GB fuori dall’Ue, le conseguenze

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Fine dei dubbi: la Gran Bretagna, a dispetto delle previsioni della vigilia, ha scelto di uscire dall’Unione Europea (Brexit).

Nell’immediato non succede nulla dal punto di vista giuridico: in base all’Art.50 del Trattato di Lisbona, la GB ha 2 anni di tempo per rinegoziare gli accordi commerciali con i partners europei. Cameron ha già dichiarato di volersi dimettere, ma propone di rimanere in carica per l’ordinaria amministrazione fino al Congresso del partito in ottobre. Nelle prossime settimane vi sarà incertezza in merito all’assetto di un Paese profondamente diviso nel voto a livello regionale e sociale, con conseguenze importanti su economia, politica e mercato.

Conseguenze macroeconomiche. Brexit era stato associato a scenari macroeconomici nefasti soprattutto per la crescita della GB: l’IMF vede effetti negativi sul GDP (-1,5% a quasi -6% in 2-3 anni, il Tesoro inglese anche peggio) sull’inflazione e sulla disoccupazione. La presenza di un forte deficit commerciale unitamente a quello pubblico implica un forte deprezzamento della Sterlina (-10% già testato rispetto a chiusura di ieri). Il probabile calo del commercio internazionale avrà conseguenze asimmetriche e potrebbe resuscitare lo spettro della ‘guerra valutaria’. Per l’Europa, tuttavia, il danno economico sarà ben più contenuto, e per l’Italia particolarmente basso secondo alcune analisi (secondo il Brexit Sensitivity Index di S&P) ma è sul fronte politico e finanziario che le ferite potrebbero bruciare.

Conseguenze politiche. Cameron ha fatto un disastro politico che gli costerà molto e favorirà un euroscettico (forse l’ex sindaco di Londra Boris Johnson) come suo successore. Ma a noi interessano soprattutto le implicazioni di questo voto per il processo di integrazione europea. Sembra logico attendersi un’Europa a due velocità: UE che rallenta ed EMU che procede, ma qui si dividono i pareri tra chi si aspetta un contagio negativo del voto inglese attraverso le forze anti-sistema nei vari Paesi del continente – che potrebbero essere incoraggiate a chiedere trattamenti speciali o altri referendum – e chi spera in una ripresa dell’iniziativa da parte dei Paesi che hanno adottato la moneta unica. Anche per la reazione del mercato questo sarà cruciale. La differenza con la fase pre-EMU o della crisi del 2011 è che l’Italia farà quasi certamente parte del gruppo di Paesi che serra i ranghi, qualora l’Europa trovi una base programmatica minima su cui convergere (per esempio completamento dell’Unione Bancaria).

A cura di Andrea Delitala, Head of Investment Advisory di Pictet Asset Management
Marco Piersimoni, Senior Portfolio Manager di Pictet Asset Management

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