Turismo. torni ad essere prima industria per il Paese

da AIG – Associazione Italiana Alberghi per la Gioventù
Serve dare slancio ad un settore chiave, quale quello del Turismo. Il settore è fermo da troppo tempo, per questo confidiamo nelle iniziative intraprese dal Ministro Centinaio, coscienti che si possa finalmente rilanciare l’immagine e la promozione del Belpaese con iniziative, provvedimenti e sostegni chiari, concreti, rapidi ed efficaci, a partire dalla più precisa classificazione e rispondenza delle strutture ricettive, atta a superare l’enorme e intollerabile confusione vigente
Assieme a questo il miglioramento dei servizi, l’’approfondimento e il monitoraggio della domanda e dell’’offerta in modo da poter indirizzare le risorse nelle migliori direzioni possibili; la concertazione tra locale e nazionale, e quella tra organismi nazionali stessi in vari modi competenti, costituiscono le altre priorità. Una nuova “visione” sull’argomento è indispensabile per generare più incisive politiche di sviluppo che non potranno, comunque, prescindere da un’intelligente promozione territoriale e di sistema; da una migliore distribuzione e impiego delle risorse; da un adeguato sostegno alla innovazione; da una più efficace valorizzazione delle eccellenze italiane in equilibrio tra le ragioni della sostenibilità e dell’accessibilità. Tutti temi che, ritengo, il Ministro Gian Marco Centinaio, con cui ci siamo confrontati di recente per mettere meglio a fuoco ruolo, missione prospettive future di AIG, ha ben in evidenza sulla propria scrivania e cui non mancherà di portare serio apporto.
Serve un lavoro di squadra affinché il Turismo possa crescere e decollare. Risorse umane, scuole di formazione, stimolo all’’industria culturale, comunicazione. Ma soprattutto, spinta al turismo scolastico, sociale, sportivo e giovanile, lasciato a sé stesso per troppo tempo. Ecco i capisaldi dell’’attesa, e non più rinviabile, ‘rivoluzione’ del settore, che non può prescindere da un coordinamento politico e istituzionale”.
Così Filippo Capellupo, Presidente Nazionale dell’Associazione Italiana Alberghi per la Gioventù, l’Ente morale e assistenziale che dal 1945 gestisce gli alberghi e gli ostelli per la gioventù e anche attraverso essi promuove il turismo scolastico, giovanile, familiare e sociale in Italia.

 

Macron alla Sorbona: il rilancio del progetto europeo

Il discorso alla Sorbona di Emmanuel Macron irrompe sulla scena europea con una forza inaspettata. Sono potenti le sue parole (Il solo modo per garantire il nostro avvenire è la rifondazione di un’Europa sovrana, unita, democratica), soprattutto espresse da un presidente francese – che ben conosce il valore del termine “sovranità” –, ma ancor di più è potente la sua volontà di ribaltare il quadro politico e psicologico nel quale affrontare il rilancio dell’Europa, proponendo un cammino di riforma dell’Unione europea completamente al di fuori degli schemi attuali, indicando un’agenda ed un metodo che avrà al centro “il gruppo dei paesi che si impegnano per la rifondazione europea”.

Colpisce il coraggio di Macron, che sceglie –  pur nella ricchezza delle sue proposte operative –  di evidenziare innanzitutto, come già Monnet e Schuman, l’esigenza di un salto di qualità nell’affrontare la questione europea. Sono ormai 5 anni – dal 2012, da quando il Blueprint della Commissione europea e il Rapporto dei 4 Presidenti hanno chiarito la necessità di rimediare all’insostenibilità di un’Unione monetaria costruita senza un’unione bancaria, fiscale, economica e politica – che la sfida della riforma dell’Eurozona e dell’UE attende inutilmente di essere affrontata. A questo immobilismo hanno contribuito tanti fattori, tra cui le debolezze francesi e la sfiducia tedesca – e di tutti i paesi del Nord – verso i propri partner; ma sicuramente molto ha contribuito anche la mancanza di una visione coraggiosa, in grado di far fare uno scatto al processo europeo e di portarlo fuori delle secche dei veti nazionali incrociati. Macron ha proposto esattamente questo, e per farlo ha infranto molti tabù: non solo ha offerto un progetto – forte sul piano ideale, ma al tempo stesso concreto e pragmatico –; ma, nel parlare di rifondare il quadro europeo, ha negato quello che è  diventato quasi un dogma nell’UE, ossia che sia possibile portare l’Unione europea ad essere all’altezza dei suoi compiti senza compiere un atto politico di discontinuità con i suoi attuali meccanismi; e soprattutto ha indicato un percorso (di cui ha dettato tappe e tempi) che mira a rivoluzionare gli attuali equilibri istituzionali, chiarendo cosa deve intendersi per integrazioni differenziate nel quadro dell’Unione e indicando quali devono essere le iniziative del gruppo di avanguardia.

