Sport estivi post lockdown e rischi

La quarantena è ormai un ricordo per gli italiani e l’estate rappresenta la giusta occasione per cercare di tornare alla normalità dedicandosi ai più amati sport da spiaggia e in acqua come nuoto, beach volley, surf, wakeboarding e stand up paddle. Attività sportive ricercate, ma al tempo stesso fonti di lesioni e traumi, soprattutto dopo un prolungato periodo di lockdown che ha visto il prevalere di sedentarietà e regimi alimentari scorretti. Stando a un recente ricerca dall’American Physical Therapy Association, infatti, il rischio d’infortuni agli arti inferiori e legato agli sport estivi è in aumento del 45%. Scenario allarmante che interessa ad esempio le 23 milioni di persone in tutto il mondo che praticano surf, secondo un’indagine dell’International Surfing Association (ISA), e gli oltre 5 milioni di Italiani che secondo l’ISTAT prediligono il nuoto come sport in estate. Quella degli sport estivi è una vera e propria tendenza social: basti pensare che su Instagram sono oltre 2 milioni i post con l’hashtag #watersports e oltre 44mila i post con l’hashtag #summersports. Un trend che riguarda anche numerose celebrities: da Chris Hemsworth a Cameron Diaz, amanti del surf, da Vanessa Hudgens a Kate Hudson, innamorate del trekking estivo, fino ad arrivare a Leonardo DiCaprio, amante del beach volley. Ma quali sono le raccomandazioni per evitare gli infortuni più comuni e curarli al meglio? Secondo gli esperti la prevenzione inizia prima di partire, sottoponendosi a un check up fisico completo e ad una valutazione della postura, e continua a tavola con un regime alimentare equilibrato. Una volta in viaggio diventa fondamentale idratare la pelle, eseguire esercizi di riscaldamento muscolare volti a rafforzare glutei e addominali e indossare attrezzature sportive idonee. Per recuperare in tempi rapidi da traumi e lesioni, infine, un valido aiuto arriva dalla laserterapia Theal Therapy di Mectronic.

“Dopo il lockdown possiamo finalmente tornare a tuffarci in acqua e praticare sport in spiaggia, seguendo le principali regole di sicurezza, ma è necessario non esagerare con le attività sportive. Dedicarsi al windsurf e allo stand up paddle senza un adeguato allenamento, per esempio, può causare numerosi danni agli arti inferiori e provocare complicazioni sulla pelle se esposti troppo tempo alla luce del sole senza le adeguate protezioni – ha spiegato la dott.ssa Angela Amodio, fisioterapista specializzata in neuroriabilitazione – Per questo motivo è fondamentale eseguire un check up completo prima di dedicarsi a queste attività in acqua, eseguire esercizi finalizzati al rinforzo strutturale di addominali e glutei, idratarsi e controllare la postura. Consigli validi anche per chi pratica in maniera amatoriale nuoto e wakeboarding, e che sono più soggetti a stress muscolari, distorsioni e lesioni. Per curare in tempi rapidi lesioni e traumi, infine, un valido aiuto arriva dalla Theal Therapy e dalla sua tecnologia laser che massimizza gli effetti terapeutici e si adatta al fototipo di ciascun individuo, garantendo un’azione termocontrollata e personalizzata”. Ma quali sono gli infortuni più frequenti legati agli sport estivi? Secondo la National Health Association il più pericoloso risulta essere il surf con il 67% di trauma cranici, 20% di lacerazione agli arti inferiori e 13% di contusioni. A seguire il beach volley che, se praticato in maniera scorretta, può dar vita a lussazioni alle spalle (50%), microtraumi ai gomiti (32%), e fratture delle dita (18%). Ma non esistono soltanto i traumi da spiaggia perché sempre più appassionati decidono di praticare attività fisica ad alta quota, praticando trekking, jogging e mountain bike. In questo caso i traumi più frequenti riguardano le distorsioni alle caviglie (43%), dovuti all’instabilità del terreno, strappi muscolari alla schiena (36%), causati da un carico di lavoro eccessivo a danno della colonna vertebrale, e fratture delle falangi dei piedi (21%), dovute a un errato utilizzo dei bastoncini da trekking.

Ecco infine il vademecum degli esperti per prevenire e curare gli infortuni legati agli sport estivi:

1) SOTTOPORSI A UN CHECK UP FISICO PRIMA DI PARTIRE

Il prolungato periodo di lockdown ha aumentato la sedentarietà: diventa per questo fondamentale controllare la propria preparazione fisica e atletica prima di andare in vacanza.

2) SEGUIRE UN REGIME ALIMENTARE EQUILIBRATO

La corretta soddisfazione del fabbisogno alimentare permette di evitare l’esposizione al rischio di infortuni e malesseri fisici, soprattutto in spiaggia e in acqua.

3) RIMANERE COSTANTEMENTE IDRATATI

Una buona idratazione è fondamentale per mantenere la corretta produzione di elettroliti, evitando i più comuni crampi e stiramenti, soprattutto quando il sole picchia forte in spiaggia.

4) ESEGUIRE ESERCIZI DI RINFORZO MUSCOLARE

Gli esercizi di core stability per glutei e addominali attivano il sistema cardio-circolatorio e incrementano l’attenzione durante l’attività sportiva.

5) BILANCIARE IL RAPPORTO TRA ATTIVITÀ FISICA E RIPOSO

Praticare intensa attività fisica in estate, soprattutto per chi lo fa in maniera amatoriale senza adeguata preparazione, aumenta il rischio di infortuni: per questo è necessario osservare un periodo di riposo.

