Dove va il Web journalism, dove va il Net

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Pensavo fosse amore invece era un calesse‘ diceva un vecchio film di Massimo Troisi, parlando di aspettative non mantenute.

Lo stesso si potrebbe dire di Internet e non solo perché le rivelazioni di J. Assange hanno messo in luce la piaga dello spionaggio da parte della Nsa, l’agenzia di spionaggio statunitense.

Internet ha profondamente disilluso i sogni e le aspettative di chi l’ha frequentato dai primordi.

Se nel 2001 girando per il web si potevano trovare poesie bellissime, non contaminate da quello che i grandi gruppi avevano deciso che fosse arte, adesso quei versi sono introvabili, affondati dagli algoritmi e dai rank.

I colossi del web hanno fatto alleanze coi grandi editori o le stanno facendo. Anche il citizen journalism costituisce un sogno scomparso, a meno che come si dice popolarmente non si faccia parte della ‘greppia’ o non ci si dia in pasto gratis ai grandi editori.

Tutto teso a salvaguardare gli interessi dei grandi gruppi editoriali, che da anni si lamentano delle loro crisi e che, ora, nel web, hanno occupato tutto lo spazio, Internet sta profondamente cambiando. Su Google news ormai sono in primo piano solo i grandi giornali e solo loro vengono letti. Si sa nel web il lettore va veloce e spesso legge quello che è posto per primo. Così sui motori di ricerca. Così su Google news, dove ormai in primo piano ci sono solo i grandi giornali e i loro siti, più o meno grandi.

Per i piccoli giornali, nati con Internet, non ci sono più possibilità di sopravvivenza, tra i motori di ricerca che li affossano, Google news che non dà loro più spazio e gli hacker (assoldati dai grandi gruppi editoriali?) che cercano di distruggerli.

Su Google ormai parlano solo i grandi editori, nelle notizie locali (anche se incollano un comunicato stampa), nel riportare una semplice agenzia o se scrivono un pezzo sgrammaticato e illeggibile.

Il giornalismo richiede risorse non fanno che ripetere da anni i grandi gruppi editoriali, accusando il web di affamarli. E, ora, il web sfama solo loro. Non importa se portano tutti i mali della carta stampata in Rete. Non importa se fanno titoloni lunghi, pensati per le edicole. Non importa se scrivono cose farraginose, chilometriche, illegibili o se la notizia è vecchia, incollano un comunicato stampa, quando non scopiazzano spudoratamente sui blog, prendono video amatoriali e mettendoci il loro marchio.

Il giornalismo ha bisogno di risorse, è vero. Ma è anche vero, che ci sono tanti privilegi. E ora nel web i grandi editori cercano di salvare anche i loro privilegi, le loro deformazioni, i loro difetti, non solo il giornalismo di qualità.

Forse i grandi editori potrebbero fare anche un po’ di spending review e tagliare un po’ certi guadagni. Pagare meno quelle che chiamano le loro firme, ad esempio, che poi, quasi mai non sono firme di geni. O fare a meno di certi inviati e corrispondenti che non dicono tanto di più di quello che si può sapere leggendo i comunicati di un’agenzia locale.

Ora, su Google, se un sito di informazione non è di qualcuno che ha lavorato o lavora per i grandi gruppi editoriali, non ha futuro. Se uno sta nel giro sale subito di rank…basta linkarsi tra grandi. Il sito, poi, ha subito lettori, bastano solo i click dei tanti dipendenti di quel gruppo ad alzare il livello. Con buona pace della diversità, con buona pace della vera indipendenza. E, pazienza se i giornalisti dei grandi gruppi sono quasi sempre i cani da guardia NON della verità, ma dei padroni.

Il web che voleva migliorare il mondo in effetti ha finito per diventare il web dei grandi editori in cui ci sono i pochi pigliatutto. Un po’ come accade nella realtà sociale concreta.

Anni fa, se si andava in Francia, nelle piccole città c’erano occhiali originalissimi e bellissimi, frutto della creatività delle piccole aziende. Ora ci sono solo gli occhiali delle grandi firme, tutti uguali, o quasi, che ossessionano da qualunque angolo del mondo e non solo geograficamente parlando.

La diversità è sparita. Così accade per molte cose, con i grandi pigliatutto, che vivono solo loro, accumulano ricchezza, determinano lo scomparire della diversità, stabiliscono ciò che è arte ciò che è di qualità, detengono un’alta quota di ricchezza nel mondo.

Che l’aria fosse cambiata anche nel giornalismo e stesse cambiando se ne è reso conto chi un po’ per noia e un po’ per non morire ha frequentato fin dall’inizio il Festival del giornalismo di Perugia.

I grandi c’erano anche gli altri anni, ma l’aria era diversa. Quest’anno incontrando nella hall dell’hotel Brufani i grandi giornalisti quasi i veniva da chiedere scusa,. Scusa … se calpestiamo lo stesso suolo, perché noi non siamo uguali. Loro con uno stipendione, quelli come me, pubblicisti, con uno stipendio da fame.

Però facciamo la stessa cosa e per anni i nostri articoli sono stati vicini ai loro su Google news. E i loro articoli non erano migliori dei nostri.

Google per anni hanno dato l’opportunità anche ai piccoli in un contesto in cui nessuno lo faceva, che fossero motori di ricerca o piattaforme rilevanti del web.

Così potevano scrivere ed essere letti anche coloro che non avevano l’opportunità di essere nei grandi gruppi editoriali, magari un po’ per spirito di indipendenza e un po’ per non essere potuti stare al momento giusto, nel posto giusto.

Ormai il giornalismo anche nel web è un privilegio di casta. Perché il giornalismo ha definito casta la politica, ma è, a sua volta, una casta, che alla grande si è insediata pure nel web, purtroppo, dopo averlo snobbato per anni.

Cerchi una foto, un testo, un articolo, tutto è dei grandi editori. Così va il mondo, nella realtà concreta e nel virtuale.

Poteri dominanti, economici, letterari, giornalistici sono in mano a pochi, non per merito, ma per altre variabili che qui sarebbe lungo analizzare.

A fronte di una moltitudine affamata, in senso proprio e in senso metaforico, c’è l’ingordigia di pochi, nel mondo e nel web.

Ma una rivoluzione è già iniziata. Proviene dalle frange sociali e da chi abilmente le sfrutta. Pare sia iniziata una sorta di rivoluzione francese su scala mondiale. A tagliare le teste hanno già iniziato. Solo che allora, nel Settecento la rivoluzione fu figlia dell’Illuminismo e spinse il mondo in avanti. Ora procede dal fondamentalismo, che si serve di persone particolari e non sempre apparentemente sane di mente. Al di fuori dell’integralismo religioso ci sono i poteri forti che vogliono continuare a imporre se stessi e i loro modelli… in una situazione che, di certo, ci riporterà indietro.

E’ questo il futuro che vogliamo?
Non sarebbe bene che, chi può, moderi gli appetiti dei pochi grandi, che nel mondo detengono potere e ricchezza.

Non sarebbe bene che anche nel giornalismo web si impedisse che i grandi editori vivessero solo loro imponendo il loro modello di giornalismo, talora di qualità, ma anche pieno di difetti e talora non adatto al web?

Salvare il giornalismo di qualità va bene. Salvare i privilegi e affossare la diversità costituisce quel sonno della ragione che genera mostri, ovunque, nel web e nel mondo.

(Paola Ort.)

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