e dopo una notte senza sonno.

Nei test effettuati, i partecipanti quando non avevano dormito sono apparsi più distratti e meno concentrati rispetto a quando avevano dormito.

Abbiamo notato un cambiamento nella specificità emotiva dell’amigdala, una regione del cervello associata con la rilevazione e la valutazione di spunti salienti del nostro ambiente, nel corso di un compito cognitivo, dice lo studio i cui risultati sono stati pubblicati nel ‘Journal of Neuroscience’.

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Trovato nel cervello l’interruttore che scatena ansie e paure

Due gruppi di ricercatori indipendenti, guidati da Bo Li, del Cold Spring Harbor Laboratory (CSHL) a New York, e da Gregory Quirk, dell’università di Puerto Rico, hanno individuato i circuiti del cervello da cui si originano ansie e paure.

I disturbi d’ansia, quali i disordini post traumatici, provocano nella gente timore un esagerato e prolungato, che impedisce di compiere alcune normali azioni quotidiane, come guidare un’automobile, salire su un aereo o su un ascensore. Sono disturbi che riguardano nel mondo 40 milioni di adulti.

Da qui l’importanza di capire dove siano archiviati i ricordi traumatici, per poterli scovare e deviare, neutralizzando gli effetti negativi che producono.

Lo studio, finanziato dal National Institutes of Health punta alla creazione di nuovi farmaci, capaci di curarare in modo nuovo i disturbi di ansia.

I ricercatori hanno trovato che i ricordi traumatici sono archiviati in una struttura del cervello chiamata amigdala.

La via utilizzata dall’organismo per richiamare un vecchio ricordo di paura è diversa e separata da quella utilizzata originariamente per richiamare un ricordo quando è fresco.

Lo studio, pubblicato sulla rivista ‘Nature’, è stato fatto su dei topi, sottoposti a una lieve scossa.

E’ emerso, negli animali, che un ricordo legato a un evento traumatico va dalla regione pre-limbica della corteccia prefrontale (PL) all’amigdala basolaterale (BLA), per giungere, una settimana più tardi, all’amigdala centrale (CeA) attraverso il nucleo paraventricolare del talamo (PVT).

L’evento traumatico nel cervello, dunque, devia, forse aumentando la sua forza.

I ricercatori hanno scoperto che i neuroni originari del PVT regolano l’elaborazione della paura agendo su una classe di neuroni che memorizzano i ricordi traumatici nella zona centrale dell’amigdala.

L’attività dei neuroni si avvale dell’azione di alcuni messaggeri chimici chiamati Brain Derived Neurotrophic Factor (BDNF), i famosi fattori che stimolano la nascita di nuovi neuroni e di nuove connessioni tra questi, scoperti per la prima volta da Rita Levi Montalcini.

Nei topi dello studio, semplicemente infondendo BDNF nell’amigdala centrale, si riusciva a congelare la paura.

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