6) INDOSSARE LE GIUSTE ATTREZZATURE SPORTIVE

Indossare un abbigliamento tecnico adeguato e dotarsi di calzature idonee al terreno sabbioso risulta fondamentale per evitare movimenti scorretti, soprattutto in caso di corsa.

7) MANTENERE UNA POSTURA CORRETTA

Una buona postura è fondamentale per non compromettere la tecnica di esecuzione della corsa, evitando lesioni frequenti agli arti inferiori.

8) RICONOSCERE I PROPRI LIMITI

Ascoltare se stessi e i segnali del proprio corpo diventa fondamentale per comprendere quando fermarsi e ripartire con l’attività fisica.

9) IDRATARE LA PELLE CON CREME AD HOC

Durante la corsa in spiaggia è fondamentale proteggersi da filtri solari per evitare scottature e il rischio di insolazioni.

10) IN CASO DI INFORTUNIO UTILIZZARE LA LASERTERAPIA

L’ausilio del laser Theal Therapy si è rivelato estremamente utile nella cura e nel recupero in tempi più rapidi di patologie acuto-croniche.

Cene in casa, meglio se all’aperto

Forse i nutrizionisti, e anche la maggior parte delle Cesarine, non sarebbero d’accordo con Epicuro che diceva “Non bisogna preoccuparsi di ciò che si mangia, ma con chi si mangia”. Ma dopo questo lungo periodo di lockdown dove il cibo, quello della tradizione preparato con amore tra le mura domestiche, è tornato a riempire le nostre vite e soprattutto i nostri social, è giusto dare spazio anche alla “convivialità”, una delle cose più preziose che abbiamo – e che più ci è mancata durante i mesi di confinamento. Parliamo delle cene tra amici, delle chiacchiere attorno a un tavolo condividendo cibo e un buon bicchiere di vino.

Ma anche adesso che siamo tornati quasi alla normalità pre-Covid, adesso che bar e ristoranti hanno aperto, siamo tutti pronti per tornare nei locali? Nonostante i numeri siano fortunatamente in calo, il virus sembra essere ancora in giro e certamente occorre fare molta attenzione. Non a caso, nelle ultime settimane si è parlato spesso di sindrome della capanna, un modo colloquiale per indicare una difficoltà a tornare a vivere, dopo l’isolamento forzato. Stare rinchiusi in casa in una condizione innaturale, per un periodo così lungo, ha indebolito, dal punto di vista psicologico, molte persone. È una tendenza legata a volte al timore del contagio, altre alla difficoltà di tornare a vivere. Ma anche quando non si presenta questa sindrome, molti sono ancora un po’ restii a tornare alla vita precedente, spesso vissuta in luoghi affollati e caotici: basti pensare che Corriere della Sera e Ipsos attraverso un sondaggio hanno scoperto che almeno il 36% degli intervistati non se la sente di tornare alla socialità.

Come fare allora? Come godere della convivialità, ma in sicurezza? Sarà questa l’estate delle cene in casa? O ancora meglio in giardino e in balcone? Sicuramente sì. Basta rispettare (o far rispettare, se siamo noi ad aprire la casa agli ospiti) alcune semplici regole. Per qualcuno per cui uscire a mangiare era un’abitudine o un appuntamento fisso settimanale, organizzare una cena in casa può sembrare complicato. Non per chi lo fa “da sempre”. Le Cesarine, le cuoche casalinghe della più importante rete di Home Restaurant d’Italia che aprono le porte della propria casa a viaggiatori provenienti da tutto il mondo, offrendo esperienze immersive in location suggestive, sanno già come gestire al meglio e in sicurezza la situazione contingente, perché anche loro hanno ormai riaperto le loro case, balconi e giardini ai tanti appassionati della cucina italiana per cene tra amici, in famiglia o anche per divertenti cooking class di gruppo.

Ecco allora gli otto suggerimenti + 1 per chi vuole organizzare cene in casa:

mettere a disposizione degli ospiti subito all’ingresso della casa gel disinfettante e salviette monouso, e piccoli asciugamani in bagno;
chiedere agli ospiti di disinfettare le scarpe con apposito prodotto all’arrivo in casa;
dove sia possibile allestire una cena all’aperto: balcone, terrazzo o giardino, in soccorso ci viene la bella stagione;
apparecchiare la tavola lasciando un metro tra ogni ospite (a meno che non si tratti di congiunti);
niente buffet e finger food. Meglio servire a tavola il cibo già impiattato, evitando piatti comuni da cui servirsi, utilizzando posate di servizio, che toccherebbero tutti;
servire il pane già tagliato (o usare piccoli panini) in piattini singoli per ogni commensale;
scegliere una persona incaricata di servire acqua e vino, così che sia sempre la stessa mano a toccare le bottiglie;
se ci si trova in un ambiente chiuso, evitare di puntare il condizionatore direttamente verso la tavola.

Con questi accorgimenti, organizzare cene a casa sarà più facile e sicuro. E anche chi non se la sente di frequentare i locali pubblici, potrà tornare a mangiare in compagnia. E il nono consiglio? Non ce ne voglia Epicuro ma quando si invitano gli amici è anche importante “preoccuparsi di ciò che si mangia”, scegliere prodotti locali, stagionali, cucinarli con amore e con serietà, magari mettendo in pratica quelle tante ricette sperimentate durante il lockdown.