In questo modo Macron spiazza la Germania e le stesse istituzioni europee, disegnando un percorso in cui fare l’Europa torna ad essere la priorità della classe politica europea e non una battaglia difensiva dell’esistente, destinata alla sconfitta. Sicuramente i risultati delle elezioni tedesche, e l’indebolimento della Merkel, hanno ulteriormente convinto il Presidente francese della necessità di una mossa audace, per rilanciare la posta e non rischiare di trovarsi impantanato in un Consiglio europeo tenuto in scacco dalle tensioni interne alla Germania, e dall’effetto domino che queste hanno sui paesi del Nord e sulla stessa Commissione europea. Avendo giocato di anticipo, Macron costringe così Berlino, qualunque governo si vada a formare, a confrontarsi con proposte che hanno l’astuzia di partire da progetti operativi in tutti i settori cruciali, e a cui pertanto è difficile dire di no, soprattutto nel momento in cui è la Francia a proporli e a promuoverli. Anche gli aggiustamenti istituzionali (inclusa la riforma dei Trattati), inevitabili e indispensabili per procedere, diventano così molto più accettabili, perché si inseriscono nel quadro di un approfondimento dell’integrazione in tutti i settori chiave e sono parte di un disegno politico elaborato collettivamente e condiviso; inoltre sono definiti in modo molto più chiaro di quanto non sia stato fatto sinora, anche perché l’idea delle convenzioni democratiche permette di delineare concretamente il percorso costituente.

E’ chiaro che il processo è solo all’inizio, e che gli ostacoli da superare sono immensi. Queste proposte saranno viste con sospetto a Bruxelles, perché di fatto scavalcano le istituzioni europee – e per questo anche molti europeisti le vedranno soltanto come un ennesimo tentativo intergovernativo di preservare il ruolo dei governi; saranno boicottate dai paesi che sono contrari “ad un’Europa sovrana, unita e democratica”; e, soprattutto, rischiano di fare molta paura a Berlino. Il fatto è che Macron ha lanciato questa battaglia, ma i suoi esiti, e anche i contenuti di cui si riempirà effettivamente, dipendono in larga parte da tutti gli altri attori che hanno un ruolo nel processo europeo: gli altri governi, il Parlamento europeo, le forze politiche e sociali.

a cura del Movimento Federalista Europeo

E’ ora di un’Europa federale

Per un’Europa federale. Le responsabilità dell’Italia.

  • Il Movimento Federalista Europeo rilancia la campagna per la federazione europea con l’appello “Per un’Europa federale. Le responsabilità dell’Italia” e sulla base di questo testo “si impegnerà a tutti i livelli affinché tutte le forze che credono nei valori della pace, della libertà, del progresso, della solidarietà facciano sentire la propria voce e si mobilitino: per chiedere un’Europa federale che sappia difendere e far vivere nel mondo il suo progetto e il suo modello di convivenza pacifica. Oggi e per le generazioni future.” 
  • Giorgio Anselmi, Presdente MFE sottolinea che “nonostante i passi avanti mostrati anche nel recente discorso sullo Stato dell’Unione di Jean-Claude Juncker ancora deve essere affrontato il punto centrale sulla riforma della governance dell’Eurozona su basi federali e non più intergovernative”
  • “E’ l’ora di chiedere la Federazione Europea – dichiara il Segretario nazionale Luisa Trumellini – e il primo nodo, su cui i governi nazionali più avanzati devono trovare un accordo, è quello del completamento dell’unione monetaria attraverso la creazione di una vera unione economica, fiscale e politica, superando l’attuale sistema intergovernativo fondato soltanto su regole e creando un vero governo economico europeo fondato su istituzioni politiche di natura democratica e federale”

