Prodotti “free from”: non sempre sono sani

I carrelli degli italiani si riempiono di prodotti “free from”: cibi senza lattosio, senza glutine, senza olio di palma, senza zucchero, senza grassi, senza uova, senza sale, senza additivi, senza conservanti… Un trend di moda ma che fa anche marketing: i cibi ‘senza’ vendono di più, nonostante i costi più elevati. Ma a che prezzo per la salute del consumatore o per la bontà dell’alimento? L’appeal del ‘senza’ sembra guidare le moderne scelte alimentari, ma è davvero l’‘ingrediente’ giusto per valutare quanto un cibo sia sano? Sì, se il senza riguarda coloranti e ogni altro agente che altera inutilmente la naturalità del prodotto, nì in diversi altri contesti.

A fare chiarezza sull’offerta dei prodotti “free from” è il Dott. Giorgio Donegani, Tecnologo Alimentare ed esperto di Nutrizione, che a Fa’ la cosa giusta!, allo stand di Milano Ristorazione ha fornito sani consigli durante due conferenze dal titolo “Senza questo, senza quello…senza senso!”, mettendo in guardia da possibili errori (o falsi miti) alimentari e nutrizionali: “Leggendo un’etichetta o valutando un prodotto, sempre più spesso l’attenzione è rivolta a esaminare quello che non c’è, ‘senza’ valutare a sufficienza la presenza di ciò che invece ci deve essere, perché serve al nostro organismo e alla bontà dei nostri piatti. In questa azione persuasiva, marketing e packaging sono maestri: il “SENZA…” ben evidenziato sulla confezione, con caratteri diversi e vistosi, finisce per diventare sinonimo di “sano e buono”, distraendo da quelle indicazioni, scritte più in piccolo, che sono davvero significative per un giudizio di qualità, prime tra tutte l’elenco degli ingredienti e l’etichetta nutrizionale. È facile e veloce scegliere basandosi sul “senza”, ma siamo sicuri che sia anche sano?

Negli ultimi anni è cambiata la “politica degli acquisti” degli italiani: i consumatori stanno via via rimodulando il proprio carrello della spesa, talvolta riducendo le quantità dei prodotti secondo la (positiva) etica dell’anti-spreco, pur di acquistare un determinato alimento, anche più caro, ma corrispondente alle proprie esigenze e aspettative. Si spiega così la forte crescita dei prodotti “free from”, quelli senza una o più sostanze, tra cui i senza sale, senza zucchero o senza olio di palma. I numeri parlano chiaro. Il mercato di questi alimenti conta oggi 11.345 prodotti distribuiti in Italia che vantano la scritta “senza” sull’etichetta, pari a quasi il 20% di tutti i confezionati. Un mercato che fa guadagnare all’incirca 7 miliardi di euro, come attestano le vendite che segnano +2% nel periodo agosto 2017-agosto 2018, con punte del +7,8% per i prodotti a ridotte calorie*.

“Per molti alimenti “senza” non c’è certezza che facciano bene alla nostra dieta. Sono solo supposizioni, perché al momento non esistono evidenze scientifiche sul rapporto causa-effetto. Siamo in una fase di rodaggio, stiamo ‘testando’ la bontà di questi nuovi prodotti entrati nel nostro paniere, ma prima di avere conferme certe occorrerà del tempo. Per millenni la nostra alimentazione si è basata su cibi, pietre miliari della nutrizione e della dieta sana, come latte, uova, farina; oggi sembra che il consumatore voglia dimenticare questa consolidata tradizione, desiderando assaporare il nuovo. Si tratta quindi di alimenti, compresi i cibi ‘senza’, che devono ancora superare la prova del nove prima di poterne accreditare la bontà e efficacia – migliore, identica o con qualche carenza – sulla salute”. Quindi i “cibi senza” sono da demonizzare? “Nulla è mai da demonizzare, ma tutto va approcciato con spirito critico: gli alimenti senza glutine sono vitali per chi è celiaco, ma non migliorano certo l’alimentazione di chi il glutine lo tollera benissimo. Allo stesso modo, gli alimenti senza sale sono utili per chi ha problemi di ipertensione o insufficienza renale, ma perché rinunciare a uova e latte se non si è allergici, intolleranti o vegani?”.

Alla grande fiera del consumo critico e degli stili di vita sostenibili Donegani afferma che “gli alimenti “senza” hanno una così grande diffusione perché sono presentati come una scorciatoia che semplifica e velocizza le scelte di salute. C’è da dire che oggi la ricerca e la scienza della nutrizione hanno definito con precisione i criteri per valutare la qualità nutritiva dei cibi e inquadrarne il consumo in una dieta sana, tenendo conto della quantità e della frequenza di consumo. Per il consumatore, però, seguire questi criteri può essere impegnativo: è certamente più comodo pensare che esistano semplicemente alimenti “buoni” a cui affidarsi ciecamente e alimenti “cattivi” da escludere tassativamente, per garantirsi il massimo benessere. Una semplificazione che ha l’effetto di deresponsabilizzare il consumatore rispetto alla gestione della propria salute: individuando nei cibi etichettati come “cattivi” dei facili colpevoli a cui attribuire ogni responsabilità, si dimentica che il benessere è sempre frutto di uno stile di vita complessivo, fondato su un’alimentazione sana ed equilibrata, su un giusto livello di attività fisica e su una vita di relazione appagante.  Considerazioni, queste, che dovrebbero fare riflettere su come è mutato nel tempo il nostro rapporto con il cibo”.

Conclude Donegani: “Oggi siano consumatori facilmente influenzabili da quanto il mercato ci propone e propina, mentre dobbiamo trasformarci in compratoricapaci di ‘comparare’, secondo il significato del termine, la qualità di due o più prodotti senza farci affascinare troppo dal bollino “senza”, ma confrontando e scegliendo il prodotto che è realmente il migliore in termini di ingredienti contenuti e proprietà nutrizionali”.

 

*Rapporto “Miti del consumo, consumo dei miti” di Censis e Conad

 

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