Rifiuti elettronici: tasso di recupero superiore al 90%

rifiuti elettronici

Quasi 25 mila tonnellate di rifiuti elettronici gestiti nel 2019 con un tasso di recupero ben superiore al 90% e oltre 350 tonnellate raccolte attraverso strumenti di prossimità. Ecolight, il consorzio nazionale no profit per la gestione dei rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche (RAEE), presenta il Rapporto Sociale, documento che sintetizza l’attività svolta l’anno scorso e dal quale emerge una grande attenzione al tema della sostenibilità. «La sostenibilità, che dà anche il titolo al nostro undicesimo Rapporto Sociale, è equilibrio», premette il presidente di Ecolight, Walter Camarda. «Un comportamento, un’azione, una scelta per essere sostenibile deve tenere conto del proprio impatto ambientale e di quello economico; stare quindi in equilibrio. Ecolight opera con questa consapevolezza da oltre 15 anni, coinvolgendo non solamente tutti gli attori della filiera RAEE, ma anche stimolando aziende e cittadini a conferire correttamente i loro rifiuti elettronici affinché possano essere gestiti in una logica di economia circolare».

Forte delle 1.900 aziende consorziate, Ecolight nel corso del 2019 ha garantito un servizio puntuale e capillare con oltre 27 mila missioni, concentrate soprattutto nella raccolta dei rifiuti elettronici di piccole dimensioni come cellulari, frullatori, ferri da stiro e lampadine a risparmio energetico. «L’impegno ha confermato il ruolo leader del consorzio nella raccolta dei RAEE appartenenti ai raggruppamenti R4 ed R5», osserva il direttore generale di Ecolight, Giancarlo Dezio. «L’operatività è stata garantita non solamente attraverso il Centro di Coordinamento RAEE, ma anche con lo sviluppo di progetti che sono andati al servizio della Distribuzione. Attraverso il cosiddetti Uno contro Uno e Uno contro Zero, i negozi sono chiamati ad un ruolo importante nella raccolta dei rifiuti hi-tech. Il Consorzio, che ha servito oltre 3.100 punti vendita, ha gestito oltre 320 tonnellate di RAEE che sono stati consegnati in negozio – o ritirati al domicilio dell’acquirente nel caso di consegna a casa – al momento dell’acquisto di un prodotto elettronico di equivalente funzionalità. Inoltre, attraverso le nostre 30 EcoIsole che sono state posizionate in corrispondenza di importanti punti vendita e in spazi di grande afflusso, abbiamo intercettato quasi 30 mila persone che hanno conferito più di 37 tonnellate di piccoli RAEE».

La sostenibilità dell’azione del Consorzio è stata inoltre supportata da elevati tassi di recupero. «Abbiamo superato il 92% in peso». Spiega Dezio: «Questo significa che per ogni 10 tonnellate raccolte, più di 9 sono state avviate ad un processo di recupero di materia. Nell’ottica di una concreta economia circolare, questo ci ha permesso di re-immettere sul mercato come materie prime seconde più di 9.800 tonnellate di allumino, metalli ferrosi e non ferrosi, oltre 5.700 tonnellate di materie plastiche e quasi 1.000 tonnellate di vetro, tutte ottenute da processi di trattamenti dei RAEE». In questa prospettiva si inserisce anche l’impegno nel progetto sostenuto dal Ministero dell’Ambiente e sviluppato con il dipartimento di Ingegneria meccanica e industriale dell’Università di Brescia e Stena Recycling, che ha portato ad un miglioramento qualitativo e quantitativo dei processi di recupero delle plastiche contenute nei piccoli RAEE.

Nonostante l’avvio del 2020, con l’emergenza Covid e il lockdown, abbia registrato un calo dei volumi di raccolta, che nei primi cinque mesi dell’anno si è attestato intorno al 10% rispetto allo stesso periodo del 2019, Ecolight conferma la volontà di proseguire nella tutela dell’ambiente e nel sostegno alle aziende. «Anche se gli obiettivi europei, che l’anno scorso indicavano il target del 65%, sono abbastanza lontani, la strada intrapresa dal sistema Italia nella raccolta dei RAEE è positiva. Occorre proseguire nel contrastare i canali paralleli di raccolta dei RAEE che non danno garanzie di corretta gestione e di rispetto ambientale e nel sensibilizzare i cittadini all’importanza di conferire correttamente i loro prodotti elettronici non più funzionanti, magari potenziando ulteriormente gli strumenti per una raccolta di prossimità offerti dalla Distribuzione e diffondendo maggiormente le EcoIsole».

Più rischi di cotrarre il Covid con gli inibitori della pompa protonica

L’uso di inibitori della pompa protonica (PPI), è associato ad un aumentato rischio di infezione da Covid-19, secondo un nuovo studio condotto da alcuni scienziati statunitensi.

Questi farmaci, prescritti in tutto il mondo contro il bruciore di stomaco, il reflusso gastroesofageo e le ulcere, inibiscono l’azione di un enzima e impediscono allo stomaco di secernere molto acido cloridrico.

Allo stesso tempo, tuttavia, questi farmaci come hanno dimostrato ricerche precedenti, aumentano il rischio di infezioni intestinali da parte di alcuni microrganismi.

Il nuovo studio osservazionale fatto su 53.130 persone, di cui 3.386 (6,4%) positive al nuovo coronavirus, ha mostrato che coloro che assumevano una o due volte al giorno gli inibitori della pompa protonica avevano significativamente più probabilità di contrarre il Covid-19.