Giornata internazionale dell’Infermiere

Il 12 maggio in tutto il mondo è stata celebrata la Giornata internazionale dell’Infermiere, ossia di una figura che è l’asse portante del servizio sanitario pubblico e di quello privato.

In questi ultimi anni – ha detto il Segretario Generale della UIL FPL Michelangelo Librandi – abbiamo assistito ad attacchi volti anche a screditare  la categoria del pubblico impiego che hanno contribuito a creare una immagine distorta nei confronti dei lavoratori, a partire dagli infermieri. Questo clima, insieme alla crisi che sta vivendo la sanità a causa di tagli, blocco del turn over, scarsi investimenti ecc, è concausa del fenomeno delle aggressioni nei confronti del personale sanitario, aumentato in modo esponenziale in questi ultimi anni.

E bene ricordare il ruolo centrale che gli infermieri hanno in sanità; svolgono attività, tra turni e condizioni estreme, a carattere preventivo, curativo, riabilitativo e palliativo, che li pongono particolarmente vicini alle persone lungo tutte le fasi della sua vita, fin dalla nascita.

Occorre una vera inversione di tendenza, volta a valorizzare le professioni sanitarie e  tutto il personale impiegato nella pubblica amministrazione, e questo parte anche dal rinnovo del Contratto, atteso da oltre 8 anni.

Per questo è urgente – ha concluso Librandi – procedere con le modifiche normative per ripristinare la contrattazione, sia nazionale sia di secondo livello, liberandola dai vincoli legislativi e ripristinando le relazioni sindacali e  firmare l’atto di indirizzo entro breve per avviare la discussione all’Aran e mettere in pratica i principi normativi ed economici fissati nell’intesa firmata lo scorso 30 novembre 2016.

La Giornata internazionale infermieri è una giornata che commemora i contributi degli infermieri per la società.

Promossa dal Consiglio internazionale degli infermieri, si celebra in tutto il mondo ogni 12 maggio, ricordando la nascita di Florence Nightingale, l’infermiera britannica nota come “la signora con la lanterna”, considerata la fondatrice dell’assistenza infermieristica moderna.

 

Torna il protezionismo: l’anno della scimmia e il mondo alla rovescia

A cura di Richard Flax, Chief investment Officer di Moneyfarm

 

 Il Regno Unito ha formalizzato la Brexit, l’amministrazione americana sta preparando dei dazi punitivi su una lista di prodotti che comprende alcuni campioni dell’export europeo. Il protezionismo sembra guadagnare seguaci e una nuova era del commercio internazionale sembra alle porte. Ma è ancora presto per cantare il de profundis del libero commercio. Rispetto al passato i poli decisionali sono più diffusi, e in particolare nella geografia del potere mondiale esiste un nuovo ingombrante attore: la Cina.

Secondo l’oroscopo cinese quello che si è da poco concluso è stato un anno particolare. Il 2016 è stato segnato dall’influenza della scimmia di fuoco Yang, animale bizzarro e impetuoso, non facilmente addomesticabile e, per definizione, dispettoso. Il 2016, come ogni anno della scimmia che si rispetti, non è stato avaro di colpi di scena. Il mondo è cambiato e una nuova era sembra alle porte.

La scorsa settimana il Regno Unito ha formalizzato la Brexit mettendo in pratica quello che è stato definito il “maggior singolo atto protezionistico in tempo di pace nella storia del Regno.” Come se non bastasse pare che l’amministrazione americana stia preparando dei dazi punitivi del 100% su una lista di prodotti che comprende alcuni campioni dell’export europeo, tra cui la Vespa e il formaggio. Mentre il mondo è preoccupato per l’inizio di una nuova guerra commerciale i sostenitori del libero commercio hanno però motivi per sperare.

