I fumatori hanno un maggior rischio di perdere i denti

Secondo un nuovo studio fatto nell’Università di Birmingham in Inghilterra, i fumatori hanno un maggior rischio di perdere i denti. In particolare i fumatori maschi hanno fino a 3,6 volte più probabilità di perdere i loro denti rispetto ai non fumatori, mentre le donne hanno 2,5 volte più rischio.

Naturamente, lo studio ha trovato che chi fuma di più ha un rischio più alto di essere sdentato.

La maggior parte dei denti vengono persi a causa della carie o della parodontite cronica. Sappiamo che il fumo è un forte fattore di rischio per la paradontite, hanno detto gli autori dello studio, osservando che la perdita dei denti è un problema importante di sanità pubblica in tutto il mondo.

Quasi il 30 per cento dei 65-74enni nel mondo è sdentato.

Giovane inventore texano scambiato per un terrorista. Ora è stato invitato alla Casa Bianca

Aveva fatto scalpore il caso di Ahmed Mohamed, il ragazzo 14enne, musulmano, che era stato arrestato dalla polizia di Irving, in Texas, dopo che aveva costruito un orologio che era stato scambiato per una bomba.

Ora, lo scolaro, che era stato ammanettato e a cui era stato proibito di chiamare i genitori durante l’interrogatorio, poi espulso dalla sua scuola tre giorni, ha ricevuto vari inviti.

Il giovane Ahmed è stato invitato al Google Science Fair, un concorso internazionale per le invenzioni degli scienziati di 13-18 anni.

Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook, ha detto di voler conoscere il ragazzo, Obama lo ha invitato alla Casa Bianca e Hillary Clinton lo ha esortato a restare curioso e a continua ad inventare.

Su Twitter è apparsa una foto dell’adolescente con la “V” di vittoria. Il giovane ha ringraziato i suoi sostenitori.

Trovato il diabete adulto in bambina di 3 anni. Allarme dei medici

Il caso di una bambina di tre anni che ha sviluppato il diabete di tipo 2, negli Stati Uniti, ha spinto i medici a sollevare nuove preoccupazioni circa lo stile di vita durante l’infanzia.

La bambina aveva una versione della malattia che è più comune nelle persone anziane. Era stata portata dal medico, perché obesa (a 3 anni e mezzo pesava 35 chili, come una bambina di 10 anni), ma non presentava sintomi particolari, aveva solo una sete costante e il bisogno frequente di fare pipì.

Il caso è stato presentato e discusso alla riunione annuale della Associazione Europea per lo Studio del Diabete.

I medici ritengono che una dieta inadeguata e la mancanza di esercizio fisico svolgano un ruolo importante nell’insorgere sempre più frequentemente e sempre in più giovane età del cosiddetto diabete di tipo adulto.

In genere ai bambini viene diagnosticato il diabete di tipo 1 e non quello di tipo 2, che semmai, in piccola percentuale quest’ultimo finora era stato trovato in bambini più grandi di cinque e nove anni.

Ma il diabete di tipo 2 è in aumento in tutto il mondo, alimentato in parte dalla crescente diffusione dell’obesità.

Il dottor Michael Yafi dell’Università del Texas, uno dei primi specialisti ad aver visto la bambina di tre anni ha detto di essere stato sorpreso di trovare il diabete di tipo 2 in un soggetto così giovane.

Dopo un trattamento con i farmaci, il cambio dello stile di vita (dieta ed esercizio fisico), la perdita di quasi 9 kg di peso, la bambina di origine ispanica non ha avuto più bisogno di farmaci e la sua glicemia è tornata alla normalità.

La proteina che ripara il cuore dopo un infarto

Una proteina può rigenerare il tessuto cardiaco umano dopo un attacco di cuore. Si tratta della proteina Fstl1, che è normalmente espressa nella zona epicardica del cuore.

Ora, è stato dimostrato che si può indurre la sua rigenerazione dopo un attacco di cuore.

Molte persone sopravvivono agli attacchi di cuore, l’evento di solito lascia danni permanenti al tessuto muscolare e all’interno del cuore. Il danno causato ha le sue conseguenze e porta ad effetti come l’insufficienza cardiaca, cinque-sei anni dopo l’attacco iniziale.

“I trattamenti non si curano di questo problema fondamentale”, ha detto il dottor Pilar Ruiz-Lozano, professore alla Stanford University, “di conseguenza progressivamente molti pazienti perdono la funzione del cuore, sviluppando prima disabilità sempre più gravi, fino alla morte.