Chi assumeva questi farmaci una volta al giorno aveva più del doppio delle probabilità di essere infettato dal coronavirus, mentre coloro che li assumevano due volte al giorno avevano quasi quattro volte più probabilità di prendere il Covid, rispetto a chi non li assumeva affatto.

I ricercatori, guidati dal Dr. Brennan Spiegel del Cedars-Sinai Medical Center di Los Angeles, che hanno fatto una pre-pubblicazione di questo loro studio sull’American Journal of Gastroenterology, hanno sottolineato che l’acido nel nostro stomaco uccide i microrganismi che entrano nel tratto digestivo.
“I coronavirus vengono facilmente distrutti a un pH gastrico inferiore a 3, ma sopravvivono a un pH più neutro, come quello prodotto dai farmaci PPI”, ha spiegato l’esperto, precisando che altri farmaci correlati, come gli antagonisti del recettore dell’istamina-2 (H2RA) non hanno lo stesso effetto.

I gastroenterologi americani hanno sottolineato che il loro studio è solo osservazionale e che sono necessari dei veri e propri studi clinici per dimostrare un rapporto di causa effetto tra l’assunzione di farmaci PPI e l’aumentato rischio di contrarre il Covid-19.

Usa, sì ad avelumab per il carcinoma uroteliale

Merck e Pfizer Inc. (NYSE: PFE) hanno annunciato che la Food and Drug Administration (FDA) statunitense ha approvato la supplemental Biologics License Application (sBLA – domanda di licenza biologica supplementare) per avelumab nel trattamento di mantenimento dei pazienti con carcinoma uroteliale (UC, urothelial carcinoma) localmente avanzato o metastatico, che non è progredito dopo la chemioterapia di prima linea a base di platino.

Il tumore della vescica è il decimo tumore più comune al mondo e il sesto tumore negli Stati Uniti5. Nel 2018, sono stati diagnosticati oltre mezzo milione di nuovi casi di tumore della vescica, con circa 200.000 decessi nel mondo. Negli Stati Uniti, si stima che nel 2019 siano stati diagnosticati 80.470 casi di tumore della vescica, di cui ogni anno circa 12.500 casi localmente avanzati o metastatici. Il carcinoma uroteliale rappresenta circa il 90% di tutti i tumori della vescica. Questo tumore diventa più difficile da trattare man mano che avanza, diffondendosi attraverso gli strati della parete della vescica.

Avelumab

Avelumab è un anticorpo umano diretto contro il ligando del recettore di morte cellulare programmata (Programmed cell Death, PD) PD-L1. In modelli preclinici, avelumab ha dimostrato di attivare sia il sistema immunitario innato, sia quello adattativo. Bloccando l’interazione di PD-L1 con i recettori PD-1, avelumab ha dimostrato, nei modelli preclinici, di riattivare la risposta immunitaria antitumorale mediata da cellule T.10-12 Nel novembre 2014, Merck e Pfizer hanno annunciato un’alleanza strategica per lo sviluppo e la commercializzazione congiunta di avelumab.

Le indicazioni approvate di avelumab

La Commissione Europea ha autorizzato l’uso di avelumab in associazione con axitinib per il trattamento di prima linea dei pazienti adulti affetti da carcinoma renale avanzato (RCC). Nel settembre 2017 la Commissione europea ha concesso l’autorizzazione all’immissione in commercio condizionata per avelumab in monoterapia per il trattamento di pazienti adulti affetti da carcinoma a cellule di Merkel (Merkel Cell Carcinoma, MCC) metastatico.

Negli Stati Uniti, avelumab è indicato nel trattamento di mantenimento dei pazienti con carcinoma uroteliale localmente avanzato o metastatico che non è progredito dopo la chemioterapia di prima linea a base di platino. Avelumab è anche indicato per il trattamento dei pazienti con carcinoma uroteliale che hanno avuto una progressione durante o dopo la chemioterapia a base di platino o la cui patologia sia progredita dopo 12 mesi di trattamento neoadiuvante o adiuvante con chemioterapia a base di platino o con una progressione della malattia entro 12 mesi dal trattamento neoadiuvante o adiuvante con chemioterapia contenente platino.
Avelumab in associazione con axitinib è approvato negli Stati Uniti nel trattamento di prima linea dei pazienti affetti da RCC avanzato. La FDA ha concesso anche un’approvazione accelerata per avelumab nel trattamento di adulti e pazienti pediatrici di età pari o superiore a 12 anni con carcinoma a cellule di Merkel metastatico (mMCC, metastatic Merkel Cell Carcinoma). Questa indicazione è approvata con un processo accelerato basato sul tasso e sulla durata di risposta del tumore. L’approvazione continuativa per queste indicazioni può dipendere dalla verifica e dalla descrizione del beneficio clinico nei trial di conferma.
Avelumab è attualmente approvato per i pazienti con MCC in oltre 50 paesi in tutto il mondo. La maggior parte di queste approvazioni è relativa ad un’ampia indicazione non limitata ad una linea specifica di trattamento.

Smart Working Marathon: il lavoro agile come traguardo

È indubbio che il lockdown abbia trasformato il mondo del lavoro e abbia “obbligato” tantissime organizzazioni ed aziende a sperimentare lo smart working come nuovo modo di lavorare. E ha funzionato! Lavorare in smart working piace: secondo un recente sondaggio di Nomisma, il 56% di chi lo ha applicato vorrebbe continuare a farlo anche post-crisi e il 32% delle società intervistate hanno dichiarato che avrebbero continuato a lavorare in smart working anche dopo la fase di isolamento. Oggi, che ormai molte attività hanno ripreso la piena operatività, è necessario fare un punto su cosa è successo e come sfruttare al meglio ciò che si è “sperimentato”.