Possono contare infatti un nuovo e inatteso paladino: Xi Jinping. Pochi mesi fa, il leader del più grande e potente partito comunista del mondo è stato l’oratore più acclamato dalla platea di economisti e banchieri che hanno partecipato all’ultimo World Economic Forum a Davos, in Svizzera. In quell’occasione il presidente cinese decise di stupire tutti con una lunga e sentita apologia dei valori del libero scambio.

La natura erratica della politica commerciale

Ricapitolando: i Paesi che hanno fatto del libero commercio la loro bandiera e la loro fortuna sono diventati di colpo protezionisti, mentre la Cina comunista si trova dall’altra parte della barricata. Come è possibile? A ben vedere, la storia della politica commerciale è costellata da repentini strappi e cambi di direzione radicali. Il caso più clamoroso è certamente la famosa abrogazione della Corn Law operata nel 1846 dal primo ministro britannico Robert Peel. Il provvedimento inaugurò una lunga fase di libero commercio che permise alla Gran Bretagna di svilupparsi come potenza industriale.

Il supporto delle classi operaie, che prosperarono all’ombra di quella rivoluzione, fu fondamentale per permettere che il sentimento liberale sopravvivesse fino al 1914. Poi arrivò la guerra. A scontrarsi furono la Gran Bretagna e la Germania, che dagli anni ’70 del diciottesimo secolo proteggeva la propria economia con pesanti dazi.

Negli anni che precedettero il conflitto, quando il clima in Europa cominciava a diventare teso, gli inglesi cominciarono a temere che la loro sicurezza alimentare sarebbe stata messa in pericolo dal fatto che il loro sostentamento dipendesse in così larga parte dalle importazioni. Al contrario i tedeschi erano convinti che avrebbero preso i propri avversari per fame.

La storia andò diversamente e la macchina produttiva inglese, più dinamica grazie ad anni di competizione internazionale, fu più efficace nell’adattarsi allo stato di necessità imposto dall’economia di guerra.

Oltre 100 anni e due guerre mondiali più tardi, il protezionismo sembra guadagnare seguaci e una nuova era del commercio internazionale sembra alle porte. Cosa vuol dire questo per i risparmiatori e gli investitori? È pacifico che il libero commercio sia un fattore positivo per l’economia globale: il Pil del pianeta è più grande grazie al libero scambio. Ma dietro i grandi numeri si nascondono miliardi di addizioni e sottrazioni che rendono questa evidenza meno lineare.

Vincitori e vinti nell’anno del gallo

Il commercio internazionale ha i suoi vincitori e suoi sconfitti. I benefici sono in genere diffusi e a volte vengono dati per scontati (sono quelli di cui hai esperienza ogni giorno come consumatore, per il fatto che puoi acquistare beni e merci più economiche), mentre il conto per gli sconfitti può essere pesante: interi settori dell’economia e intere regioni possono essere schiacciate dalla globalizzazione.

Dopo la crisi del 2008, per via dell’ineguaglianza crescente e del peggioramento delle condizioni lavorative, i benefici sono diventati meno evidenti e la voce di coloro che hanno perso il treno della globalizzazione è diventata più forte.

Il settore manifatturiero occidentale, che all’inizio del 1900 rappresentava l’apice del progresso tecnologico e difendeva il libero scambio, oggi si trova in molte aree del mondo a reclamare più protezione. Le aziende digitali della Silicon Valley, che proprio in virtù della loro innovazione ricevono i maggiori vantaggi dal commercio, sono invece i nuovi paladini del libero scambio. Il punto è che queste nuove industrie ad alto tasso tecnologico non hanno la capacità di coinvolgere nei loro processi produttivi le masse. Di conseguenza il loro potere di blocco nel sistema democratico è ridotto

