Lontano dalla mamma perché gli piace giocare a nascondino

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Secondo lo psicologo non può tornare dalla mamma perché sembra molto più piccolo rispetto all’età: il suo gioco preferito è di nascondersi e di farsi ritrovare. La mamma si era rivolta ai servizi sociali per povertà e le avevano tolto il bambino di soli tre anni.
Milano. Pare assurdo che i Servizi Sociali del Comune di Milano e il Tribunale dei Minorenni abbiano permesso per ben sette lunghi anni una situazione simile, eppure questa vicenda kafkiana è avvenuta e sta tutt’ora avvenendo nella civile Lombardia.

Si paga ancora lo scotto di una valutazione di uno psicologo che, nel lontano gennaio del 2013, aveva ritenuto che il bambino non potesse tornare dalla mamma perché dimostrava molti anni in meno della sua età:

“Alberto (nome di fantasia) si è dimostrato un bambino intelligente, curioso, comunicativo, con buone capacità relazionali ed affettive. Tali caratteristiche vengono espresse, però, attraverso modalità proprie di un bambino molto più piccolo rispetto all’età di Alberto, il suo gioco preferito è di nascondersi e di farsi ritrovare…” Per questo motivo, secondo lo psicologo: “…necessita, pertanto, di condizioni che favoriscano e alimentino le sue potenzialità, condizioni caratterizzate da stabilità e da continuità…”

Sulla base di questa valutazione soggettiva e discrezionale, anche se nelle precedenti relazioni del 2011 e del 2012 i servizi avevano proposto un ritorno in famiglia, il bambino non ha potuto tornare a casa.

“Un bambino va tolto per motivi gravi e accertati: maltrattamenti, pedofilia. Un provvedimento di allontanamento è l’extrema ratio.” Afferma Davide Colonnello, Responsabile del gruppo di Milano del Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani (CCDU). “Invece sulla sola base della valutazione di uno psicologo, in totale assenza di maltrattamenti, il bambino viene tenuto lontano dalla sua famiglia in palese contrasto con il suo diritto di crescere ed essere educato nella sua famiglia come sancito dalla legge e delle convenzioni internazionali sui diritti dei fanciulli. Tra il resto bastava un po’ di buon senso. Questo non è il primo caso di problemi burocratici che finiscono con il danneggiare dei bambini. Indiremo una raccolta firme indirizzata al Sindaco di Milano perché verifichi il comportamento dei Servizi Sociali e tuteli questo bambino”

Tenteremo ora di spiegare questa vicenda in cui le criticità e le irregolarità sono innumerevoli e francamente, sebbene supportate da documenti ufficiali, appaiono incredibili.

Nel dicembre del 2010 la mamma era stata collocata in una comunità madre bambino perché la famiglia aveva problemi economici. Questa è stata la prima violazione commessa dai Servizi Sociali: un bambino non andrebbe istituzionalizzato solo perché la famiglia è povera. Inoltre nessuno ha preso in considerazione il padre che dopo il collocamento in comunità non ha più potuto avere una relazione stabile con il figlio.

Più tardi, nel febbraio del 2011, la mamma aveva chiesto di uscire dalla comunità per lavorare e ripagare un debito. Questa procedura è molto comune nella tradizione cinese. Le mamme, proprio per garantire un accudimento stabile al bambino, lo lasciano in apposite strutture anche per lunghi periodi, mantenendo comunque il rapporto con i figli. Una volta passato il periodo di difficoltà si riprendono i figli a casa. Per i cinesi è una cosa normale. La mamma parlava malissimo l’italiano ed era convinta di lasciare il bambino in mani sicure per poi tornare a riprenderlo alcuni mesi dopo. Invece, anche per la mancanza di interpreti, i Servizi Sociali e il PM avevano addirittura avviato la procedura di adottabilità per abbandono. Il padre, come purtroppo accade, non è neppure stato preso in considerazione. Nel marzo del 2011, a seguito di questa “incomprensione culturale” il tribunale ha disposto il collocamento etero-familiare e la perdita della potestà genitoriale.