Ecco perché Copernico, la rete di luoghi di lavoro, uffici flessibili e servizi che favoriscono lo smart working e la crescita professionale e di business, dà il via alla Smart Working Marathon, due giorni di eventi per riflettere sulle esperienze di smart working di questi mesi e capire come rendere più agile il lavoro. Protagonisti saranno istituzioni, imprese, esperti del lavoro, che dibatteranno di quali siano le buone pratiche da adottare, quale la cultura manageriale da allenare, quali le tecnologie da utilizzare e le normative da seguire. Molti i workshop, i webinar e gli incontri in programma, in cui ci si interrogherà per prima cosa su cos’è lo smart working, erroneamente e spesso confuso con l’home working, su come lo si può applicare anche a contesti come le PMI, e come si può sviluppare una cultura aziendale che lo promuova in modo corretto.

Momento clou dei due giorni sarà la tavola rotonda che vedrà come protagonisti personaggi quali Francesca Puglisi – Sottosegretario di Stato al Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, Maurizio Del Conte – Presidente presso AFOL Metropolitana, già presidente ANPAL, Marco Bentivogli – Sindacalista italiano, segretario generale Fim-Cisl, Annamaria Parente – Vicepresidente 11ª Commissione permanente (Lavoro, previdenza sociale) del Senato, e Emanuele Massagli – Presidente di ADAPT, Ricercatore in LUMSA, Presidente di AIWA e di ANSEB, che insieme discuteranno proprio sul futuro dello smart working.

“Il lockdown potrebbe aver segnato finalmente la fine del rapporto lavorativo solitamente identificato come “subordinato”, e aver involontariamente favorito un modello di lavoro maggiormente collaborativo basato su una più ampia autonomia e fiducia. Con incredibili risultati in termini di efficienza e benessere” – ha dichiarato Pietro Martani, Fondatore e CEO di Copernico – “Quel cambiamento che da anni promuoviamo e sosteniamo è finalmente arrivato, ma va affrontato nel modo corretto. Il lockdown ci ha messi di fronte ad una scelta obbligata, ora quella scelta dobbiamo farla nostra e farla diventare parte della nostra vita lavorativa, nel modo corretto e con consapevolezza. Ecco perché abbiamo voluto organizzare questa maratona che aiuta a districare i dubbi e a suggerire soluzioni a tutta la nostra community e a tutti coloro che siano interessati al tema.”

La Smart Working Marathon è realizza grazie al contributo di Cohengi, HEI – Human Experience Insights, Landoor, Luca Furfaro, SmartWorking srl, Variazioni.

Esplorare l’Italia con il proprio cane: uno stage retribuito

Barkyn Summer Academy è un programma di stage estivo retribuito promosso da Barkyn, il marchio portoghese di piani d’alimentazione personalizzati per cani con supporto veterinario online, destinato a neolaureati appassionati di marketing e cani.

Lo stage della Barkyn Summer Academy non consiste nel ‘solito’ lavoro estivo: tra le funzioni da svolgere, quella di esplorare i migliori hotel per animali domestici del paese, pranzare con il proprio cane nei ristoranti più alla moda e condividere altre esperienze per due, da quelle sportive al doga (yoga come esercizio con cani da compagnia). Una collaborazione quotidiana, retribuita e da remoto, che potrà includere esperienze retribuite extra. Il candidato sarà responsabile della documentazione di queste esperienze e della produzione di contenuti visivi, oltre a supportare lo sviluppo di progetti e iniziative digitali del marchio.

L’iniziativa ha lo scopo di mostrare e condividere nella realtà delle attività per il cane e il proprietario e di rendere noti spazi o attività dog-friendly in grado di fornire esperienze indimenticabili. Allo stesso tempo, considerato il periodo d’incertezza che stiamo vivendo, si tratta di un’occasione per offrire ai giovani laureati un’opportunità, consentendo loro di sentirsi parte integrante di un team di lavoro.

Le domande per partecipare alla Barkyn Summer Academy sono aperte fino al 17 luglio su barkyn.com/summer o direttamente via e-mail summer@barkyn.com. Per maggiori dettagli sulla posizione, visitare barkyn.com/summer.

I gioielli che raccontano emozioni

E’ l’esclusività a caratterizzare Lock Your Love, la linea di leBebé dedicata a tutte le donne che desiderano, attraverso i gioielli che indossano, raccontare i propri sentimenti e dare forma ai più svariati pensieri.

