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Giorno della Memoria: online la storia della casa di Natalia Ginzburg

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Sabato 27 Gennaio, Giornata della Memoria è una data importante anche per la Fondazione 1563, impegnata nella digitalizzazione dei fondi archivistici della Compagnia di San Paolo. Fra questi anche il prezioso archivio EGELI in cui è possibile approfondire la storia di famiglie e beni appartenuti a famiglie ebree negli anni bui delle persecuzioni. Tra tutte spicca la casa torinese di Natalia Ginzburg di via Pallamaglio 11 (oggi via Oddino Morgari a San Salvario): l’abitazione in cui visse da ragazza nel 1929 e poi dal 1938 con il marito Leone Ginzburg, la stessa in cui l’amico Adriano Olivetti nascose Filippo Turati, prima di raggiungere la Francia da esule del fascismo.
«A Torino ho abitato in quattro luoghi, ma per me Torino è soprattutto via Pallamaglio» amava dire la scrittriceL’abitazione era stata sequestrata durante il secondo confllitto mondiale. I documenti che la Fondazione 1563 conserva in archivio e che ha reso disponibili online testimoniano la restituzione della casa a Natalia Ginzburg dopo la fine della guerra.  Le pagine contengono l’inventario di ciò che era contenuto all’interno delle stanze nonché la lettera autografa con cui la scrittrice chiedeva la restituzione il 20 Dicembre 1945.
Estratto da Lessico famigliare, Einaudi, Torino
«Apparivano tutt’e due invecchiati, mio padre e mia madre alla fine della guerra. Tornarono a Torino, nella casa di via Pallamaglio che ora si chiamava via Morgari. La fabbrica di vernici sulla piazza era bruciata in un bombardamento; e così lo stabilimento di bagni pubblici. Ma la chiesa era stata appena un poco danneggiata ed era sempre là, sostenuta ora da intravature di ferro.
– Peccato! – disse mia madre, – poteva crollare! E’ così brutta! Nossignore, è rimasta in piedi!
La nostra casa venne riparata e messa in ordine. C’era legno compensato al posto di qualche vetro rotto, e mio padre fece mettere delle stufe nelle stanze, perché non funzionavano i termosifoni. Mia madre chiamò subito la Tersilla, e quando ebbe la Tersilla nella stanza da stiro, davanti alla macchina da cucire, tirò il fiato e le parve che la vita potesse riprendere il suo ritmo antico. Prese stoffe a fiori per coprire le poltrone, che erano rimaste in cantina e avevano, in qualche punto, macchie di muffa. Infine fu riappeso, nella sala da pranzo, sopra il divano, il ritratto della zia Regina, che ora di nuovo guardava dall’alto con gli occhi tondi e chiari, coi guanti, la pappagorgia e il ventaglio.
– Ai piccoli una mela, ai grandi il diavolo che li pela! – diceva sempre mia madre alla fine del pranzo. Poi smise di dire così, perché di nuovo c’erano mele per tutti. – Non sanno di niente queste mele! – diceva mio padre. E mia madre diceva: – Ma Beppino, son carpandue!»

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