Chi è preoccupato per le sorti dell’economia globale e ha paura degli effetti che una nuova guerra commerciale potrebbe avere sui propri risparmi non deve però disperare. È ancora presto per cantare il de profundis del libero commercio. Rispetto al passato i poli decisionali sono più diffusi. In particolare nella geografia del potere mondiale esiste un nuovo ingombrante attore: la Cina. I toni protezionistici del presidente americano, quando si riferisce al suo pari cinese, non sono gli stessi della campagna elettorale. L’irriverenza con cui ancora si rivolge ai partner europei lascia spazio al linguaggio più conciliante della diplomazia. La prossima settimana ci aspetta un incontro tutto da gustare. Arrivederci anno della scimmia, ci siamo svegliati nell’anno del gallo.

 

Educazione finanziaria, se la politica non fa abbastanza

cura di Paolo Galvani

L’Italia avrà finalmente la sua strategia per l’educazione finanziaria, assicurativa e previdenziale. Il vulnus di essere l’unico Paese senza nessuna regolamentazione in materia è finalmente sanato. A febbraio il cosiddetto “Decreto salva-risparmio” ha, tra le altre cose, istituito un comitato che dovrà elaborare una strategia nazionale per far fronte all’emergenza culturale dell’analfabetismo finanziario.

Nota dolente è la quantità di risorse destinate al programma. Il Senato ha deciso di dedicare al lavoro del comitato solo un milione di euro all’anno (a partire dall’anno in corso) a fronte dei 20 miliardi destinati a garantire la stabilità del sistema bancario. Se si pensa che l’industria del risparmio gestisce asset che si misurano nell’ordine dei trilioni, non si può non notare la macroscopica sproporzione. Nell’educazione, che significa tutela del risparmiatore, viene investito meno dello 0,001% di quanto gli italiani affidano all’industria finanziaria.

Fanno bene i proponenti dell’emendamento che ha introdotto la norma a felicitarsi e parlare di risultato storico. La politica aveva sempre ignorato il tema e il solo fatto di aver posto le basi per un’auspicabile inversione di tendenza è motivo di sollievo. Si spera che questo milione sia solo il primo passo a cui ne seguiranno molti altri una volta che, possibilmente in tempi celeri (si parla di giugno), la strategia sarà elaborata.

Bisogna però rilevare che, ancora una volta, dopo che le vicende cha hanno coinvolto parte del sistema bancario hanno evidenziato drammaticamente la necessità di aumentare la scolarizzazione finanziaria, la montagna ha partorito un topolino. Ancora una volta non sono state destinate risorse da utilizzare operativamente in interventi concreti, lasciando il tema alla benevolenza dei legislatori di domani.

Le coperture previste dalla legge sono infatti talmente esigue che non si capisce come questo intervento da solo, al netto di tutta la buona volontà che si confida le persone e le istituzioni coinvolte nel comitato ci impiegheranno, possa fare la differenza rispetto alle tante piccole e meritevoli iniziative messe in campo da privati, associazioni di categoria, aziende, istituzioni pubbliche e del terzo settore.

La Consob ha recentemente censito 206 iniziative nel corso del triennio 2012-2014 di cui la maggior parte hanno coinvolto meno di 20 persone. Si tratta di un impulso, per quanto ancora inadeguato, certamente positivo che dovrebbe essere guidato e supportato dal Governo con fondi adeguati, come peraltro avviene per altre categorie di attività didattico-preventive come l’educazione alimentare o l’educazione sessuale.

Il livello di scolarizzazione finanziaria nel nostro paese è basso, soprattutto se confrontato con quello di altri paesi europei. L’Italia occupa il penultimo posto nella graduatoria dei paesi Ocse per quanto riguarda la scolarizzazione finanziaria. Uno studio recentemente pubblicato da Allianz mostra come un italiano su due abbia problemi a valutare la differenza di rischio tra l’investimento in un singolo titolo piuttosto che su un paniere diversificato, mentre uno su tre non è in grado di calcolare il tasso di interesse su una base di 100.