Versatile e originale, la collezione si compone di bracciali e catene – nelle due versioni in argento e in argento/oro rosa – ed elementi aggiuntivi, come i link e i charms che sapientemente combinano i due metalli per dare vita a forme esclusive che sanno raccontare la personalità e le emozioni di chi le indossa. Grazie ai link e ai moschettoni a forma di cuore, il gioiello può essere personalizzato, impreziosito e diventare unico…

Il bracciale della linea Lock Your Love (nella fotografia) rappresenta il regalo ideale per dimostrare il proprio amore. Dedicato ad un pubblico giovane, è in argento 925 arricchito da un prezioso moschettone in oro rosa 9kt a forma di cuore. Link e moschettone possono ospitare letterine e charms di diverse forme, come la casa, simbolo del nido d’amore ma anche così preziosa nel periodo che ci siamo appena lasciati alle spalle, il cuore, per raccontare la passione, il quadrifoglio, portafortuna per antonomasia, e il bimbo, una della sagome iconiche di leBebè, per celebrare una nuova nascita o per identificarsi ed essere portato al polso del grande amore.
Oppure, grazie alle letterine presenti in collezione, perché non comporre il proprio nome o inserire le iniziali per essere simbolicamente sempre insieme?

leBebé nasce nel 2007 dall’idea creativa e imprenditoriale dei fratelli Paolo, Fabrizio e Mariana Verde, titolari di Lucebianca e terza generazione di una storica famiglia napoletana che iniziò l’attività nel 1948 in un piccolo laboratorio di oreficeria situato nel Borgo degli Orefici, l’antica zona orafa di Napoli.
Ciò ha segnato l’inizio di un viaggio, lo sviluppo di una forma d’arte coltivata con pazienza e devozione che portò successivamente alla nascita di Oroverde, importante e attuale realtà commerciale nel settore orafo.

Brand di Lucebianca, leBebé sin da subito conquista l’interesse del mercato e, in pochi anni, si afferma con successo a livello nazionale, oltre a muovere i primi passi verso il mercato estero.
Sin dalla nascita, il concept cui si ispirano tutte le creazioni è molto semplice e, contemporaneamente, straordinario: i gioielli diventano un mezzo per comunicare i propri sentimenti. Ed “Emotional Jewels” è il pay-off che ben incarna l’ispirazione del brand.

Il primo prodotto lanciato, oggi diventato “iconico”, è il famoso – e tanto apprezzato – ciondolo a forma stilizzata di maschietto o femminuccia che, nel tempo, è stato declinato in anelli, bracciali e orecchini. La sagoma leBebé si è imposta come vero e proprio must have al pubblico delle neo-mamme di tutta Italia.

Dopo 13 anni di successi e numerose creazioni, Lucebianca sta attuando un’operazione di “rifocalizzazione” del brand che ha l’obiettivo, non solo di continuare a coltivare la community di mamme cui sinora ci si è rivolti, ma anche di ampliare il target rivolgendosi – con i nuovi prodotti che saranno immessi sul mercato dal 2020 – al mondo delle donne che amano la contemporaneità, che affrontano la vita con gioia e passione e che desiderano raccontare sempre le proprie emozioni.

“Educatori multi task” per bambini in stato di degrado economico ed educativo

Sono 914 le famiglie con bambini di 0-6 anni, che vivono in contesti di degrado economico ed educativo in molte città italiane, per le quali la Fondazione Mission Bambini ha ideato e avviato azioni specifiche di supporto utili ad affrontare i prossimi mesi di emergenza. Mesi in cui, anche se il peso dell’isolamento si sta gradualmente attenuando e molte attività lavorative hanno ripreso, è necessario mantenere ancora alto il livello di attenzione per rispettare il distanziamento sociale.

Educatori a domicilio per tutta la famiglia, attività organizzate all’aperto per i bambini, fornitura di beni di prima necessità, educativa e sostegno digitale, consulenza psico-pedagogica. Sono 5 le attività pianificate fino a fine anno, realizzate grazie a un team di “educatori multi task” che hanno acquisito in questi mesi nuove competenze legate al periodo di emergenza sanitaria. Le attività sono avviate nelle diverse città italiane in cui la Fondazione è presente da anni con progetti di sostegno all’infanzia, grazie alla partnership con realtà locali e alla disponibilità di centinaia di volontari.

La rete di educatori domiciliari è organizzata per essere presente 2 volte alla settimana a casa di 70 famiglie fragili – in particolare a Milano, Roma, Napoli, Palermo e Brescia – per garantire l’accompagnamento educativo dei bambini e monitorare la loro condizione di salute, fisica e psicologica: un doppio supporto che serve a fornire alle famiglie gli strumenti più adatti alla gestione della quotidianità.

Con la progressiva ripresa della socialità, sempre nel rispetto delle regole del distanziamento sociale, Mission Bambini organizza inoltre una serie di attività educative all’aperto: i bambini, in piccoli gruppi e accompagnati da un educatore, hanno la possibilità di svolgere ogni giorno sport e giochi all’esterno, ritrovando quel tempo e quel benessere psicofisico che nasce proprio dal contatto con educatori e compagni. L’educativa all’aperto, che coinvolge nel complesso 147 famiglie, supporta l’apertura dei centri estivi con le azioni necessarie a rispettare le attuali linee guida: sanificazione delle aree, uso di materiali monouso per i laboratori, visione e allestimento degli spazi, aumento del numero di educatori richiesto.

Prosegue poi la distribuzione di beni di prima necessità iniziata nel mese di giugno e dedicata alle famiglie in difficoltà: sono nel complesso 10mila i prodotti per l’igiene, come pannolini e salviettine, e prodotti alimentari specifici, come latte in polvere e omogeneizzati, consegnati ai nuclei familiari che nei mesi scorsi hanno dovuto affrontare un netto peggioramento della situazione economica.

E continua anche l’educativa digitale, che Mission Bambini ha avviato a marzo all’inizio del lockdown e che lungo le settimane è stata potenziata. Al momento le famiglie coinvolte sono 452 in varie città, per cui è stato messo in campo un “accompagnamento digitale” da parte di un educatore che propone laboratori per genitori e bambini, oltre a supportare le competenze genitoriali all’interno della famiglia attraverso sessioni online di confronto settimanale.

