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Donne: nelle carceri sono le più colpite dalle malattie infettive

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Le donne nelle prigioni sono le più colpite dalle malattie infettive. Disagi mentali per il 70% dei detenuti. Urge un piano vaccinale e un osservatorio nazionale

“Manca un coordinamento: è da anni che si sottolinea la necessità di un osservatorio nazionale per la tutela della salute in carcere, ma ancora attendiamo risposte certe dalla politica”- spiega il Prof. Sergio Babudieri, Direttore Scientifico SIMSPe-ONLUS

FOTOGRAFIA DELLE CARCERI – Secondo i più recenti dati forniti dall’amministrazione penitenziaria, ogni anno all’interno dei 190 istituti penitenziari italiani transitano tra i 100mila e i 105mila detenuti. I dati ufficiali del Ministero della Giustizia indicano che oltre il 50% dei soggetti ha meno di quarant’anni e che un detenuto su tre è straniero. Per quanto riguarda il genere, le donne sono circa il 4% della popolazione carceraria. I reati più perseguiti da loro sono quelli contro il patrimonio, contro la persona e in materia di stupefacenti. Ma sono molto frequenti anche i reati di prostituzione. Si contano anche circa 60 bambini, che hanno da pochi mesi a sei anni, figli di madri che hanno subito un arresto o una condanna.

IL CONGRESSO SIMSPE A ROMA – E’ in corso a Roma, sino a stasera, presso l’Hotel dei Congressi all’Eur, il XIX Congresso Nazionale SIMSPE, Agorà Penitenziaria 2018, organizzato insieme alla Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali – SIMIT. Circa 200 i partecipanti, provenienti da tutta Italia. Tra i principali topics in programma, la vaccinazione delle persone detenute, integrazione e tutela delle fragilità sanitarie e sociali in carcere, il dolore e la salute mentale in ambito penitenziario, microeradicazione di HCV in sezioni detentive, esperienze di gestione dei detenuti migranti.

IL PROBLEMA DEL DISAGIO MENTALE – “Numeri importanti” sottolineano una forte precarità anche da un punto di vista psicologico: si stima che due detenuti su tre, secondo dati Simspe, soffrono di qualche disagio di tipo mentale. “Per disagio mentale – spiega Luciano Lucania, Presidente SIMSPe-ONLUS – intendiamo quella sofferenza sia psicologica che clinico-psichiatrica. Sono numeri importanti, con percentuali molto elevate: si stima che riguardi il 60/70% dei detenuti. Tali disturbi rendono questa popolazione a rischio per fenomeni di autolesionismo e di autosoppressione. Se, infatti, la cura delle malattie infettive è legata a una diagnosi e a una conseguente terapia, per quelle mentali occorre non soltanto un approccio clinico e farmacologico, ma anche psicologico e di sistema, sociale e territoriale, che non guardi solo la situazione nelle carceri, ma anche quella esterna”.

DONNE E GIOVANI – “Da recenti studi internazionali – spiega il Prof. Sergio Babudieri, Presidente del Congresso nonché Direttore Scientifico SIMSPe-ONLUSemerge che le donne detenute presentano percentuali di malattia superiori rispetto rispetto agli uomini anche ristretti. È ad esempio dimostrato che se HIV è 10 volte superiore negli uomini detenuti rispetto alla popolazione generale, per le donne lo è di 16 volte, mentre per HCV non disponiamo di numeri accertati ma la tendenza sembra la stessa. Una “elite in negativo” in cui si concentrano non solo malattie infettive, ma anche psichiatriche, cardio-respiratorie, metaboliche e anche degenerative. Eppure, in ragione dei numeri contenuti, occorrerebbe un piccolo sforzo per garantire a loro, e agli eventuali minori, ottimi risultati”. Poi aggiunge: “Ma, data l’età media della popolazione totale, si potrebbe raggiungere uno stato di salute nettamente superiore per tutti”.

VACCINI – Tra gli ospiti del Congresso Nazionale, ci sarà anche il Prof. Giovanni Rezza, Direttore del Dipartimento di Malattie Infettive dell’Istituto Superiore di Sanità, con cui si cercherà di capire come agire sulla popolazione malata e quali strumenti sarebbe opportuno usare.

“I responsabili dell’assistenza sanitaria in carcere sono i sistemi sanitari regionali – spiega il Prof. Babudieri – A loro spetterebbe il compito di creare un ponte tra i medici delle carceri e i medici dell’igiene e della prevenzione territoriale. Il responsabile di ogni struttura penitenziaria dovrebbe correlarsi con i responsabili della Sanità Pubblica per la realizzazione di un programma di vaccinazione totale. In questo modo tutte le persone detenute saranno sotto controllo, garantendo non solo la loro sicurezza, ma anche quella di chi starà loro accanto, dentro e fuori le strutture penitenziarie”.

L’APPELLO ALLE ISTITUZIONI E AI POLITICI – L’urgenza è sotto gli occhi di tutti, ma c’è una generale tendenza a demandare le proprie responsabilità, a danno non solo dei malati, ma anche di quelli ancora sani. “Non è mai stato fatto un registro nazionale per nessuna patologia, non c’è mai stato un coordinamento nazionale – afferma il Prof. Babudieri – Ovviamente non è interesse del Ministero della Giustizia, mentre quello della Salute ha demandato ai sistemi sanitari regionali. Manca un coordinamento: è da anni che la nostra Società ha proposto di affidare all’Istituto Superiore di Sanità la gestione di un Osservatorio Nazionale per la Tutela Della Salute in Carcere che coordini tutti gli osservatori regionali già costituiti, ma questa nostra richiesta è stata costantemente disattesa”.

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