Figuriamoci come queste persone possano comprendere un prospetto informativo o addirittura confrontare liberamente i vari prodotti offerti dai gestori. La situazione non migliora se prendiamo in considerazione le nuove generazioni: anche in questa categoria l’Italia si trova in fondo alle graduatorie Ocse.

Di fronte a questo scenario ci si stupisce come non si riescano a prendere misure decise. L’educazione finanziaria è un bene pubblico che lo Stato dovrebbe tutelare a beneficio di tutti, oltre che per garantire la protezione del singolo consumatore. Senza una precisa scelta politica la disponibilità e l’accessibilità delle competenze finanziarie di base sarà sempre meno che ottimale. Solo lo Stato può inoltre avere la visione d’insieme, l’autorità e l’imparzialità necessaria per farsi carico di questo compito.

Ci sono poi i costi economici. I milioni che lo stato ha dovuto pagare per dare il giusto risarcimento ai risparmiatori che erano stati spinti dalle banche finite in risoluzione lo scorso anno – il conto supererà i cento milioni di euro – a scegliere soluzioni di investimento irragionevoli sono solo la punta di un iceberg fatto di inefficienze e sprechi.

Un livello basso di educazione finanziaria è un rischio anche per la solidità del sistema finanziario perché spinge i capitali verso soluzioni inefficienti e contribuisce a incrementare il rischio sistemico. L’ordine senza piano diventa così l’anarchia senza rete dove opacità e raggiri possono trovare albergo. La situazione che ha preceduto il 2008, quando i mutui venivano offerti e comprati da persone che non se li potevano permettere, è molto istruttiva in questo senso.

L’educazione finanziaria è poi un requisito fondamentale di una democrazia moderna. Nell’epoca in cui le leggi dell’economia diventano sempre più dirimenti per il futuro degli stati un’educazione finanziaria dovrebbe far parte del bagaglio di ogni cittadino.

Infine, l’educazione finanziaria è importante per l’industria finanziaria stessa: per vincere la diffidenza del pubblico e creare un mercato veramente concorrenziale, dove clienti consapevoli valutano e scelgono i prodotti più adatti alle loro esigenze.

Per questo anche gli operatori del settore hanno grandi responsabilità. Noi come Moneyfarm, e non siamo fortunatamente gli unici, impegniamo molte risorse in questo senso, organizzando seminari e accompagnando i nostri clienti che ne hanno bisogno in un percorso di comprensione. Soprattutto cerchiamo di offrire soluzioni trasparenti e semplici da capire.

In un mercato dove esiste ancora chi propone ai risparmiatori di investire tutto il proprio patrimonio su unico titolo, i tanti operatori seri hanno la possibilità di fare la differenza investendo nell’educazione. Aspettando che la politica entri finalmente in campo.

La Germania svaluta l’Euro? Ricordate la storia della carriola

Trump: commercio, protezionismo e mercati

 

A cura di Richard Flax, Chief investment Officer di Moneyfarm

 

  • La scorsa settimana Peter Navarro ha accusato la Germania di manipolare l’Euro per favorire le sue esportazioni. Ma forse gli Usa hanno ancora difficoltà a valutare la politica monetaria europea, in quanto l’Euro è svalutato se ci si focalizza solo sulla Germania, ma è invece troppo forte quando si considera l’economia di altri paesi dell’area Euro, compresa l’Italia.
  • Ad un mese dal lancio del servizio di gestione patrimoniale, due mesi dall’accordo strategico con Allianz Digital Venture e oltre un anno dall’aumento di capitale di €16 mln, Moneyfarm conferma la sua posizione come consulente finanziario digitale n.1 in Italia. Nel 2016 Moneyfarm ha visto triplicare la base utenti e più che raddoppiare il suo organico (oggi di oltre 80 professionisti suddivisi nelle tre sedi di Milano, Londra e Cagliari)

Nel bel libro Culture and Inflation in Weimar del professore del Mit Bernd Widding molte pagine sono dedicate al valore simbolico della carriola. L’autore ricorda di quando, da bambino, passeggiava per i boschi con il nonno. Tra i molti aneddoti che l’anziano signore raccontava al nipote, testimonianze dei molti drammi del Novecento, immancabile era la storia di quando, a causa dell’inflazione che raggiunse il suo picco nel 1923, i tedeschi si trovarono costretti ad andare a fare la spesa con carriole piene di banconote.