In uno studio condotto per anni da anni team internazionale di ricercatori, sono stati applicati dei cerotti imbevuti di Fstl1, sui cuori di topi e di maiali. Nel complesso, la patch ha dimostrato di favorire la crescita delle cellule sane. Queste cellule hanno portato il cuore ad avere meno cicatrici e il cuore degli animali ha ripreso una funzione quasi normale molto presto dopo la procedura.

Nei cuori sono cresciuti nuovi nuovi vasi sanguigni oltre a delle cellule muscolari nuove, mentre gli organi pompavano in modo più efficace, nel complesso.

Gli attacchi di cuore avevano causato una caduta del flusso di sangue nel ventricolo sinistro del cuore dei maiali dal 50 per cento al 30. Tuttavia, una volta impiantata la patch i cuori erano tornati al tasso normale del 40 per cento.

I ricercatori dell’Università di Stanford, che hanno descritto i risultati dello studio sulla rivista Nature stimano di poter effettuare la sperimentazione umana intorno al 2017.

La paroxetina spinge i giovani al suicidio

Uno studio ha trovato che i farmaci anti-depressivi a base di paroxetina possono spingere i giovani al suicidio e non sono più efficaci di un placebo.

Il team di ricerca ha anche scoperto che il produttore del farmaco ha minimizzato i suoi micidiali effetti collaterali e ha esagerato i suoi benefici.

Lo studio, pubblicato sul British Medical Journal, ha esaminato i dati utilizzati dalle aziende farmaceutiche per aiutare il mercato del farmaco.

Il team di ricercatori dell’Adelaide University’s Critical and Ethical Mental Health Research Group ha trovato che “undici pazienti hanno sperimentato comportamenti suicidi o di autolesionismo su meno di 100 in un gruppo che aveva assunto paroxetina, rispetto a un solo caso nel gruppo che aveva assunto un placebo”.

Si chiama irisina la molecola che rafforza le ossa

Sebbene l’esercizio fisico sia uno stimolo ben noto per la nuova formazione dell’osso, è rimasto poco chiaro come “colloquino” il muscolo e l’osso nonostante la loro vicinanza. Uno scienziato di origine indiana e il suo team ora ha capito come questo processo prenda forma.

Il dottor Mone Zaidi dal Mount Sinai Hospital di New York e dei ricercatori provenienti dall’Università di Ancona e Bari, in Italia, hanno scoperto che una molecola prodotta dal muscolo scheletrico in risposta all’esercizio fisico aumenta la massa dell’osso.

Per la prima volta, una molecola rilasciata dal muscolo durante l’esercizio fisico, l’irisina, si è capito che può agire direttamente sulle ossa lunghe e aumentare la loro forza.

Queste sono le ossa più utilizzate durante l’esercizio e sono anche quelle che più probabilmente si rompono.

Per lo studio, pubblicato su PNAS, i ricercatori hanno iniettato in alcuni topi dell’irisina, determinando negli animali un aumento significativo della massa ossea e della forza, in particolare dell’osso corticale, che è un tipo denso e compatto di tessuto osseo che costituisce circa l’80 per cento del peso scheletrico.

Lo studio suggerisce che l’irisina è fondamentale per la comunicazione tra muscolo e osso.

I risultati dello studio potrebbero portare allo sviluppo di terapie future per la perdita muscolare e ossea, ad esempio nella vecchiaia o dopo la dismissione di un’attività fisica.

Le donne diabetiche rischiano l’infarto più degli uomini

Le donne diabetiche hanno il 34 per cento di rischio in più di avere un attacco di cuore e altre relative complicazioni rispetto agli uomini diabetici, mentre invecchiano, secondo un nuovo studio fatto a Firenze.

Per quanto riguarda il colpo ischemico e l’insufficienza cardiaca congestizia in età postmenopausale (55 anni e oltre) le donne diabetiche sono più svantaggiate rispetto agli uomini diabetici. Tutto questo dovrebbe concentrare l’attenzione sul genere orientata alla prevenzione degli eventi cardiovascolari nelle persone con diabete, hanno detto gli autori dello studio.

La “finestra di rischio” per le donne principalmente si apre intorno all’età della menopausa (dai 45 anni in poi).

Per lo studio, gli autori hanno fatto un lavoro retrospettivo su un periodo di otto anni (dal 2005 al 2012) su dei pazienti diabetici toscani.

Hanno riunito i dati di tutti gli ospedali toscani e hanno valutato l’effetto del diabete separatamente negli uomini e nelle donne in un periodo di otto anni.

Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Diabetologia ed è stato presentato recentemente alla riunione annuale di quest’anno dell’associazione europea per lo studio del diabete a Stoccolma.

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