Da qui inizia il calvario di questa famiglia. Il bambino viene affidato ad una coppia di un’associazione locale e la mamma e il papà lo vedono con visite da carcere duro per un’ora ogni quindici giorni sotto stretta sorveglianza. Eppure entrambi, per amore del figlio, si sottopongono alle continue umiliazioni delle operatrici formate in base a teorie psichiatriche prive di buon senso e umanità che non permettono ai genitori nessuna intimità. Già nel luglio del 2011 la verità viene a galla e i servizi propongono il ritorno a casa del bambino, ma probabilmente nessuno legge questa proposta perché il Tribunale non si muove. Nel gennaio del 2012 un’ulteriore relazione chiarisce l’incomprensione culturale spiegando che non si trattava affatto di abbandono e auspica il ritorno in famiglia del piccolo. Anche questa relazione cade nel vuoto. Le visite protette continuano.
Il bambino non torna in famiglia e nel gennaio del 2013 le cose peggiorano. Arriva la grottesca relazione dello psicologo che sostiene che ormai il bambino debba rimanere dagli affidatari con l’assurda motivazione di cui sopra, cioè che dimostrava molti anni in meno della sua età. I Servizi Sociali concordano e il bambino non torna a casa.

Nel maggio del 2013, i Servizi Sociali scrivono che la madre ha un nuovo compagno e che organizzeranno degli incontri separati del figlio con i genitori e che ritengono “necessario nell’interesse del bambino proseguire il percorso attuale durante il quale Alberto potrà recuperare e portare avanti la sua crescita in un ambiente familiare e protetto e dall’altra i genitori potranno mantenere il rapporto con il figlio”. Si continuano le visite protette di un’ora ogni quindici giorni mentre i servizi hanno ormai metabolizzato la valutazione dello psicologo. Non si parla più di un ritorno a casa. Eppure ora la condizione economica e abitativa della madre è stabile e il bambino potrebbe tornare a casa.

Tutto ciò in presenza di un decreto scaduto e senza nessun intervento del Tribunale. In tutti questi anni, infatti, gli unici interventi del tribunale che risultano agli atti sono delle richieste di aggiornamento da parte del Tribunale del giugno 2012, e del febbraio e dicembre del 2014. Tutto tace e l’affidamento si trasforma in una vera e propria adozione mascherata: mentre la famiglia affidataria continua a ricevere il contributo regionale per il bambino in affido. Da notare che questa famiglia fa parte di un’associazione per i minori ed ha anche altri bambini in affido con numeri cha vanno da 6 a 10 bambini. Per ognuno riceve un contributo.

Dal 2013 ad oggi, la mamma continua a recarsi a queste visite ogni quindici giorni. Si alza alle 4 del mattino e prende il treno per raggiungere Milano, sta un’ora con il suo amato figlio sotto stretta supervisione, e poi la sera ritorna e arriva a casa a notte fonda. Non capisce, ma crede che sia tutto dovuto alle strane leggi italiane. Non sa che il Tribunale ha abbandonato lei e suo figlio e che il “motivo” per cui il bambino non torna a casa sono le folli e insensate valutazioni di uno psicologo.
Tutto continua così finché la mamma non decide di rivolgersi al Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani Onlus e all’avvocato Francesco Miraglia. Da una breve analisi delle carte la vicenda kafkiana viene a galla e l’avvocato presenta un’istanza nella certezza che il Tribunale comprenda l’errore e decida di intervenire per sanare l’ingiustizia su questo bambino. Ma dopo mesi di attesa non si muove nulla ancora nulla. Tutto tace.

Oggi l’ennesima beffa: la sospensione delle visite perché la mamma avrebbe protestato alle critiche dell’operatrice che la sgridava davanti al bambino.

“Durante le visite protette non posso abbracciare mio figlio, non posso parlare con lui. Devo solo giocare e non posso avere nessuna intimità. Se devio anche solo leggermente da queste direttive rigidissime l’operatrice mi sgrida davanti al bambino. L’ultima volta non ce l’ho fatta più e ora mi hanno addirittura sospeso le visite. Aiutatemi a riabbracciare mio figlio”. Queste le parole disperate della mamma, originaria della Cina, che da otto anni vede suo figlio in un regime da carcere duro con visite quindicinali di una sola ora, sotto la stretta sorveglianza di un operatore che viene descritto come un kapò di un campo di concentramento. Se si trattasse di una mamma assassina o violenta forse sarebbe comprensibile. In realtà la mamma era solamente povera e doveva lavorare.

Il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani organizzerà dei tavolini informativi per informare la cittadinanza di queste violazioni dei diritti umani nei confronti dei bambini. Presso i tavolini i cittadini potranno sottoscrivere l’appello al Sindaco di Milano, dott. Giuseppe Sala, per aiutare questa e altre famiglie, e per riformare i Servizi Sociali affinché questi abusi sui bambini, commessi proprio da chi li dovrebbe tutelare, non avvengano più.

I tavolini informativi saranno tenuti il 15 aprile in Via Torino – Fronte Via Valpertosa, il 22 e 29 aprile, e il 6 e 13 maggio in Via Dante Alighieri – Angolo Via Rovello, dalle 15:00 alle 17.30.

Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani Onlus

 

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