Il fenomeno, conseguenza degli enormi debiti da cui la Germania di Weimar si trovava gravata dopo la Grande Guerra, contribuì a generare discredito nelle istituzioni repubblicane e aprì la strada allo spettro del nazional-socialismo. Questo “trauma” è rimasto così impresso nella memoria di un’intera generazione da essere tramandato a figli e nipoti entrando nel bagaglio di convinzioni che costituisce la cultura popolare del paese. A volte le storie raccontate dai “grandi” durante i pranzi di famiglia hanno molta più efficacia nel forgiare l’orizzonte ideale di un popolo che le testimonianze di giganti della letteratura come Thomas Mann o Hans Fallada.

La carriola è diventata un simbolo potente che simboleggia la fatica quotidiana della povertà e la disintegrazione dell’ordine economico che furono il risultato di una gestione sconsiderata della politica monetaria. Questo vale, ovviamente, per tutti i tedeschi, compresi coloro che occupano le posizioni chiave del Governo e della Banca Centrale. Il ricordo della carriola ha contribuito non poco a condizionare le posizioni della Germania rispetto alla gestione dell’inflazione e di conseguenza al valore della moneta.

Il surplus commerciale tedesco

Apparentemente ignaro di ciò, la scorsa settimana Peter Navarro – nominato da Trump alla guida del National Trade Council – ha accusato la Germania di manipolare l’Euro per favorire le sue esportazioni.

La nuova amministrazione americana è molto concentrata sul commercio e sulle sue conseguenze per i lavoratori statunitensi. Se le merci provenienti dall’estero sono più economiche di quelle prodotte in patria i posti di lavoro rischiano di migrare nella direzione inversa. Gli Usa attualmente hanno un deficit commerciale rispetto alla Germania: le famiglie americane comprano più prodotti tedeschi di quanto le famiglie tedesche comprino beni americani.

Ovviamente il valore delle varie valute ha un peso importantissimo per definire il prezzo delle merci quando si parla di commercio internazionale. Più una valuta è debole più le merci provenienti da quel paese sono economiche. Se guardate oltreoceano, noterete che in questo momento il dollaro è forte per via dell’aspettativa di un incremento della spesa pubblica e di un’economia già molto robusta.

Il problema della visione Usa?

 

Ora si potrebbe argomentare che la Germania stia godendo i benefici di un Euro debole. C’è sicuramente del merito in questa visione, condivisa da molti nostri connazionali. Se la Germania tornasse al marco si troverebbe probabilmente ad avere una moneta fortissima esportando di meno. La politica dell’eurozona ha certamente contribuito, tra molti altri fattori, al surplus commerciale della Germania.

Da qui, però, a sostenere che la Germania stia manipolando la valuta ce ne vuole. Se la Bundesbank potesse decidere da sola le politiche monetaria dell’Eurozona certamente opterebbe per una strada meno espansiva. Ignorare questo fatto vuol dire non conoscere nulla della cultura tedesca e della storia recente della politica monetaria europea.

L’Euro è forse svalutato se ci si focalizza solo sulla Germania ma è invece troppo forte quando si considera l’economia di altri paesi dell’area Euro, compresa l’Italia. Gli Usa hanno ancora difficoltà a valutare la politica monetaria europea, che già di per sé si basa su compromessi ed equilibri difficilissimi, nel suo insieme. Immaginate se pretendessimo un dollaro californiano. Che effetto avrebbe sulle esportazioni di quel singolo stato?

Nell’attesa che questa nuova disputa commerciale si sbrogli, consiglio a tutti di munirsi di una carriola. Gli investitori invece stiano attenti: la retorica sul commercio e il focus sul deficit da parte di Trump potrebbe portare burrasca sul mercato delle valute, aspettate volatilità.