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Millennials: non esiste più lo spartiacque tra gioventù e età adulta

Filed under Cultura e Società

Essere giovani nel 2017 non è certo una passeggiata, ma diventare adulti lo è ancor meno. La domanda che sempre più spesso ci si pone è: qual è, oggi, lo spartiacque tra gioventù ed età adulta? In realtà, non c’è più un’indicazione univoca. In passato questa distinzione era netta e scandita da momenti ben precisi della vita: la laurea, il matrimonio, ecc. Oggi invece le “tappe” o age milestones sono meno rigide e il passaggio da una condizione come l’adolescenza all’età adulta è decisamente più fluido. Lo stesso periodo adolescenziale è cambiato: un tempo un giovane si poneva come obiettivo proprio il matrimonio e la creazione di una famiglia, al contrario, i ventenni di oggi difficilmente pensano a questi eventi come motivo di realizzazione nel breve termine. Spesso neppure i trentenni: lo rileva Truth About Youth (TAY), l’analisi condotta da McCann Truth Centralintelligence unit di McCann Worldgroup che ha evidenziato come i giovani “entrino” ed “escano” di continuo da una fascia d’età all’altra a seconda della necessità.

 

Persino l’autocoscienza dell’essere adulti è diversa: infatti secondo uno studio americano riportato su The Independent, l’età in cui ci si sente adulti non sono più i classici 18 anni, bensì i 29 anni – almeno secondo quanto emerso dalle testimonianze dei 2000 intervistati. L’asticella, insomma, si sta spostando sempre più in là. È possibile che in questo scenario, specialmente in Italia (ma non solo), giochino un ruolo cruciale il livello di insicurezza in cui si ritrovano soprattutto i millennials, la più ampia rete di protezione familiare, e il ritardo con cui si entra nel mercato del lavoro. Quindi, come evidenzia la ricerca di IPG WAREHOUSE, le nuove generazioni, che tendono a non sentirsi adulte, si accontentano del far finta di esserlo: perché non riescono a costruire una loro realtà fatta di un lavoro stabile e ben retribuito, l’acquisto di una casa, fare dei figli – tutti step considerati propri dell’essere adulti.

 

Una difficoltà che alcuni anni fa ha fatto sì che l’aggettivo/sostantivo “adult” si trasformasse in un verbo: “to adult”. Un verbo utilizzato negli USA anche al gerundio: “Adulting is hard” o “I’m not very good at adulting”. Un termine molto amato e usato nei social network, soprattutto su Twitter. In Italiano potremmo parlare di “rendersi adulti” … sembra quasi un gioco di parole, ma indica proprio quella condizione di mostrarsi cresciuti e responsabili, anche se magari non si crede di esserlo davvero. Si tratta di comportarsi come farebbe un adulto: avere un lavoro, vivere da soli, comprare un’auto e via dicendo.

 

Uno dei primi testi in cui si è cominciato a parlare di “adultizzarsi” è appunto Adulting: How to Become a Grown-Up in 468 Easy(ish) Steps, un libro divenuto popolare in breve tempo, scritto dalla giornalista Kelly Williams Brown. Una sorta di guida per i millennials a comportarsi come adulti autonomi, in risposta al comune sentimento di sentirsi inadatti al mondo dei grandi. Il progetto è partito ancor prima, nel 2011, con il blog Adulting: la giovane reporter analizza tutti i vari step in una sorta di guida che sembra non finire mai, rassicurando i lettori: “Just because you don’t feel like an adult doesn’t mean you can’t act like one” e cerca di indicare tutti i consigli utili per dare la parvenza di “essere diventati grandi” e di riuscire a destreggiarsi in “the stormy Sea of Adulthood”. Tra i tanti suggerimenti, step 221: portarsi dietro almeno 10 dollari, step 245: chiudere l’armadio dopo averlo usato, e ancora: avere un set di spazzolini da denti per gli ospiti e via dicendo.

 

Insomma, l’età adulta, oggi, non è più un risultato da raggiungere, ma uno stato fluido in cui i giovani si immergono oppure no, a seconda del contesto. Per fare un esempio pratico, si affitta un appartamento per conto proprio, ma poi dopo qualche tempo e per svariate ragioni, si decide di tornare a vivere con i genitori.  Si pensi che oggi l’età media massima in cui i giovani si sentono di vivere con i genitori sono i 32 anni – una cifra che si alza a 34 per i giovani che vivono in India, a 37 in Giappone e addirittura fino a 41 anni ad Hong Kong.

 

Cosa ha portato a questo stravolgimento culturale? Ciò che è cambiato è l’imponente flusso tecnologico che ci circonda e l’accessibilità, che hanno modificato alcuni punti di vista sulla vita e sull’esistenza, per esempio l’idea che per diventare adulti non serva raggiungere delle tappe precise, bensì più semplicemente arrivare ad un insieme di piccoli momenti di cui godere. La ricerca Truth about Youth di Truth Central evidenzia che i giovani, anche se di generazioni diverse, sono accomunati dalla ricerca di tre verità: “trova te stesso”, “trova le tue persone” e “trova il tuo posto nel mondo”.

 

 

Sebbene queste tre “mete” rappresentino tre verità che restano più o meno costanti nel tempo (anche coloro che erano giovani 50 anni fa sentivano di dover trovare il proprio posto nel mondo), il modo in cui queste verità si esprimono e si traducono in azioni si è trasformato completamente e ciò che porta i giovani a considerarsi adulti oggi è un insieme di piccole conquiste che si sommano giorno dopo giorno, dal ricevere il giornale la mattina al trascorrere il Natale con i parenti del proprio partner, da fare delle cene di coppia ad avere un’ora precisa in cui andare a dormire ed infine riuscire ad andare a fare la spesa una volta alla settimana o tenere vive le piante in casa.

 

Questi sono solo alcuni esempi di momenti meno definiti ma ritenuti cruciali oggi dalla generazione millennials, qualcosa di sorprendente fino a qualche anno fa. È il segnale che è avvenuto – ed è ancora in atto – un cambiamento culturale di enormi dimensioni che è andato ad impattare sia sulla vita quotidiana che sul modo di pensare e di interagire delle persone. Un solco profondo tra presente e passato del quale le vere protagoniste sono le generazioni che proprio in questi anni “stanno diventando adulte”.

A cura della Redazione di IPG WAREHOUSE

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