Torna il protezionismo: l’anno della scimmia e il mondo alla rovescia

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A cura di Richard Flax, Chief investment Officer di Moneyfarm

 

 Il Regno Unito ha formalizzato la Brexit, l’amministrazione americana sta preparando dei dazi punitivi su una lista di prodotti che comprende alcuni campioni dell’export europeo. Il protezionismo sembra guadagnare seguaci e una nuova era del commercio internazionale sembra alle porte. Ma è ancora presto per cantare il de profundis del libero commercio. Rispetto al passato i poli decisionali sono più diffusi, e in particolare nella geografia del potere mondiale esiste un nuovo ingombrante attore: la Cina.

Secondo l’oroscopo cinese quello che si è da poco concluso è stato un anno particolare. Il 2016 è stato segnato dall’influenza della scimmia di fuoco Yang, animale bizzarro e impetuoso, non facilmente addomesticabile e, per definizione, dispettoso. Il 2016, come ogni anno della scimmia che si rispetti, non è stato avaro di colpi di scena. Il mondo è cambiato e una nuova era sembra alle porte.

La scorsa settimana il Regno Unito ha formalizzato la Brexit mettendo in pratica quello che è stato definito il “maggior singolo atto protezionistico in tempo di pace nella storia del Regno.” Come se non bastasse pare che l’amministrazione americana stia preparando dei dazi punitivi del 100% su una lista di prodotti che comprende alcuni campioni dell’export europeo, tra cui la Vespa e il formaggio. Mentre il mondo è preoccupato per l’inizio di una nuova guerra commerciale i sostenitori del libero commercio hanno però motivi per sperare.

Possono contare infatti un nuovo e inatteso paladino: Xi Jinping. Pochi mesi fa, il leader del più grande e potente partito comunista del mondo è stato l’oratore più acclamato dalla platea di economisti e banchieri che hanno partecipato all’ultimo World Economic Forum a Davos, in Svizzera. In quell’occasione il presidente cinese decise di stupire tutti con una lunga e sentita apologia dei valori del libero scambio.

La natura erratica della politica commerciale

Ricapitolando: i Paesi che hanno fatto del libero commercio la loro bandiera e la loro fortuna sono diventati di colpo protezionisti, mentre la Cina comunista si trova dall’altra parte della barricata. Come è possibile? A ben vedere, la storia della politica commerciale è costellata da repentini strappi e cambi di direzione radicali. Il caso più clamoroso è certamente la famosa abrogazione della Corn Law operata nel 1846 dal primo ministro britannico Robert Peel. Il provvedimento inaugurò una lunga fase di libero commercio che permise alla Gran Bretagna di svilupparsi come potenza industriale.

Il supporto delle classi operaie, che prosperarono all’ombra di quella rivoluzione, fu fondamentale per permettere che il sentimento liberale sopravvivesse fino al 1914. Poi arrivò la guerra. A scontrarsi furono la Gran Bretagna e la Germania, che dagli anni ’70 del diciottesimo secolo proteggeva la propria economia con pesanti dazi.

Negli anni che precedettero il conflitto, quando il clima in Europa cominciava a diventare teso, gli inglesi cominciarono a temere che la loro sicurezza alimentare sarebbe stata messa in pericolo dal fatto che il loro sostentamento dipendesse in così larga parte dalle importazioni. Al contrario i tedeschi erano convinti che avrebbero preso i propri avversari per fame.

La storia andò diversamente e la macchina produttiva inglese, più dinamica grazie ad anni di competizione internazionale, fu più efficace nell’adattarsi allo stato di necessità imposto dall’economia di guerra.

Oltre 100 anni e due guerre mondiali più tardi, il protezionismo sembra guadagnare seguaci e una nuova era del commercio internazionale sembra alle porte. Cosa vuol dire questo per i risparmiatori e gli investitori? È pacifico che il libero commercio sia un fattore positivo per l’economia globale: il Pil del pianeta è più grande grazie al libero scambio. Ma dietro i grandi numeri si nascondono miliardi di addizioni e sottrazioni che rendono questa evidenza meno lineare.

Vincitori e vinti nell’anno del gallo

Il commercio internazionale ha i suoi vincitori e suoi sconfitti. I benefici sono in genere diffusi e a volte vengono dati per scontati (sono quelli di cui hai esperienza ogni giorno come consumatore, per il fatto che puoi acquistare beni e merci più economiche), mentre il conto per gli sconfitti può essere pesante: interi settori dell’economia e intere regioni possono essere schiacciate dalla globalizzazione.

Dopo la crisi del 2008, per via dell’ineguaglianza crescente e del peggioramento delle condizioni lavorative, i benefici sono diventati meno evidenti e la voce di coloro che hanno perso il treno della globalizzazione è diventata più forte.

Il settore manifatturiero occidentale, che all’inizio del 1900 rappresentava l’apice del progresso tecnologico e difendeva il libero scambio, oggi si trova in molte aree del mondo a reclamare più protezione. Le aziende digitali della Silicon Valley, che proprio in virtù della loro innovazione ricevono i maggiori vantaggi dal commercio, sono invece i nuovi paladini del libero scambio. Il punto è che queste nuove industrie ad alto tasso tecnologico non hanno la capacità di coinvolgere nei loro processi produttivi le masse. Di conseguenza il loro potere di blocco nel sistema democratico è ridotto

Chi è preoccupato per le sorti dell’economia globale e ha paura degli effetti che una nuova guerra commerciale potrebbe avere sui propri risparmi non deve però disperare. È ancora presto per cantare il de profundis del libero commercio. Rispetto al passato i poli decisionali sono più diffusi. In particolare nella geografia del potere mondiale esiste un nuovo ingombrante attore: la Cina. I toni protezionistici del presidente americano, quando si riferisce al suo pari cinese, non sono gli stessi della campagna elettorale. L’irriverenza con cui ancora si rivolge ai partner europei lascia spazio al linguaggio più conciliante della diplomazia. La prossima settimana ci aspetta un incontro tutto da gustare. Arrivederci anno della scimmia, ci siamo svegliati nell’anno del gallo.

 

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