Il 12% degli universitari abbandona prima del secondo anno

Difficoltà economiche, ma anche nell’apprendimento, paradossalmente reso più difficile dalla maggior digitalizzazione. Castaldo (4 MAN Consulting): “Sistema dei 21’ e gamification per migliorare l’apprendimento, ma lo sport potrebbe essere la vera soluzione contro la dispersione scolastica”

Secondo gli ultimi dati diffusi dall’OCSE, oltre il 40% dei giovani di età compresa tra i 19 e i 20 anni è iscritto a corsi di studio. Purtroppo, però, non tutti arrivano a raggiungere il giorno della laurea. Il 12%, infatti, abbandona tra il primo ed il secondo anno, percentuale che arriva al 20% se teniamo conto della durata legale del corso di studi, e al 24% nei tre anni successivi di fuori corso.

Dati che ci devono spingere a riflettere e ad interrogarci, soprattutto in vista del 17 novembre, in cui si celebra la Giornata Mondiale degli Studenti, istituita proprio per ribadire il diritto allo studio e il diritto degli studenti a esprimersi.

“Incentivare gli studenti a terminare i corsi di laurea, così da formare lavoratori più specializzati e coltivare i talenti e le eccellenze, dovrebbe essere una delle nostre priorità come Paese. – Commenta Roberto Castaldo, formatore, mental coach, Fondatore della società di consulenza 4 MAN Consulting e Presidente del Centro Sudi Performance 4 MAN Consulting. – Tra le cause principali ci sono indubbiamente i fattori economici, ma anche le difficoltà nello studio riscontrate da molti studenti”.

Anche se circa l’88% degli studenti sceglie atenei pubblici, va detto che nel nostro paese le tasse universitarie sono più alte rispetto a molti altri Paesi europei. l’obbligo di frequenza di molti corsi, i laboratori e la mole importante di studio rendono spesso difficile studiare e lavorare allo stesso tempo, e in molti finiscono per rinunciare all’università.

Per quanto riguarda, invece, le difficoltà nel sostenere gli esami, in molti denunciano una certa difficoltà nel memorizzare i concetti, che rende assai più arduo portare avanti il percorso di studi.

“Purtroppo, in questo caso, la digitalizzazione ha fatto qualche danno. – Spiega Castaldo – Se da un lato ha reso lo studio più accessibile, pensiamo, ad esempio, alle università telematiche, che possiamo seguire da qualsiasi luogo e n qualsiasi momento, o alla DAD durante il lockdown, dall’altro ha cambiato il nostro modo di rapportarci al mondo. Dai millennials in poi, tutti vedono la tecnologia pervadere ogni aspetto della vita, semplificandola. Questo, però, ha portato un drastico decremento della memorizzazione. Il nostro cervello funziona per insiemi, c’è un mondo esterno da cui raccogliamo informazioni tramite i 5 sensi, e un mondo interno che è la rappresentazione di ciò che percepiamo dal mondo esterno, sia in modo diretto, sia indiretto, e che modifichiamo per valori (cosa è importante per me) e convinzioni (cosa è vero per me)”.

Affidarci continuamente al supporto dei vari device, che sia il navigatore, la calcolatrice, o l’app che ci ricorda compleanni e date importanti, incide negativamente sulla memoria. Per eccellere nello studio, dunque, bisogna rinunciare alla tecnologia?

“Assolutamente no, io credo che ciò che aiuta la società a progredire sia sempre positivo, ma questo non ci ‘autorizza’ ad adagiarci sul fatto che non dobbiamo più saper fare le addizioni. Per superare le difficoltà potrebbe essere ottimale il sistema 21′: studiare a blocchi di 21minuti con delle routine fisse. – Prosegue Roberto Castaldo – Questo, secondo i dati del nostro Centro Studi, non solo aumenta del 57% la capacità mnemonica, ma aiuta anche l’attivazione del processo dell’attenzione selettiva. Anche il ricorso a tecniche didattiche di gamification (l’applicazione di sistemi ludici a contesti non ludici) ed il coaching (processo che punta a generare autonomia) possono migliorare le performance. I nostri dati dimostrano che questi approcci possono ridurre di circa il 62% il tasso di abbandono degli studi, con il 73% degli studenti che ottiene risultati del 43% superiori alla media dei compagni di corso”.

La necessità di innovare il modo di insegnare, così da migliorare le performance di apprendimento, sembra essere un dato di fatto. Negli ultimi anni, con il decreto ministeriale 279 del 10 aprile 2018, in alcuni istituti di istruzione secondaria di secondo grado statali e paritari, sono stati promossi degli programmi sperimentali destinati a studenti-atleti di alto livello, rivolti sia ad atleti normodotati, sia ad atleti paralimpici.

“Io credo che lo sport potrebbe essere un’ottima soluzione contro la dispersione universitaria. Un po’ come il modello americano, che mette a disposizione degli studenti borse di studio per chi eccelle in qualche disciplina sportiva. Questo azzererebbe il problema di tipo economico e aiuterebbe anche le performance negli studi. L’allenamento sportivo, infatti, aiuta la concentrazione, le capacità mnemoniche e di analisi, oltre a tenere bassi i livelli di stress. Inoltre, lo sport è un potentissimo strumento per favorire l’inclusione e lo spirito di gruppo” conclude Castaldo.

Uno studio condotto dal Centro Studi Performance su un campione di oltre 1200 giovani in ingresso nel mercato del lavoro e monitorati nei primi due anni di attività mostra in modo molto evidente come, i ragazzi che hanno svolto attività sportiva agonistica durante il percorso di studi (circa il 34%), abbiano performance migliori: maggiore orientamento al risultato (+54%), maggiore rispetto per le regole (+73%) e maggiore capacità di concentrazione e memorizzazione (+78%)

“il loro impegno sportivo li ha portati a crearsi routine di eccellenza, come la gestione del tempo ed una maggiore resilienza, nonostante spesso le difficoltà oggettive nel seguire le lezioni. Una delle cose evidenti è che tutti coloro che hanno svolto attività agonistica mostrano una maggiore velocità si inserimento e risultati in ambito anche professionale”

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