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Il “contagio” del canto per ritrovare le parole perdute dopo un ictus

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Foto di citypraiser da Pixabay

C’è un contagio che non fa paura ed è quello che viene dalla musica. Ancora di più se diventa un “antivirus” fatto di condivisione e cura, elementi così preziosi in questo periodo che ci ha visto costretti a osservare norme precise di comportamento che hanno limitato le nostre attività, costringendoci a rimanere a casa.

E la musica è ciò che ha messo in contatto il “Coro degli Afasici” di A.L.I.Ce. Cuneo Odv (Associazione per la lotta all’ictus cerebrale) e l’ensemble la “Voce dell’Afasia” dell’Associazione “Musica e Cura” di Torino. Due cori speciali, costituiti da persone afasiche (che hanno cioè perso o ridotto la loro capacità di comunicare e di esprimersi) che ritrovano la parola grazie al canto e alla musicoterapia. I due cori si sono gemellati cantando a distanza, uniti dalle tecnologie, il brano “Mbele Mama”, un canto di origine africana che è un inno alla gioia e alla madre, intesa anche come pianeta Terra. Un inno alla vita che diventa messaggio di forte speranza ancora di più perché arriva da persone fragili che hanno saputo fare dei loro limiti una forza. La forza di superare le difficoltà, insieme, in musica, in coro. Perché il canto unisce e la distanza non divide. (Link al video https://www.youtube.com/watch?v=ATnzBzrw9nI).

Un videoclip in grado di veicolare messaggi che si moltiplicano come augurio speciale per il giorno della Festa della Mamma: “Un’associazione è come una mamma – dice Federico Carle, presidente di A.L.I.Ce. Cuneo Odv -: cura e si prende cura, lotta, assiste e supporta. Una mamma con la quale gioire: per questo l’inno alla madre “Mbele Mama” vuole essere il nostro augurio speciale a tutte le mamme e a tutti noi. Un grazie come auspicio a stare sempre e ancora di più insieme, in associazione, per lottare contro le difficoltà: il nostro sforzo deve essere congiunto. La lotta all’ictus deve proseguire ed essere fatta insieme, anzi, ‘in coro’”.

Il progetto del “Coro degli Afasici”, fortemente voluto dalla Federazione nazionale A.L.I.Ce. Italia, è una realtà presente ormai in diverse città: oltre a Cuneo anche Trieste, Genova, Ravenna, Firenze, L’Aquila ed è rivolto a coloro che, avendo già realizzato un percorso riabilitativo, vogliono affrontare e migliorare i disagi emotivi collegati alla propria esperienza di isolamento e depressione, conseguenze molto frequenti dell’ictus e dell’afasia.

Partecipare al Coro comporta non solo benefici di natura psicologica, ma si caratterizza anche per una specifica valenza terapeutica. Le persone afasiche, infatti, hanno difficoltà a parlare ma riescono quasi tutte ugualmente a cantare: questo è possibile perché musica e linguaggio verbale non si trovano nello stesso emisfero cerebrale. Il linguaggio si colloca nell’emisfero dominante, mentre la funzione musicale interessa l’emisfero non dominante. Questo è il motivo per cui una persona che non riesce ad articolare neanche le frasi più semplici, può con l’esercizio unire la propria voce a quella degli altri, anche solo sillabando.

“Il Coro – dichiara la Dottoressa Nicoletta Reale, Presidente di A.L.I.Ce. Italia Odv- rappresenta anche un importante e piacevole momento di socializzazione e di incontro tra le persone afasiche e i loro familiari o caregiver, perché in queste occasioni tutti possono “dare voce” al proprio vissuto. Con questa esperienza si rafforza anche l’autostima della persona, che, essendo in contatto con altre che hanno problematiche simili, si sente finalmente parte di un gruppo”.

Per la persona con afasia può essere difficile riuscire a seguire discorsi veloci, trovare le parole adatte da dire o comprendere frasi molto lunghe e complesse. Bisogna, innanzitutto, capire che convivere con chi ha un disturbo così grave può determinare cambiamenti di umore anche importanti e repentini e, quindi, sarebbe opportuno avere un atteggiamento rassicurante e positivo. La difficoltà di linguaggio non va interpretata come “rifiuto di parlare”: la persona afasica comunica come e quando può, riuscendo un attimo prima a dire una parola, ma subito dopo potrebbe manifestare difficoltà nell’esprimere efficacemente il proprio pensiero.

L’ictus cerebrale è una malattia grave e disabilitante, che ogni anno nel mondo colpisce circa 15 milioni di persone e rappresenta la terza causa di morte, la prima di invalidità e la seconda di demenza; nel nostro Paese sono circa 150.000 i soggetti colpiti e quelli che sono sopravvissuti, con esiti più o meno invalidanti, sono oggi circa 1 milione.

Fondamentale per la prevenzione è la adeguata consapevolezza da parte dei cittadini dei fattori di rischio che da soli o, ancora di più, in combinazione tra di loro aumentano la possibilità di incorrere in un ictus: ipertensione arteriosa, obesità, diabete, fumo, sedentarietà ed alcune anomalie cardiache e vascolari. Le terapie della fase acuta (trombolisi e trombectomia meccanica) possono evitare del tutto o migliorare spesso in modo sorprendente questi esiti, ma la loro applicazione rimane a tutt’oggi molto limitata per una serie di motivi. I principali sono rappresentati dalla scarsa consapevolezza dei sintomi da parte della popolazione, dal conseguente ritardo con cui chiama il 112 (118) e quindi arriva negli ospedali idonei alla cura, dalla perdita di tempo intra-ospedaliera e, infine, dalla mancanza di reti ospedaliere appropriatamente organizzate e omogeneamente distribuite sul territorio nazionale.