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A Lugano sguardi scientifici sulle migrazioni

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È possibile affrontare un tema delicato e difficile come quello degli spostamenti di interi popoli basandosi solo su dati oggettivi e verificati? È quello che cercheranno di fare gli esperti riuniti a Lugano il 13 ottobre dalla Fondazione IBSA e da L’ideatorio dell’Università della Svizzera Italiana
Durante il Forum verrà dedicata una particolare attenzione, fra gli altri temi, alla situazione dei migranti ambientali, cioè di quelle persone che sono costrette a spostarsi per l’effetto dei cambiamenti climatici (soprattutto, della desertificazione). Sarà questo l’argomento della relazione di Mark Maslin, professore di climatologia allo University College di Londra, e scienziato molto noto a livello internazionale. Maslin ha pubblicato recentemente su Palgrave Communications (piattaforma online del gruppo Nature) uno studio dedicato all’impatto che i cambiamenti climatici hanno avuto sui conflitti nell’Africa orientale fra il 1963 e il 2014, ed è arrivato alla conclusione che le variazioni del clima, pur non essendo state la causa principale, hanno avuto un ruolo significativo, anche nei fenomeni migratori.  «Una buona “governance” – dice Maslin – può prevenire i cambiamenti climatici che portano a maggiori conflitti o spostamenti di persone».
All’incontro di Lugano verranno affrontati anche i temi legati agli intrecci fra i migranti e la salute pubblica. «Nei secoli passati le relazioni fra i grandi spostamenti di popolazioni e le epidemie sono state costanti, a causa di migrazioni, guerre, scoperte geografiche – dice Bernardino Fantini, professore emerito di storia della medicina all’Università di Ginevra e relatore al Forum. – Questo ha creato e mantiene tuttora una paura ancestrale nei confronti del migrante, o in genere dello straniero. In realtà adesso la situazione è profondamente cambiata, dopo la globalizzazione, che ha fatto aumentare enormemente lo spostamento di persone e di merci da un capo all’altro del mondo, per turismo e commerci, e contemporaneamente ha consentito di monitorare in modo molto più efficace la salute pubblica. Studi approfonditi dimostrano che l’arrivo di nuove malattie in Europa (per esempio, il virus Zika, veicolato dalle zanzare tigre, o la Dengue) non è dovuto ai migranti, ma a infezioni prese da turisti in Paesi dove queste malattie sono endemiche, oppure a zanzare che sono arrivate dalle nostre parti all’interno degli aerei, o delle navi da trasporto». Anche per quanto riguarda la tubercolosi (una delle malattie più temute), il rischio di contagio da parte dei migranti è estremamente basso.
Ma quanti sono i migranti nel mondo? «L’anno scorso – dice Telmo Pievani, professore di filosofia delle scienze biologiche all’Università di Padova e membro del comitato scientifico del Forum – si contavano 68,5 milioni di persone che avevano dovuto lasciare la loro residenza a causa di conflitti, discriminazioni, povertà o catastrofi naturali. La situazione è però più complessa dell’immagine drammatica del barcone stracolmo di uomini, donne e bambini che tenta di varcare il Mediterraneo. I dati indicano che, di questi 68,5 milioni di migranti, 40 milioni si sono spostati, in realtà, all’interno del loro Paese, spesso povero; 25,3 milioni sono persone alle quali è stato riconosciuto lo status di rifugiati e 3,2 milioni sono i richiedenti l’asilo. L’85% di queste persone, in ogni caso, è a carico dei Paesi poveri».
Fino a pochi decenni fa anche l’Europa è stata una forte “esportatrice” di migranti. «In particolare – spiega Guido Alfani, professore di storia economica all’Università Bocconi di Milano, che al Forum parlerà di emigrazioni e demografia – dall’inizio dell’Ottocento alla prima guerra mondiale, e poi di nuovo dopo la seconda (dal 1950 al 1970), l’Europa ha esportato ben 54 milioni di persone. Poi, con la crescita economica, è diventata importatrice». L’Africa si trova, adesso, in condizioni molto simili a quelle dell’Europa dell’Ottocento. Soprattutto nell’Africa subsahariana, come nell’Europa di un secolo e mezzo fa, c’è un boom demografico che non viene “pareggiato” da un equivalente boom economico, nonostante una certa crescita dell’economia. Insomma, l’Africa non può offrire abbastanza terra e lavoro per tutti.

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