245 sono infine le famiglie coinvolte nella consulenza psico-pedagogica rivolta dagli operatori della Fondazione, sia per telefono sia attraverso uno sportello di ascolto, per supportare e monitorare i casi più fragili.

Malattie rare, serve un nuovo modello di sanità

“Delle oltre 7.000 malattie rare note a malapena il 10% ha una terapia specifica. Quando una terapia arriva o è in avanzata fase di sperimentazione, a cambiare in meglio non è solo l’aspetto terapeutico: la rivoluzione per i pazienti va ben oltre. È a partire da quel momento che aumenta la conoscenza della patologia nella classe medica e nell’opinione pubblica, il processo di diagnosi – anche se spesso sempre deficitario – si velocizza, nascono servizi, migliora l’approccio multidisciplinare e a volte si giunge anche alla codificazione di PDTA, una garanzia di corretta presa in carico. Il merito di questo va in larga parte agli investimenti che le aziende farmaceutiche fanno, parallelamente al processo di ricerca, sull’awareness e sui servizi. Sono sforzi che vanno ad aumentare il valore stesso della terapia e questo approccio, ‘Value Based Health Care’, costituisce un supporto importante all’intero sistema sanitario. Un aspetto che noi di Osservatorio Malattie Rare verifichiamo ormai da dieci anni e per questo abbiamo pensato che fosse importante metterlo nero su bianco partendo da alcuni casi studio, prendendo una patologia come riferimento e allo stesso tempo andando a valutare le iniziative diverse dalla ricerca messe in campo da una azienda: abbiamo cominciato dall’emofilia e dall’impegno di CSL Behring”. Così Ilaria Ciancaleoni Bartoli, direttore di Osservatorio Malattie Rare, ha aperto oggi la presentazione del Rapporto “Il valore della cura e dell’assistenza nell’emofilia”, realizzato con il contributo non condizionato di CSL Behring ed edito da Rarelab. Alla discussione hanno partecipato anche i protagonisti che hanno contribuito alla stesura del rapporto, frutto di mesi di lavoro: clinici, farmacisti ospedalieri, economisti, rappresentanti delle associazioni di pazienti e dell’azienda farmaceutica stessa.

Dalla gestione dell’emergenza all’accoglienza in Pronto Soccorso, dalla diagnosi al processo di cura fino al trattamento delle complicanze. Sono tante le questioni affrontate nel rapporto, perché oggetto di progetti specifici e voluti dall’azienda nel corso degli anni e volti a migliorare gli aspetti problematici.

Si tratta di esempi concreti di come il sistema salute si stia avvicinando sempre più a un modello di nuove tecnologie sanitarie che segue l’approccio orientato alla Value Based Health Care (VBHC), l’assistenza fondata sul valore. Di tale modello è stato analizzato sia l’impatto economico sia la capacità di produrre benefici non solo ai pazienti, ma anche all’operato dei clinici e a tutto il sistema sanitario, che ha potuto integrare questi progetti nella costruzione di più efficaci ed efficienti percorsi clinici. A confermare questo approccio che va sempre più diffondendosi è stata anche la Sen. Paola Binetti, Presidente Intergruppo Parlamentare per le Malattie Rare – XII Commissione Senato della Repubblica ‘Igiene e Sanità, che da tantissimi anni segue l’evoluzione del mondo della rarità. “Nell’ambito delle malattie rare il concetto di Alleanza è ampio: non riguarda solo clinici e istituzioni, ma anche pazienti e aziende farmaceutiche – ha detto la senatrice durante l’evento online – Queste ultime, in particolar modo, hanno obiettivi che coincidono perfettamente con le richieste dei malati per quanto riguarda i farmaci orfani, e cioè dare risposte ai bisogni nelle patologie in cui i bisogni non soddisfatti sono spesso il 100% delle esigenze. Ecco, allora, che nel mondo ‘raro’ l’azienda diventa un partner per il Servizio Sanitario Nazionale e non più un mero fornitore”.

Il Rapporto presentato oggi vuole essere un contributo ad una maggiore consapevolezza della sfida posta dall’emofilia in termini di nuove opportunità terapeutiche e di formazione del paziente. L’esempio di CSL Behring, caso studio analizzato nel Rapporto, dimostra che le aziende farmaceutiche non hanno solo il compito di fornire un farmaco efficace ai pazienti, ma sono in grado di fare la differenza anche tramite il supporto o l’attivazione di progetti che possono portare valore a tutte le figure coinvolte nella cura dell’emofilia. Le esperienze raccontate nel documento costituiscono un fondamentale tassello per il processo di cambiamento verso la VBHC, utile per ridurre i costi sanitari e garantire qualità e innovazione per i pazienti, e rappresentano un modello che potrebbe essere preso come esempio per tante altre patologie rare o anche non rare.

“I programmi delle aziende farmaceutiche basati sulla Value Based Health Care, e quindi sull’assistenza fondata sul valore, sviluppati e coordinati in sinergia con il sistema sanitario possono essere sicuramente utili allo sviluppo di percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali, i cosiddetti PTDA – ha confermato Giuseppe Limongelli, Coordinamento Malattie Rare, Regione Campania – Percorsi che possono essere adattati alle esigenze delle singole Regioni e attuati attraverso la creazione di unità specifiche di malattie rare a seconda delle competenze dei vari centri”.

Il supporto delle aziende può essere utile laddove intervenga per soddisfare quei bisogni che il SSN non riesce ancora a garantire. “L’augurio è che le istituzioni prendano atto, alla luce anche di quanto la recente emergenza Covid-19 ha reso evidente, delle peculiari fragilità di persone che convivono con una patologia pregressa e cronica, come nel caso degli emofilici e che si impegnino a dare risposte ai bisogni dei pazienti che rimangono ancor oggi insoddisfatti, adoperandosi al meglio per attivare servizi concreti a salvaguardia del diritto alla salute di tutti i cittadini, a partire da quelli più deboli ed esposti”, ha dichiarato Cristina Cassone, Presidente di FedEmo, Federazione delle Associazioni Emofilici.

È necessario insistere anche sull’empowerment del paziente, cioè sulla conquista della consapevolezza di sé e del controllo sulle proprie scelte e azioni attraverso un percorso di formazione. Un’esigenza sostenuta altresì dalla Fondazione Paracelso, che promuove progetti di ricerca scientifica e interventi sociali al fine di migliorare l’assistenza alle persone con emofilia. “Un sostegno formativo può certamente migliorare la capacità di affrontare al meglio la propria situazione – ha affermato Andrea Buzzi, Presidente Fondazione Paracelso – Scopo dell’educazione terapeutica, in effetti, è quello di assicurare al paziente un’informazione adeguata, così che possa curarsi al meglio delle possibilità offerte dalla medicina rispetto ai suoi bisogni e alle sue condizioni in vista di una convivenza quanto più possibile armonica con la malattia. Riteniamo che migliorare la conoscenza dell’emofilia possa contribuire a facilitare la ricerca di un rapporto equilibrato con essa, favorendo il pieno inserimento della persona e della sua famiglia nel corpo sociale secondo i desideri e le aspettative”.

Diversi sono i progetti specifici attivati dall’azienda che sono stati analizzati quali esempio di attività volte a migliorare la qualità di vita dei pazienti e il funzionamento dell’intero sistema. Uno di questi è il progetto PK@Home, il servizio di assistenza domiciliare attivato nel 2017 e realizzato da CSL Behring con l’obiettivo di aiutare i Centri Emofilia a sostenere il carico terapeutico venendo al contempo incontro alla necessità delle persone di conciliare terapie e vita privata. Cristina Santoro, Servizio di Diagnosi Speciale e Terapia dell’Emostasi e della Trombosi della U.O.C di Ematologia Azienda Ospedaliera Universitaria Policlinico Umberto I, Roma, ha spiegato: “Il programma permette ai pazienti di effettuare l’analisi farmacocinetica a domicilio, diminuendo così gli accessi ai centri. Al contempo offre ai centri risorse dedicate ai fini dell’addestramento infermieristico, garantendo elevati standard qualitativi e di sicurezza grazie al personale altamente qualificato. Altro fronte su cui lavorare è la raccolta dei dati sulla esperienza di ‘real life’. Infatti, gli studi clinici vengono condotti su un numero limitato di pazienti molto selezionati per caratteristiche cliniche. È essenziale, allora, che un’azienda farmaceutica promuova raccolte dati di ‘real world’ che riflettano ciò che accade nella pratica clinica; nel caso del rVIII-Single Chain ciò è stato realizzato con il progetto di interviste a medici e pazienti”.

Un altro dei progetti esaminati a titolo di esempio è più recente ed è stato sviluppato con l’emergenza Covid-19, periodo in cui i pazienti emofilici hanno dovuto limitare gli accessi in ospedale per evitare il rischio di contagio. Per questo CSL Behring ha lanciato Factors@Home, un servizio di consegna a domicilio dei medicinali per l’emofilia attivo su tutto il territorio nazionale fino al 30 settembre 2020. “La prestazione non prevede alcun onere economico per il paziente né per la struttura sanitaria – ha sottolineato Oliver Schmitt, Amministratore Delegato di CSL Behring Italia – Factors@Home vuole garantire la continuità terapeutica con i medicinali salvavita e, allo stesso tempo, ridurre il numero di accessi ai presidi farmaceutici contribuendo al rispetto dei programmi di tutela della salute previsti dalle istituzioni. La pandemia, è ormai chiaro, ha messo ancora più in evidenza la necessità di questo approccio olistico da parte dell’azienda e il ruolo che essa può avere nella generazione di valore per il paziente e per il sistema sanitario”.

L’emofilia è una malattia rara di origine genetica dovuta a un difetto nella coagulazione del sangue. I geni che codificano la sintesi dei fattori della coagulazione VIII e IX sono situati sul cromosoma X: la malattia, dunque, colpisce soprattutto i maschi, mentre le donne possono essere portatrici sane. È estremamente raro che una donna sia colpita da emofilia. Si distinguono due forme di emofilia: la A, in cui manca il fattore VIII ed è quella più frequente (l’80% dei casi), e la B, in cui manca il fattore IX. I sintomi sono praticamente identici nei due casi e consistono in emorragie più o meno gravi a seguito di traumi, ferite, operazioni chirurgiche oppure emorragie spontanee. Le principali complicanze dell’emofilia sono gli emartri, sanguinamenti che avvengono all’interno delle articolazioni e che, se non trattati in modo adeguato, possono portare ad artropatia cronica e disabilità. In Italia, secondo i dati del 2017 raccolti nel Registro nazionale delle Coagulopatie Congenite dell’Istituto Superiore di Sanità, sono 10.627 le persone con malattie emorragiche congenite: di queste, 4.179 sono affette da emofilia A e 898 da emofilia B.

Pin It on Pinterest